Il monastero di Santa Caterina


O006_NOSEDA_COVER_15X21_25062018 copiaRacconto inedito di genere storico pubblicato sul libro intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. Alla fine del ‘500, in occasione di una visita apostolica a un monastero di clausura di montagna, una badessa cerca di tenere nascosto al vescovo visitatore l’esistenza di due monache incinte, temendo conseguenze per il monastero e per lei stessa. Una monaca è però costretta ad ammettere al vescovo d’esserne a conoscenza. Le due monache confessano di avere infranto il voto di castità e vengono punite severamente, così come tocca a due giovani, colpevoli di averle ingravidate. Il visitatore raccomanda la soppressione del monastero, a causa della vulnerabilità e fatiscenza, e richiede che le monache siano trasferite ad altro monastero.   Le chiavi di Portofino e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Il monastero di Santa Caterina

Siamo nel 1577, tredici anni dopo la conclusione del Concilio di Trento. Sessant’anni prima Martin Lutero aveva affisso le 95 tesi riformatrici al portone della chiesa di Wittenberg. La Chiesa aveva reagito prima con il contrasto a Lutero, poi con la scomunica. Nel 1545 papa Paolo III aveva aperto a Trento i lavori del Concilio, reso necessario per definire la riforma della Chiesa, detta poi Controriforma, e la reazione alle dottrine protestanti. Il Concilio tridentino aveva dato grande impulso alle diocesi imponendo ai vescovi la presenza nelle proprie sedi e l’effettuazione di visite pastorali. Per testimoniare quanto avvenuto nelle visite fu richiesta la redazione di relazioni o atti. Dalla lettura di alcuni di questi è stato tratto lo spunto per questo racconto.

Regnava grande attesa per l’arrivo del visitatore apostolico al monastero di clausura di Santa Caterina, posto ai margini di Montebello, piccolo paese dell’Appennino modenese. Al monastero era annessa una chiesa, che fungeva anche da parrocchiale del paese, costruita alla fine del ‘200 da due monaci benedettini. Nel 1330 i monaci, con il consenso degli anziani del paese, avevano ceduto le cure della chiesa a due monache francescane alle quali si erano affiancate altre consorelle. Insieme avevano dato vita al monastero aggiungendo nuove costruzioni in relazione all’aggregazione di altre consorelle. Le monache avevano abbracciato la regola di sant’Agostino ed erano diventate agostiniane di clausura. Il monastero, dedicato a Santa Caterina d’Alessandria, vergine e martire, era noto per avere ospitato molti cittadini di Modena e dintorni fuggiti dalle loro abitazioni durante la peste che afflisse il modenese nel 1529. Le cronache del tempo scrissero che il 24 giugno in Modena erano rimasti pochissimi cittadini di rango elevato: el pare una cità vedova per tanti che sono andati a stare de fora in villa, e poveri asai sono serati in casa per suspeto … e andande per la cità non se vede se non usci inchiodati, e strade sbarate e pagni fora de amorbati. La Comunità non può atrovare tanti dinari che facia le spese ali impestati per tanto numero che sono. Addirittura, il 29 giugno i monaci del monastero di San Pietro non avevano officiato la festa del santo perché il monastero era in sospetto di peste. Per lo stesso motivo non era stata celebrata la festa di San Giovanni Battista.

Nel medioevo il paese era stato il borgo della Torre di Montebello, distrutta ai tempi di Federico Barbarossa, l’imperatore tedesco incoronato re d’Italia alla metà del 1100. Si diceva che la Torre fosse sorta dove si trovava una torre di avvistamento costruita dai Romani nel 200 a.C. quando la potenza di Roma si era affacciata per la prima volta sulla pianura padana, allora patria dei Galli Boi che l’avevano invasa duecentocinquanta anni prima. Sin dai tempi antichi le vallate degli Appennini furono sorvegliate da torri che comunicavano tra loro a vista, con bandiere di giorno e fuochi di notte. Le torri furono edificate in posizioni strategiche e quella della Torre di Montebello era senza dubbio tra le più rilevanti. Dalla sua posizione a balcone era possibile disporre di una vista di ampiezza superiore a centottanta gradi. Come successo in altre circostanze, fu attinto alle rovine della Torre per ricavare materiale per la costruzione della chiesa e del monastero. Così la chiesa fu edificata in quel luogo per l’abbondanza di materiale di costruzione, nonostante fosse distante dal centro del paese. Conglobata nei manufatti del convento, la Torre divenne il campanile della chiesa.

Alla metà del ‘500 il paese di Montebello contava circa 350 anime ed era suddiviso in tre nuclei disposti ai vertici di un triangolo, il centro e due frazioni poste in posizione più elevata. La popolazione era equamente distribuita tra i tre nuclei del paese, ciascuno rappresentato e guidato da un console eletto con gli altri due, ogni tre anni, dall’adunanza degli anziani riunita nel piazzale antistante la chiesa.  A turno, per la durata di un anno, ciascuno dei consoli fungeva da primus inter pares. Nel centro del paese c’era la piazza, con due osterie, una locanda, il fornaio, uno spaccio e la casa del parroco, che non poteva essere ospitato nel monastero. Negli atti delle visite pastorali si legge che il centro distava mezzo miglio dal convento e per raggiungerlo si attraversavano campi coltivati a frumento. Il passaggio non doveva essere sempre agevole in tutte le stagioni.

La chiesa, di pianta rettangolare, orientata da ovest a est, aveva a quest’ultima estremità tre absidi che formavano una croce. L’abside principale, con il Redentore affrescato sulla volta, ospitava l’altare maggiore. Nei due absidi laterali vi erano gli altari dedicati alla Beata Vergine – sul lato dell’Epistola – e a San Michele arcangelo – sul lato del Vangelo. La porta principale della chiesa si trovava sulla facciata prospiciente il piazzale. Sopra la porta vi era un dipinto che rappresentava il martirio di Santa Caterina. Il monastero, adiacente alla chiesa, guardava a sud verso la pianura. Secondo le regole dei monasteri di clausura, la chiesa era suddivisa in chiesa esterna, per la popolazione del paese e chiesa interna, un coro sopraelevato con accesso diretto dal monastero, dal quale le monache assistevano alla messa attraverso una grata di ferro oscurata da un drappo nero. Le monache potevano accedere dal monastero alla chiesa esterna attraverso una porta loro riservata, una volta inibito l’ingresso al popolo. Il monastero aveva l’aspetto di un grande caseggiato, essendo stato ampliato in relazione all’aggregazione delle monache, cresciute nel tempo da poche unità a trentadue. Cintato da un muro di pietre e calce alto quasi tre metri, il monastero comprendeva un grande orto, posto su due balze, dove le monache coltivavano ogni tipo di verdura e ortaggi, un grande frutteto, un pozzo, una stalla con tre mucche da latte e un’asina. Adiacente all’edificio vi era un grande pollaio con decine di galline che producevano uova la cui qualità era rinomata in tutto il paese.

Il monastero di Santa Caterina era conosciuto per la salubrità del luogo posto a 630 metri di altitudine. Anche per questo molte monache erano figlie o nipoti di famiglie abbienti della diocesi di Modena, destinate ai monasteri così come i figli cadetti erano avviati alla carriera ecclesiastica e militare. Madre Agnes de Lucini, la badessa, era l’inflessibile regolatrice della vita nel monastero e guida spirituale delle monache cui la clausura imponeva di non avere contatti con il mondo esterno. Oltre alla badessa, erano autorizzate a interagire con persone esterne al monastero la madre portinaia e, in via eccezionale, la madre addetta agli acquisti di quanto necessario e alle vendite dei prodotti del monastero, verdura, frutta, uova, latte, polli. In un locale non distante dall’ingresso vi era il parlatorio dove le monache autorizzate dalla badessa potevano incontrare i parenti sotto la sorveglianza di un’altra monaca, allo scopo delegata. La visitata era separata dai parenti da una grata di ferro coperta da un drappo nero che ne lasciava intravvedere soltanto la sagoma. Qualsiasi oggetto, vivanda o altro, che i parenti avessero voluto fare avere alla monaca doveva essere consegnato alla madre portinaia per essere aperto in presenza della badessa, una volta terminata la visita. Le monache non potevano disporre di alcuna proprietà. Dovevano depositare in una stanza del monastero, all’uopo destinata, ogni oggetto, gioiello, vestito, ricordo della vita secolare, pena la violazione del voto di povertà. Inoltre, qualsiasi scritto destinato alle monache doveva essere letto in presenza della badessa o di una decana dalla stessa delegata. Allo stesso modo la risposta allo scritto doveva essere redatta in presenza delle stesse, che avrebbero provveduto alla consegna al destinatario.

Le monache giovani si dedicavano alla coltivazione e raccolta delle verdure dell’orto e della frutta (pere, mele, albicocche, pesche, fichi, uva, noci, nocciole, fragole, lamponi, mirtilli e ribes) che, per la grande varietà, era disponibile in molti mesi dell’anno. Altre monache si dedicavano alla stalla e alla mungitura, altre alla cucina o alle pulizie all’interno e all’esterno degli edifici, altre ancora alla sartoria e guardaroba, oppure alla riparazione dei sandali e degli zoccoli. Il monastero era autosufficiente sotto ogni aspetto, a meno della disponibilità di farina per il pane e di carne e pesce, di cui si faceva uso in rare occasioni. Le monache dovevano osservare strettamente la Regola di Sant’Agostino. Salvo deroghe disposte da madre Agnes, tutte le monache dovevano prendere parte alle liturgie dal primo mattino al calare del sole. Momenti di aggregazione erano il pranzo e la cena quando le monache si riunivano in silenzio nel refettorio, un grande locale con tre tavole disposte a ferro di cavallo. Alla tavola centrale sedevano madre Agnes e le decane ordinate secondo anzianità, mentre le due tavole laterali erano occupate dalle altre monache più o meno distanti dal tavolo principale in relazione all’anzianità. A turno una di queste leggeva passi del vecchio e del nuovo testamento.

La vita nel monastero procedeva senza grandi problemi e novità quando, proprio qualche giorno prima dell’arrivo del visitatore apostolico, fu turbata da un fatto, anzi due fatti gravi, che misero in grande agitazione Madre Agnes. Una decana le aveva riferito di avere saputo da una sorella che madre Matilde aveva accusato capogiri e nausee durante il lavoro e aveva dato di vomito. Anche madre Agata aveva dato simili manifestazioni. Proprio come fossero incinte! Madre Matilde, al secolo Ernesta Corradini, era la seconda figlia di un onorato consigliere del comune di Modena, avviata fin da piccola, come era in uso a quei tempi, alla vita monastica. Anche madre Agata, al secolo Giuseppina Malagoli, era figlia di uno dei maggiori commercianti della città. Perciò la badessa avrebbe dovuto essere cauta nel giudicare le due sorelle e trattare la questione con attenzione in modo da non provocare uno scandalo che sarebbe stato dannoso al monastero e a lei stessa. Convocò le due monache, separatamente, alla presenza della decana, e chiese loro se avesse fondamento la notizia della gravidanza. “Se corrispondesse a verità, avreste commesso la grave violazione del voto di castità, passibile di una punizione molto severa”. Entrambe risposero che erano state ingravidate da un malintenzionato che negarono di conoscere e, tantomeno, di potere riconoscere perché il fatto era stato commesso di notte, nell’oscurità della cucina. La badessa, sebbene non avesse creduto ai racconti, non riuscì ad ottenere niente di più dalle due monache e, per non sollevare un vespaio proprio prima della visita apostolica, tenne riservata la notizia pregando la decana di mantenere il più stretto riserbo. Il giorno seguente, la preoccupazione di Madre Agnes aumentò perché la notizia delle monache incinte era trapelata nel monastero. La badessa non riusciva a trovare una spiegazione perché era convinta che la clausura fosse ben protetta dalle tentazioni provenienti dall’esterno. Per evitare lo scandalo e l’irrogazione di provvedimenti disciplinari anche nei suoi confronti, la badessa raccomandò a tutte monache la massima riservatezza. Non avrebbero dovuto parlare di gravidanze con il visitatore apostolico e i suoi accompagnatori a meno che non fosse stata loro diretta una domanda esplicita.

Due giorni dopo, a metà mattina giunse al Sanctae Caterinae Montebellj Monasterium Monialium Ordinis S. Augustini il visitatore apostolico, mons. Giovanni Oliva, vescovo di Chieti, inviato da papa Gregorio XIII. Scopo principale della visita era verificare la corretta applicazione delle disposizioni del Concilio di Trento e degli ordini lasciati nel 1574 da mons. Sisto Visdomini, vescovo di Modena, durante la visita pastorale. Il visitatore fu ricevuto con tutti gli onori da madre Agnes e dalle decane. Per propiziare il felice esito della visita fu celebrata una messa accompagnata dal canto sublime delle monache. Subito dopo, il vescovo prese visione delle condizioni del monastero. Osservò che la manutenzione era piuttosto scadente. Gli fu risposto che ciò era dovuto alla scarsità dei mezzi a disposizione. Dopo la ricognizione, la badessa offrì nel refettorio un pranzo in onore del visitatore apostolico. Il vescovo e il vicario generale del vescovo di Modena, che l’accompagnava, sedettero al tavolo con la badessa e le decane. Gli accompagnatori pranzarono in altro locale allo scopo predisposto nell’ala del convento usata cinquant’anni prima per ospitare i fuggitivi dalla peste. Quel giorno le monache pranzarono, in via eccezionale con pesci arrostiti con salsa di fave e arrosto di carne con piselli e patate. Il vescovo si congratulò per la qualità della cucina.

Nel primo pomeriggio iniziarono le interrogationes, ovvero le interviste alla badessa e ad alcune monache, scelte a caso tra le presenti nel monastero, allo scopo di disporre di una visione d’insieme e, indirettamente, della conferma delle risposte che avrebbe dato la badessa. Per la prima volta il visitatore apostolico avrebbe utilizzato un questionario, predisposto ad hoc per la visita. La badessa fu chiamata a dare conto del buon governo, dell’entità dei redditi del monastero e di eventuali abusi nella loro amministrazione. Inoltre, le vennero rivolte domande inerenti alla vita religiosa della comunità monastica quali: possesso e osservanza della Regola anche in relazione alla conoscenza e alla recita degli uffici divini, alla vita comunitaria, ai digiuni e alle penitenze. Madre Agnes rispose senza esitazioni a tutte le domande del vescovo evitando di sfiorare il noto argomento. Il visitatore passò poi a esaminare tre monache scelte a caso rivolgendo loro domande riguardanti l’obbedienza alla badessa, l’onestà, la continenza rispetto alla clausura, la frequenza della comunione e della confessione, i contatti con il mondo esterno. Sebbene esistesse una grande preoccupazione per la condotta morale della comunità, il questionario non prevedeva domande esplicite sul tema delle gravidanze bensì il quesito: “Non ha mai avuto sentore di gravidanze all’interno del monastero?”. A questa domanda le prime due intervistate risposero negando. La prima perché non ne era effettivamente a conoscenza, la seconda mentendo, per seguire strettamente le indicazioni della badessa. La terza intervistata non riuscì a mentire, cercò di sviare il discorso rispondendo che non era a conoscenza di che cosa fosse una gravidanza perché la sua condizione non glielo consentiva. Allora il vescovo, da buon padre, le precisò: “Figlia mia, le avevo fatto tutt’altra domanda. Le avevo chiesto se avesse avuto notizia di gravidanze di monache all’interno del monastero”. A questo punto la monaca reticente dovette per forza ammettere di essere a conoscenza di una gravidanza in atto. Allora il vescovo chiese a madre Agnes di intervistare tutte le monache, compito che fu assegnato al vicario generale. Ciò comportò la modifica del programma della visita che era previsto terminasse a fine pomeriggio. Fu così necessario dare ospitalità al vescovo e alla comitiva. Allo scopo fu destinata la stessa ala dell’edificio dove avevano pranzato gli accompagnatori, dotata di solo accesso dal giardino. Alla fine degli interrogatori, che durarono tutta la giornata seguente, le due monache incinte furono nuovamente interrogate dal vescovo in presenza della badessa. Entrambe confermarono di non conoscere il malintenzionato che le aveva ingravidate e di non poterlo riconoscere perché i misfatti erano stati commessi di notte, nell’oscurità della cucina. Di conseguenza il visitatore volle che fosse compiuta un’ispezione approfondita per verificare le possibilità di accesso al monastero, cosa che fu immediatamente eseguita da due zelanti accompagnatori. Fu trovato che alcuni rami di un noce sporgevano oltre il muro di cinta del monastero in modo tale che un malintenzionato si sarebbe potuto aggrappare per scavalcare il muro. Una volta entrato nell’orto avrebbe attraversato il grande prato per raggiungere il pollaio dove una porta, chiusa dall’interno, comunicava direttamente con la cucina del monastero. Sentito questo, il vescovo diede ordine di tagliare il noce e, per sicurezza, tutti gli alberi vicini al muro di cinta. Inoltre, chiese di murare la porta che dalla cucina conduceva direttamente al pollaio. Le monache cuciniere vi sarebbero entrate passando all’esterno.

Dal canto suo madre Agnes dichiarò di non essere stata messa a conoscenza delle gravidanze. Il visitatore le lasciò il compito di dare una punizione esemplare alle due monache con la sola disposizione che, una volta partorito, fossero trasferite al monastero agostiniano di San Candido nella diocesi di Chieti. Lui stesso avrebbe dato direttive in tal senso. La badessa comminò alle due monache la stessa punizione. Fino alla data del parto sarebbero state esclusivamente destinate alle pulizie del monastero, ad attingere e distribuire l’acqua del pozzo per i fabbisogni della comunità e alla raccolta dell’immondizia e degli escrementi delle monache. Infine, il vescovo, resosi conto della situazione generale del monastero ubicato in luogo isolato e poco sicuro, con una chiesa non propriamente suddivisa tra interna e esterna, come espressamente disposto dal Concilio per le chiese dei monasteri di clausura, decise di raccomandarne la chiusura e chiedere al vescovo di Modena, superiore diretto della badessa, il trasferimento delle monache a un monastero della città. Lasciò i seguenti ordini: Essendo questo monastero non solo in luogo si può dire solitario ma secolare forma di clausura, oltre che nella chiesa si esercita la cura delle anime, Ill.mo Rev. Vescovo faccia in modo che si trasferisca alla Città e si uniscano le monache ad altri monasteri dello stesso Ordine, il che quando così al presente per qualche legittimo impedimento non si possa fare, non si manchi in questo modo di procedere alla risoluzione delle cose che ci sono parse degne di presentare rimedio.

La visita apostolica durò tre giorni e due notti. Nel primo pomeriggio del terzo giorno la comitiva lasciò il monastero. Il vescovo salutò le monache raccomandando loro di seguire scrupolosamente la Regola, di essere più diligenti nelle proprie cose e di attenersi alle indicazioni del breviario romano per quanto riguarda i canti, che dovevano essere ben eseguiti, soprattutto la mattina. Raccomandò, inoltre, che fossero solamente la portinaia e la superiora ad andare alla porta d’ingresso in qualsiasi situazione e che non lasciassero entrare alcuna persona nel monastero senza necessità. E in nessun caso dessero nel monastero ospitalità o cibo ad alcuno, soprattutto di notte.

Una volta che il vescovo ebbe lasciato il convento, madre Agnes decise di investigare a fondo il fattaccio per scoprire il gaglioffo che aveva ingravidato due delle sue monache. L’accesso al monastero non era concesso a nessuno tranne in casi eccezionali da lei stessa disposti. Chi avrebbe potuto commettere un così grave misfatto? Madre Ermenegilda, decana e madre tesoriera, fu incaricata da madre Agnes di investigare a fondo il caso. Parlò con la madre portinaia che le confermò di non avere aperto ad alcuno che non fosse stato autorizzato. Non poteva però escludere che qualcuno fosse entrato, tempo addietro, nelle due settimane in cui fu ammalata. In quel lasso di tempo si erano avvicendate al suo posto altre due monache. Madre Ermenegilda le intervistò.  Una di queste ricordò che ci furono alcuni giorni in cui il forno del monastero non funzionava e la cottura del pane, preparato dalle cuciniere, era stata affidata al fornaio del paese. “Ricordo che il figlio del fornaio, Luigi, venne a ritirare la massa da cuocere e lo feci entrare nel monastero”. “Non sai che l’ordine è di non fare accedere nessuno senza autorizzazione della badessa?”, replicò la decana. Percorrendo il vialetto del giardino Luigi aveva raggiunto la cucina ed era entrato dalla porta che dava sul cortile. Ritirata la massa da cuocere era ritornato al cancello. “L’avete accompagnato?”. “Sì, all’andata, non al ritorno perché il percorso era facile da compiere a ritroso”. “Quanto tempo si fermò in cucina?”. “Cinque minuti, poco più, così mi pare, ma non ci feci gran caso”. “Ritornò altre volte al monastero?”, incalzò madre Ermenegilda. “Sì, per tre o quattro giorni, fino a quando il forno fu riparato”. “Entrarono altri nel monastero mentre supplivi alla madre portinaia?”. “Mi pare di ricordare che entrarono due ragazzini per consegnare un attrezzo per la raccolta delle albicocche”. “Quanti anni ha il figlio del fornaio?”. “Ad occhio”, rispose la monaca, “direi pochi più di venti”. “Ah”, commentò la madre tesoriera, “non ci voleva!”.

Le monache in cucina erano cinque. Tutte le monache dovevano essere in grado di svolgere qualsiasi mansione e, come previsto dalla prassi, si alternavano in cucina ogni mese. Facendo un po’ di conti sulla gestazione delle due monache, madre Ermenegilda calcolò che il fattaccio doveva essere stato commesso qualche mese prima, al tempo in cui il forno era in riparazione. Giunse così alla conclusione che il colpevole del misfatto avrebbe potuto essere il figlio del fornaio. Di uno dei misfatti o di entrambi? E se sì, come e quando? Una delle monache incinte, madre Matilde, era di turno come cuciniera il mese in cui era avvenuto il fattaccio. Il turno dell’altra, madre Agata, era stato molto tempo prima. Come poteva essere accaduto? Allora la madre tesoriera convocò madre Matilde. Sebbene non avesse alcuna prova, le disse di essere certa che a ingravidarla era stato Luigi, il figlio del fornaio, e le intimò di confessare la verità. Esitando, la giovane monaca confermò che sì, era stato Luigi, da lei conosciuto quando la cottura del pane fu affidata al fornaio nei giorni in cui il forno era stato in riparazione. A seguito dei suoi complimenti e avance aveva acconsentito a un primo appuntamento, poi seguito da altri tre. “Quattro volte!? Dove?”, chiese madre Ermenegilda. “In cucina”. “Quando?”. “Di notte, quando tutte dormivano”. “Come?”. “Luigi scalava la cinta del convento aiutandosi con i rami di un noce che penzolavano sulla strada al di là del muro. Raggiungeva il pollaio ed entrava dalla porta che collega il pollaio alla cucina … la lasciavo socchiusa perché non facesse rumore”. “Per altre tre volte!?”, incalzò madre Ermenegilda. “Sì, a distanza di una settimana una dall’altra. Ci davamo appuntamento una volta per l’altra”. “E a madre Agata, come è successo?”. “Non so, dovrebbe chiedere a lei. So che la penultima sera in cui incontrai Luigi, madre Agata mi vide uscire dal cubicolo e mi seguì fino alla cucina. Si nascose, vide tutto e, quando Luigi se ne andò, mi affrontò e mi ricattò. Voleva provare anche lei la stessa estasi che aveva visto in me”. “Con Luigi?”, chiese con enfasi la decana. “Con lui o con un altro di bell’aspetto come lui”.

Fu così che la settimana seguente madre Matilde raccontò a Luigi l’accaduto di quella notte. Gli disse che gli voleva bene ma non se la sentiva di continuare e gli chiese di trovare un amico fidato per Agata che … voleva provare anche lei.  Luigi rispose che l’avrebbe detto a suo fratello Claudio. Loro stessi fissarono l’incontro di Claudio con Agata per la settimana seguente, con le stesse modalità. Madre Ermenegilda interrogò madre Agata che non poté che confessare tutto, il ricatto e gli incontri con Claudio, ben cinque, che terminarono non appena si rese conto di essere incinta. Madre Ermenegilda riferì tutto alla badessa che, con il cuore straziato dal dolore e soprattutto dalla vergogna, scrisse al vescovo visitatore chiedendo come avrebbe dovuto comportarsi, fermo restando che la punizione per le due monache era già stata comminata. Il vescovo rispose che, per evitare che lo scandalo si diffon-desse in tutto il paese e oltre, la badessa avrebbe dovuto informare il parroco di tutta la vicenda. Don Eugenio avrebbe dovuto parlarne confidenzialmente con i consoli e fare in modo che fosse il fornaio a infliggere la punizione ai due figli malintenzionati. Raccomandò che questi fossero allontanati dal paese ed entrassero a fare parte dell’esercito del duca Alfonso II d’Este. In tal senso si adoperò uno dei tre consoli del paese.

Le monache partorirono a distanza di qualche settimana l’una dall’altra. A parto avvenuto, secondo il volere del visitatore apostolico le monache furono trasferite al monastero della diocesi di Chieti. I neonati furono affidati alle cure di gente del paese, come avveniva per i bimbi esposti alla ruota del monastero.

Nel 1580, tre anni dopo le vicende qui raccontate, le monache dovettero abbandonare il monastero di Santa Caterina a distanza di 250 anni dalla fondazione.

I figli del fornaio combatterono per la difesa e l’espansione dei confini del ducato. Claudio morì eroicamente in una sanguinosa battaglia. Luigi ne uscì ferito ma indenne. Si fece onore e divenne un glorioso ufficiale. Un giorno, deciso di avere notizie delle due monache, si recò a Chieti, al monastero di San Candido. Seppe che le monache erano state trasferite ad altro monastero di cui, però, non riuscì ad ottenere alcun riferimento.

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