TV a colori e auto elettrica


Negli anni ’70, l’Italia decise di posticipare l’introduzione della televisione a colori. Dopo un lungo periodo di dibattito e di incertezza politica, il governo guidato da Aldo Moro decise di optare per la prudenza: austerity, attenzione agli equilibri sociali e timore di una corsa ai consumi considerata inopportuna. Una scelta apparentemente responsabile che, però, ebbe un effetto duraturo e irreversibile. Mentre il resto d’Europa e il Giappone sviluppavano tecnologie, standard e filiere industriali, l’Italia rimaneva ferma. Quando la TV a colori arrivò finalmente nel 1977, il mercato era già stato occupato. L’industria elettronica nazionale entrò in ritardo e uscì rapidamente dal mercato. Non per mancanza di capacità, ma per mancanza di tempo.

     Oggi, con l’auto elettrica, rischiamo di ripetere lo stesso errore. Anche qui si invoca prudenza, si temono gli effetti sociali e si chiede di rallentare la transizione. Nel frattempo, altri Paesi investono, producono e stabiliscono gli standard del futuro. L’Italia discute. Il punto non è se gli italiani guideranno auto elettriche: lo faranno. Il vero rischio è non saperle più produrre. Come allora, il problema non è il consumo, ma la capacità industriale. Il ritardo nella produzione di TV a colori ci ha fatto perdere un intero settore. Un ritardo nell’auto elettrica potrebbe costare molto di più, mettendo in discussione uno dei pochi grandi pilastri industriali rimasti, dalla Fiat in poi.

     Dal 2026 al 2035 l’Italia dovrebbe completare la transizione dall’auto a combustione interna a quella elettrica. Dieci anni possono sembrare molti. In realtà, per un Paese come il nostro, sono pochissimi. Una transizione ordinata richiede almeno tre condizioni: regole stabili, infrastrutture adeguate e una politica industriale coerente. Attualmente, gli incentivi cambiano continuamente, la rete elettrica fatica a coprire le zone al di fuori delle grandi città e la filiera dell’auto elettrica è in larga parte localizzata all’estero. La domanda da porsi non è se nel 2035 circoleranno auto elettriche in Italia: circoleranno. La domanda decisiva è: chi le produrrà? Se la risposta sarà “altri”, la transizione risulterà formalmente riuscita, ma industrialmente fallimentare.

     La differenza tra un’auto a combustione interna e una elettrica non riguarda solo il carburante. Riguarda la natura stessa dell’oggetto industriale. L’auto tradizionale è una macchina meccanicamente complessa: il motore termico comprende centinaia di componenti, come pistoni, valvole, albero motore, sistemi di alimentazione, accensione, scarico, raffreddamento e lubrificazione, a cui si aggiungono cambio e frizione, spesso sofisticati. Si tratta di un universo di metallo, attriti, usura e manutenzione continua che, per decenni, ha premiato la meccanica di precisione. L’auto elettrica è tutt’altra cosa. Il suo cuore è costituito da pochi elementi: il motore elettrico, la batteria, l’inverter (da corrente continua ad alternata), il riduttore e i sistemi elettronici di gestione. Le parti in movimento si riducono drasticamente, così come le vibrazioni e la manutenzione. La complessità non scompare, ma si sposta. Dalla meccanica al software, dall’officina alla chimica delle batterie, dall’ingranaggio all’algoritmo. Questo spostamento ha conseguenze industriali profonde. La filiera dell’auto elettrica richiede competenze diverse: elettronica di potenza, gestione dell’energia, controllo digitale, produzione di celle e sistemi di accumulo. Molte competenze storiche dell’auto tradizionale diventano marginali, mentre altre devono riconvertirsi rapidamente. Per questo motivo, il passaggio all’elettrico non è neutrale. Non si tratta di una semplice evoluzione tecnologica, ma di una ricomposizione del valore industriale. Chi controlla le batterie e i software controlla il futuro dell’automobile. Chi resta ancorato solo alla meccanica rischia di ritrovarsi a montare veicoli progettati altrove.

     C’è poi un fattore spesso sottovalutato: il tempo sociale. In Italia, l’auto si cambia lentamente, spesso dopo dieci o dodici anni. Molti non dispongono di un box, molti usano l’auto per lavoro e molti vivono fuori dai grandi centri urbani. Se non si trovano soluzioni praticabili, l’elettrico rischia di apparire come un obbligo imposto più che come un progresso condiviso. La storia recente offre un precedente istruttivo. Negli anni ’70, l’Italia arrivò in ritardo alla TV a colori. I televisori si diffusero, certo, ma l’industria nazionale uscì di scena. Oggi rischiamo di seguire lo stesso copione: utilizzare una tecnologia che non sapremo più produrre. Dieci anni possono bastare per cambiare la motorizzazione. Non bastano per recuperare il ritardo industriale accumulato nel tempo. Se la transizione all’auto elettrica non verrà governata, non sarà disordinata, ma semplicemente subita.

La lezione è semplice, ma spesso ignorata: la prudenza politica può trasformarsi in irreversibilità industriale.

 

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