Uomo-uomo e uomo-macchina


NOS management

Racconto inedito contenuto nel libro intitolato NOS MANAGEMENT, stampato e distribuito nel 2008 in 1.200 copie ad amici e conoscenti con il fine di ottenere donazioni per la Fondazione Ariel. La prima stesura del racconto risale all’anno 2004. Nonostante il tempo trascorso, ritengo che dalla sua lettura si possa trarre un insegnamento valido ancora oggi.  L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

NOS MANAGEMENT, di poco più di 100 pagine, conta trenta capitoli snelli che, toccando temi diversi, vogliono rappresentare la mia visone del management nel lavoro e nella vita. La copertina del libro è stata realizzata dall’arch. Renato Restelli, collega e amico. NOS MANAGEMENT sarà pubblicato e reperibile nelle librerie nei prossimi mesi.

Uomo-uomo e Uomo-macchina

Non avete mai incontrato un uomo-macchina? E’ una persona sicura di sé, in generale corretta, che possiede notevole capacità di lavoro. Svolge la sua attività con grande responsabilità, inseguendo l’obiettivo del risultato, ottenuto con la massima efficacia ed efficienza e senza guardare in faccia a nessuno. Di norma, privilegia il lavoro rispetto alla famiglia ed agli amici. L’uomo-macchina è così per natura, senza rendersene conto e, comunque, è contento della propria condizione. L’uomo-macchina si sente superiore agli altri uomini e capace di raggiungere obiettivi che gli altri potrebbero, addirittura, difficilmente concepire. Quasi sempre, assume la posizione di leader, essendo ben accetto agli altri uomini che, in generale, sono contenti di fare riferimento a un uomo di tali capacità.

L’uomo-macchina passa attraverso le avversità della vita come i personaggi di Walt Disney attraversano i cristalli, senza scomporsi, ritagliando in questi la propria sagoma. Non vede i cristalli che attraversa perché è troppo impegnato e teso a raggiungere l’obiettivo con efficienza e celerità. Sempre, una prima volta nella vita, l’uomo-macchina si trova di fronte ad un cristallo di spessore molto superiore agli altri che ha fino a quel momento attraversato. Non rendendosi conto dell’ostacolo, procede con la solita speditezza, con il risultato di rimanere spiaccicato sul cristallo, come nei cartoni animati. La sua sorpresa è notevole, data l’impreparazione all’ostacolo. In generale, la prima volta che ciò accade, l’uomo-macchina si rimette in piedi, si toglie la polvere di cristallo dai vestiti e riparte ad inseguire gli obiettivi, privilegiando la massima celerità, fino ad un probabile successivo cristallo di grande spessore che, in alcuni casi, non riuscirà purtroppo a vedere per tempo.

Il più delle volte, dopo un paio di spiaccicate nel cristallo, l’uomo-macchina si ferma a meditare, da solo o con l’aiuto di altri, e cerca di capire come e perché di quanto avvenuto. L’analisi dell’accaduto può avvicinare l’uomo-macchina alle realtà della vita, quasi sempre trascurate per disimpegnare i compiti con destrezza e celerità. L’uomo-macchina può arrivare così a sollevare il pesante velo che copre l’essenza della vita: il dolore degli ammalati, le difficoltà economiche e materiali di molte famiglie, le guerre che si combattono nel mondo, le difficoltà di coloro che non riescono a condurre una vita degna. Capisce così perché il suo modo di vivere è lontano dalle necessità degli altri uomini e che la vita merita d’essere vissuta anche per gli altri, aiutandoli a superare le loro difficoltà. L’uomo-macchina è così pronto per la conversione a uomo-uomo.

Gli uomini-uomo sono rari, come d’altra parte lo sono gli uomini-macchina. E’ possibile che alcuni uomini-uomo siano nati in tale condizione, mentre una gran parte di essi proviene dalla conversione degli uomini-macchina. Per contro, è praticamente impossibile che un uomo-uomo si converta in uomo-macchina. Gli uomini, in generale, non sono né uomini-uomo né uomini-macchina. Sono semplicemente uomini che, in molti casi, subiscono il fascino degli uomini-macchina e, in alcuni casi, apprezzano il carisma degli uomini-uomo. Alcuni uomini-macchina possono travestirsi con un vello di uomo-uomo con lo scopo di entrare in più diretto contatto con gli uomini che apprezzano l’uomo-uomo e, così, utilizzare i loro servigi. In questo caso, gli uomini-macchina travestiti sono estremamente pericolosi per gli uomini. Per contro, non è possibile che un uomo-uomo si presti al travestimento in uomo-macchina in quanto ciò è contro la sua etica.

Anch’io sono stato un uomo-macchina. Sono nato e cresciuto in quella condizione ed ho vissuto per anni contento del mio stato, anche senza conoscere l’esistenza della condizione di uomo-macchina. Ho incontrato il primo grosso cristallo a 35 anni e l’ho superato in qualche mese, riprendendo l’attività con la solita grande determinazione ed efficacia. Il secondo grosso cristallo si è presentato all’età di 42 anni e mi è costato parecchio riprendere il cammino dopo essermi spiaccicato. E’ in questa occasione che ho alzato per la prima volta il velo della vita ed ho capito l’importanza di essere uomo-uomo e di privilegiare la lealtà, la trasparenza e la generosità verso gli altri uomini. Ho potuto così guadagnare, anche grazie all’esperienza accumulata, una certa dose di carisma. La soddisfazione che è derivata dalla nuova condizione di uomo-uomo mi ha permesso di vivere con più serenità il rapporto con mia moglie e con i miei figli – che ho imparato a conoscere, purtroppo, solo da adolescenti – e dedicarmi, soprattutto nell’ultimo periodo dell’attività lavorativa, alla Sanità, settore che mi ha sempre dato grandi soddisfazioni.

Le chiavi di Portofino


Racconto inedito, di genere poliziesco, pubblicato nel libro Le chiavi di Portofino e altri racconti. Una sera due coniugi anziani ricevono la visita dei ladri nella casa di vacanze mentre si trovano al ristorante con amici. Non riescono a capacitarsi di come possa essere avvenuto il furto perché le serrande della casa erano chiuse e l’allarme inserito. Svelerà il mistero un brigadiere dei carabinieri con l’aiuto del RIS e degli stessi coniugi.

Le chiavi di Portofino e altri racconti é disponibile presso Youcanprint, Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Le chiavi di Portofino

Luca e Irene Colzani erano due anziani coniugi con buona disponibilità economica. Passavano l’estate al mare, a Portofino, ad eccezione del mese di agosto in cui andavano in montagna a Courmayeur. Stavano in un condominio esclusivo sulla collina prospiciente il porto, sopra l’Hotel Splendido, poco meno di ottanta metri sul livello del mare. L’edificio, di tre piani, aveva due appartamenti per piano. Tanti anni prima avevano acquistato i due appartamenti al primo piano, poi riuniti per creare un’abitazione ampia e confortevole. L’edificio era a gradoni. Il primo piano era arretrato rispetto al piano terreno e così il secondo rispetto al primo. Mentre i proprietari del piano terreno disponevano di un giardino ampio e ben tenuto, l’arretramento delle porzioni di edificio ai piani superiori consentiva a ciascuno dei proprietari di disporre di una grande terrazza affacciata sul golfo. Quella dei Colzani aveva una fioriera per tutta la lunghezza, larga un metro e mezzo, con piante di erica che in febbraio-marzo si coprivano di bellissimi fiori rosa. D’estate, dopo il tramonto, dalla montagna alle spalle della casa scendeva aria fresca, ideale per dormire bene, come fosse aria condizionata. La casa spaziosa permetteva di ospitare, di volta in volta per un week end o anche per periodi più lunghi, la famiglia di uno dei due figli oppure un paio di nipoti con la Tata. Il grande appartamento era di forma rettangolare con il lato maggiore di 24 metri e il minore di 12. Era diviso in senso longitudinale in due parti, suppergiù uguali. Nella prima, che guardava a sud, leggermente più larga, si trovavano in successione uno studio, un grande salotto, una sala da pranzo e un salottino per la televisione. La parte retrostante, a nord, disponeva, alle estremità, di due zone notte distinte, retaggio della riunione dei due appartamenti, ciascuna con due camere da letto e relativi bagni. Nel mezzo delle due zone notte c’erano la cucina e un grande tinello. A parte lo studio, regno esclusivo di Luca, i coniugi vivevano prevalentemente nella parte est della casa, corrispondente a uno dei due appartamenti. Utilizzavano, però, come ingresso all’abitazione quello dell’altro appartamento. La zona notte ovest, una volta destinata ai figli, era a disposizione degli ospiti.

Da più di due settimane si stavano facendo lavori di ristrutturazione in uno degli appartamenti al piano terreno. Irene si lamentava spesso con Luca dei rumori e della polvere che si depositava sulla terrazza. Nonostante le dimensioni dell’appartamento, non disponevano di personale di servizio fisso. Avevano Maria, una donna di servizio a ore la mattina, e un’altra donna, per stirare, due volte la settimana. La cucina era appannaggio di Irene, grande cuoca. Quando avevano ospiti usavano come aiuto cuoco e cameriere il marito di Maria, nel passato imbarcato su navi da crociera.

Era un sabato alla metà di luglio. Nonostante la magnifica giornata, avevano deciso di non andare alla spiaggia di Paraggi e di prendersela comoda, soprattutto perché nei weekend di luglio Santa Margherita, Paraggi e Portofino erano assaliti da torme di turisti mordi e fuggi. Inimmaginabile cosa doveva essere il mese di agosto. Per questo motivo si traferivano allo chalet di Courmayeur. Irene approfittò per fare alcuni lavoretti che aveva in sospeso, mentre Luca si dedicò a una delle sue recenti passioni, la pittura digitale, con la quale aveva realizzato apprezzabili panorami del golfo del Tigullio, del porto di Portofino e della baia di Paraggi. Per la serata Luca aveva prenotato una cena da Tripoli, a Portofino, con una coppia di amici. Prima di uscire abbassò con il telecomando centralizzato tutte le serrande, rese elettriche qualche anno prima, e inserì il sistema di allarme volumetrico che copriva tutto l’appartamento. Presero l’auto elettrica, la lasciarono in piazza all’autosilo, e raggiunsero il ristorante nella piazzetta. Salutarono affettuosamente Elio e Letizia che non vedevano da mesi. Cenarono con un ottimo antipasto di pesce e un piatto di gustose lasagne al pesto, specialità della casa. Bevvero un Pigato speciale. Dopo cena rientrarono a casa felici, contenti di avere chiacchierato a lungo con gli amici e di avere mangiato bene. Luca disinserì l’allarme e alzò le serrande delle portefinestre della sala da pranzo e della saletta della televisione. Guardarono due episodi della serie Designated Survivor e verso l’una di notte chiusero le serrande e andarono a dormire in camere separate, come facevano ormai da dieci anni. Dormivano nello stesso letto solo quando erano in viaggio, ospiti o in albergo, e il giorno dell’anni-versario di matrimonio.

Si svegliarono con l’impressione di non avere dormito bene. Irene era convinta di non avere digerito le lasagne e si lamentò con Luca che, invece, diceva di avere la testa pesante. Andarono in cucina a fare colazione. “Ieri sera, al rientro, hai lasciato il portachiavi qui, sul tavolo della cucina” disse Irene. Avevano in comune un portachiavi di pelle nera con le chiavi di casa di Milano, Portofino e Courmayeur e delle rispettive casseforti.  “Può darsi, non mi sono accorto. Le lascio sempre sulla scrivania in camera”, rispose Luca.  Poi azionò l’apertura centralizzata di tutte le serrande mentre Irene andò ad aprire le portefinestre che davano sulla terrazza. Tornando in cucina si accorse che sulla consolle del soggiorno non c’era più il vasellame d’argento. In particolare, era scomparsa l’elegante anfora sferica, alta venticinque centimetri, con due bocche opposte unite da un manico stilizzato, di finissima fattura. Era la riproduzione in argento massiccio di un originale in terracotta presente nel museo di antropologia di Città del Messico, dono di un cliente messicano ai tempi in cui Luca era amministratore delegato di una importante gruppo internazionale. Un oggetto di grande pregio.

Sconcertati, ispezionarono immediatamente la casa per vedere cos’altro mancasse. Erano scomparsi anche i servizi da tè e da caffè d’argento, doni di matrimonio degli zii di Irene. Apparentemente nient’altro. Luca ebbe, però, un presentimento: “La cassaforte!”, gridò senza rendersi conto. “Le chiavi!”. “Il portachiavi è qui dove l’hai lasciato! Stai calmo”, cercò di tranquillizzarlo Irene. “Meno male! Speriamo bene ma, … per toglierci la preoccupazione, apriamo la cassaforte”, disse Luca, agitato. La cassaforte a muro si trovava nello studio dietro un quadro incernierato alla parete. Era a prova di scasso, sicura, molto sicura … “Per la miseria, l’hanno svaligiata! Guarda Irene, hanno rubato tutti i tuoi gioielli e i miei orologi. Hanno lasciato solo i documenti! Vigliacchi!”. “Da che parte saranno entrati? Come e quando?”, domandò Irene, molto preoccupata. “Verifichiamo subito se hanno scardinato una finestra dell’area ospiti”, disse concitato Luca. Le finestre erano tutte a posto. “Da dove possono essere entrati, come e quando?”, ripeté meccanicamente Luca. “Sicuramente non sono entrati in casa quando eravamo da Tripoli. Le serrande erano chiuse e l’allarme inserito. Se fossero entrati dalla porta d’ingresso avrebbero dovuto avere la chiave e disinserito l’allarme. Perciò avrebbero dovuto disporre di uno dei codici. Chi può essere stato? … Vedi se è al suo posto la chiave con l’anello, quella che lasci sempre sul piatto d’argento sul comò all’ingresso”. “La chiave non c’è più e non c’è neanche il piattino!”, esclamò allarmata Irene. “Scomparsi? C’erano ieri sera quando siamo usciti?”. “Non ho fatto caso”, rispose Irene. “Allora, escludendo il portinaio [che disponeva di un duplicato della chiave di casa e di un suo codice d’allarme] per il quale metto la mano sul fuoco, la chiave deve essere stata rubata da qualcuno che è venuto da noi nei giorni scorsi”. “Ammesso che sia come dici, non penso che chi ha rubato la chiave abbia rubato anche il piattino d’argento”, commentò Irene. “Allora com’è possibile? Ti ricordi quando hai usato l’ultima volta la chiave con l’anello?”, chiese Luca. “Credo giovedì sera, quando ho chiuso la porta e non trovavo il portachiavi, ricordi?” “Pertanto, la chiave e il piattino sono stati rubati venerdì! Ieri non è venuto nessuno. Chi è entrato in casa venerdì? Ti ricordi?”, chiese nervosamente Luca. “Quattro persone: il giardiniere e il suo aiutante, che sono venuti per sistemare gli oleandri della terrazza e sono andati avanti e indietro un paio di volte, Maria e l’uomo dell’acqua minerale. Escludo quest’ultimo perché l’ho fatto entrare in casa con la cassa e ho atteso che uscisse dalla cucina con le bottiglie vuote. Ricordo di averlo pagato là, sulla porta di casa”, rispose Irene con grande dettaglio. “Se sei certa che venerdì non sia entrato nessun altro vuol dire che dovrebbe essere stato uno dei tre: il giardiniere, l’aiutante o Maria. Non credo però che sia stata lei. È con da noi da un bel po’ di tempo. Non penso proprio che si sia prestata a rubare la chiave”, disse Luca. “Non si sa mai. Non mi è mai piaciuta troppo. È brava ma lunatica”, commentò Irene. “Questo è vero”, aggiunse Luca, “ha anche il difetto di non rimettere a posto le cose che sposta quando fa la polvere! … Vito, il giardiniere, è una brava persona, lo conosciamo da anni. Il nuovo aiutante, però, ha una faccia che non mi piace tanto”. “Vito è anche il giardiniere del verde condominiale e dei condòmini al piano terreno”, precisò Irene. “Ad ogni modo”, continuò Luca, “chiunque sia entrato in casa, oltre ad avere la chiave doveva conoscere uno dei codici dell’allarme. Ma è inutile che ci arrovelliamo. Questa mattina vado a sporgere denuncia ai carabinieri”, concluse Luca.

Detto fatto, fece una doccia, si vestì, salì in macchina e andò al comando dei carabinieri di Santa Margherita dove era stato un paio d’anni prima quando avevano rubato a Irene la borsa col portafoglio. Attese neanche un quarto d’ora, poi un appuntato predispose con lui la denuncia e l’assicurò che si sarebbero attivati la mattina seguente. Avevano un gran daffare con i furti. Nel frattempo, aggiunse l’appuntato: “non toccassero nulla, non facessero entrare nessuno e non facessero le pulizie. Il caso non è dei più semplici. Interverranno gli specialisti del RIS, reparto investigazioni scientifiche”.

Lunedì alle 9.00 in punto giunsero a casa un brigadiere e tre specialisti in tuta e soprascarpe bianche. Mentre il RIS iniziava a fare il proprio lavoro, il brigadiere si accomodò al tavolo del tinello per approfondire il caso con i coniugi Colzani. “Sono il brigadiere Michele Rigoli. Seguirò il vostro caso fino alla conclusione. Ho studiato la denuncia e, per ora, non posso fare ancora alcuna ipotesi. Interrogheremo il portinaio, i giardinieri, le donne di servizio e il marito cameriere, ma non pensiamo che c’entrino. Dovremo approfondire la meccanica del furto. Prima di tutto alcune domande. L’elenco della refurtiva allegato alla denuncia è completo? Avete fatture che descrivono gli oggetti o, meglio ancora, fotografie?”. Luca era una persona precisa e previdente. Aveva le fotografie di quasi tutti i gioielli rubati e di alcuni pezzi d’argento, in particolare dell’anfora messicana a due bocche. Andò allo studio, prese la cartelletta con le foto e le mostrò al brigadiere. “Molto bene, molto utile. Prendo temporaneamente in consegna la cartelletta. Faremo immediatamente una ricerca presso i ricettatori abituali e vedremo cosa salterà fuori. Ritornerò mercoledì pomeriggio, quando sarà disponibile il rapporto del RIS. Oggi ne avranno ancora per tre/quattro ore. Arrivederci. “Grazie molte, brigadiere. A mercoledì”.

Gli specialisti del RIS terminarono le indagini verso le tre del pomeriggio e, vista l’ora, Irene offri loro panini al prosciutto e Coca Cola. Luca approfittò per cercare di ottenere anticipazioni. Il responsabile dei tre disse: “In via eccezionale vi posso dire che abbiamo trovato riscontri del passaggio di una persona sia sulla terrazza che in casa. Di più non vi posso dire”. Avrebbero dovuto attendere le comunicazioni del brigadiere. “Grazie anche a nome dei colleghi per gli ottimi panini! Arrivederci”. “Grazie. Arrivederci”.

Puntuale, mercoledì pomeriggio giunse il brigadiere. Disse che gli specialisti del RIS avevano trovato sulle piastrelle della terrazza leggere tracce di polvere di cemento che conducevano dalla fioriera alla portafinestra dello studio. “Hanno poi rilevato tracce lasciate da piedi scalzi dalla portafinestra a uno dei bagni dell’area ospiti, come voi la chiamate. Queste tracce si ritrovano anche in giro per l’appartamento, fino alla camera matrimoniale …”. “Dove dormo io”, lo interruppe Luca. “… poi da lì alla cassaforte nello studio. Abbiamo dedotto che il ladro abbia cercato e trovato nella camera le chiavi della cassaforte”, concluse il brigadiere. “Ecco”, interruppe di nuovo Luca rivolgendosi a Irene, “le avevo proprio portate in camera!”. Il brigadiere aggiunse: “Vorrei avere conferma che nei bagni dell’area ospiti non sia posizionato un sensore d’allarme”. Verificò. Nel bagno piccolo non c’era. “Proprio sul pulsante dello sciacquone di quel bagno”, disse il brigadiere, “il RIS ha rilevato impronte digitali diverse dalle vostre e da quelle delle donne di servizio e del cameriere. Sono molto nette e marcate. Dobbiamo ancora scoprire come il ladro abbia saputo che il bagno piccolo era un nascondiglio sicuro a sistema d’allarme inserito”. “Abbiamo fatto, comunque, un bel passo avanti”, commentò Luca. “Dimenticavo di dire”, aggiunse il brigadiere, “che non è ancora chiaro come il malvivente abbia lasciato l’apparta-mento”. “L’aiutiamo noi”, intervenne Luca, “il ladro ha usato il doppione della chiave di casa che mia moglie lascia sempre sul piattino d’argento del comò all’ingresso. Non riusciamo più a trovare né la chiave, né il piattino”. “Includerò questa precisazione nel rapporto dell’indagine.  Ritornerò domattina sul tardi e spero di darvi altre notizie. A domani” . “Grazie, brigadiere, a domani”.

“Ecco come pensiamo sia stata la meccanica del furto”, comunicò loro il brigadiere la mattina del giorno dopo, “il malvivente ha scalato la vostra terrazza dopo essere entrato nel giardino. Le tracce di polvere di cemento sulle piastrelle della terrazza dimostrano che è passato dal cantiere qui sotto. Quasi certamente ciò è avvenuto sabato dopo pranzo, quando facevate il riposino. Non visto, è passato attraverso l’erica, ha attraversato la terrazza, è entrato a piedi scalzi nello studio e ha raggiunto l’area ospiti. Lì è rimasto nel bagno piccolo per almeno otto ore, fino al vostro rientro. Non ha potuto muoversi dal bagno né quando eravate in casa, né quando siete usciti, perché sapeva che avreste inserito l’allarme, di cui aveva notato la presenza. Lì ha dovuto utilizzare il wc per i bisogni fisiologici, almeno una volta. Sebbene abbia usato guanti durante il raid nell’appartamento, non ha avuto la stessa precauzione con il pulsante del water. Ha così lasciato la firma. Purtroppo, anche l’Interpol ha confermato che è incensurato o incensurata, dato che le impronte dei piedi scalzi sono compatibili con quelle femminili”. “Molto chiaro, molto bene. Il prossimo passo?”, si entusiasmò Luca. “Dobbiamo attendere che saltino fuori i ricettatori. Non appena avremo notizie mi farò sentire”.

Una settimana dopo fu individuato a Genova un rigattiere che aveva in bella mostra, in vetrina, l’anfora messicana. Un pezzo non comune, se non unico, in Italia. Interrogato dai carabinieri, il rigattiere confessò di avere acquistato il pezzo da un collega che gli aveva detto che proveniva dalla svendita degli argenti di un’anziana signora. Il collega confessò, invece, di avere acquistato l’anfora da una giovane, di bella presenza, cortese, dalla quale aveva saputo che era un pezzo di pregio che la madre voleva vendere per necessità. Così fu incastrata Gabriella Staglieno, ginnasta, studentessa fuoricorso all’università di Genova, che confessò di avere architettato e compiuto il furto. Per necessità, disse, aveva bisogno urgente di soldi. Le impronte rilevate sul pulsante dello sciacquone coincidevano al 98,9% con le sue. Durante un sopralluogo in casa della madre anziana, all’oscuro delle malefatte della figlia, in fondo a un cassetto, i carabinieri trovarono la chiave con l’anello.

Il brigadiere andò a riferire ai Colzani gli sviluppi conclusivi dell’indagine. Riportò la chiave e, per sicurezza, raccomandò loro di cambiare la serratura della porta d’entrata. Comunicò che la Staglieno aveva confessato di essersi travestita da muratore e, approfittando del sabato pomeriggio, quando i lavori di ristrutturazione erano sospesi, essere entrata nel giardino della casa, avere avvicinato alla parete il trabattello dell’impresa e averlo usato per salire sulla terrazza. Attraversando con cautela l’erica aveva raggiunto una portafinestra aperta e, toltesi le scarpe, si era rapidamente nascosta in un bagno della parte dell’appartamento che la signora le aveva segnalato essere utilizzata saltuariamente dagli ospiti. Informazione che le era stata data tre settimane prima quando aveva fatto il giro della casa spacciandosi per un’ispettrice dell’ASL mandata a verificare che i bagni rispettassero le norme. “Ora ricordo”, disse Irene rivolta a Luca, “fu quel giorno che andasti a Milano al consiglio di amministrazione”. “Non mi hai mai detto nulla, però”. “Sì, è vero, me ne sono dimenticata”. “Irene, Irene, … la memoria non è un optional!”. “Non si adiri troppo dottor Colzani, dopotutto questo è uno dei pochi casi risolti in poco tempo”. “È vero, non me la dovrei prendere e tantomeno con la mia cara moglie”.

I coniugi si dichiararono molto soddisfatti anche perché, per limitare i capi di imputazione, la Staglieno aveva confessato i nomi dei ricettatori e così era stata rintracciata gran parte della refurtiva. “Mi dimenticavo di dirvi che la Staglieno aveva un complice”, aggiunse il brigadiere, “il fidanzato. L’aveva convinto ad accompagnarla in auto da voi, fare da palo mentre entrava nel giardino e scalava la terrazza, e ad attenderla in strada fino a notte inoltrata. Ora il fidanzato è nelle grane anche perché l’ha condotta a Genova dai rigattieri e dai ricettatori. Troppo innamorato!”. “Poverino”, chiosò Irene. “Se posso, brigadiere, mi potrebbe togliere una curiosità: come mai hanno rubato anche gli argenti e non solo l’oro?”. Il brigadiere rispose che a questa domanda, peraltro più che lecita, la Staglieno aveva dichiarato che il suo obiettivo era l’argenteria che aveva notato durante il finto sopralluogo. Una volta avvicinato alla porta d’ingresso il sacco dove aveva riposto con cautela gli argenti, era ritornata sui propri passi per verificare di non avere lasciato nulla di valore. Così aveva notato nello studio un quadro incernierato alla parete, da questa leggermente staccato, dietro il quale c’era una cassaforte con apertura a chiave. Si era messa a cercare la chiave nello studio, poi si era ricordata di avere notato, sempre durante il sopralluogo, un portachiavi di pelle nera sulla scrivania della camera matrimoniale. Cautamente si era avvicinata alla camera, la porta era aperta, era entrata e aveva preso il portachiavi, poi lasciato sul tavolo della cucina. “Ora avrei io un’altra domanda, brigadiere”, chiese a sua volta Luca. “La ragazza … come poteva essere certa di riuscire a lasciare la casa, una volta riunita la refurtiva?”. Il brigadiere rispose dicendo che la Staglieno, prima di rinchiudersi nel bagno della zona ospiti si era impossessata della chiave con l’anello, tipica di porta blindata, che aveva notato sul piattino durante il finto sopralluogo. Aggiunse che, se non l’avesse ritrovata, la Staglieno sarebbe ritornata sui propri passi e il furto non avrebbe avuto luogo. “Ora è tutto chiaro! Caso risolto, vero brigadiere? Grazie siete stati bravissimi!”, esclamò Luca. “Dovere. Grazie a voi per la collaborazione”.

Project Management per esordienti e curiosi


La nuova edizione di Project Management per esordienti e curiosi é disponibile presso Youcanprint, Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. Di seguito troverete l’Indice del libro e un estratto di quattro capitoli. Nel libro sono presenti illustrazioni create dall’arch. Palmieri. La copertina è stata realizzata da un dipinto di mio fratello Marco, pittore. L’editing è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Indice

Premessa

Introduzione

Il Project Manager

L’orchestra

Le qualità del Project Manager

Project management: processo, metodo e arte

Le 3 P

Il Proposal Manager

Il contratto con il Cliente

Il passaggio delle consegne

Impostazione del progetto

Procedura di commessa

Riunioni di coordinamento e verbali

Organizzazione della commessa

Programmazione

Preventivazione

Servizi di Ingegneria

Procurement

Construction

Conclusione del progetto

Project Control

Quality Assurance

Health, Safety & Environment

Costi, Tempi e Qualità

Project Finance

Organizzazione del development

Realizzazione e gestione

Guardare avanti

Gestione del Rischio

Le cose impossibili

Il messaggio a García

Il paradosso di Solow

Appendice

Ringraziamenti

Prefazione di Roberto Mori all’edizione 2012

L’orchestra

Il Project Manager è il Direttore dell’orchestra. L’orchestra è il Team di progetto, le prime parti sono le figure chiave del Team, i collaboratori stretti del Project Manager: il Project Engineer, il Procurement Coordinator, il Construction Manager e il Project Controller. Altre figure importanti, che di norma dipendono da funzioni centrali della Società E&C, seguono la garanzia della qualità [Quality Assurance – QA] e la gestione di Salute, Sicurezza e Ambiente [Health, Safety, Environment – HSE] della commessa.

8CCE7E49-F65A-4099-BCB6-BA0A4B11FF07.jpegL’orchestra dà il massimo di sé sotto la guida del Direttore. Le prime parti sono elementi indispensabili. Occasionalmente, in temporanea assenza del Direttore, una di esse dirige l’orchestra. Passando dalla metafora alla realtà, quali sono in essenza le funzioni dei quattro collaboratori chiave del Project Manager?

Project Engineer: è responsabile dell’esecuzione della progettazione e del mantenimento del budget e dei tempi di predisposizione della documentazione tecnica. Coordina l’attività di ingegneri, architetti, progettisti e, in generale, del personale addetto alla progettazione. Unisce alla capacità di gestione delle risorse umane, un’esperienza diversificata nelle aree di progettazione: architettonica, civile, strutturale, meccanica, elettrica e strumenti.

Procurement Coordinator: è responsabile del coordinamento delle attività tra il Team di progetto e il Procurement, la funzione centrale dell’azienda dedicata agli acquisti e appalti. È responsabile del controllo del mantenimento del budget e del programma del procurement, dall’acquisto delle apparecchiature, macchinari e materiali fino alla loro messa a disposizione nel magazzino di cantiere. Di norma è anche responsabile delle trattative con le imprese per l’assegnazione degli appalti delle opere civili e strutturali e dei montaggi elettrici e meccanici.

Construction Manager: è responsabile del rispetto dei tempi di costruzione stabiliti nel programma di realizzazione, così come del mantenimento del budget della construction. Generalmente, per contratti di piccola/media dimensione (fino a qualche decina di milioni di Euro) il ruolo del Construction Manager è assunto direttamente dal Project Manager, coadiuvato da un esperto Capo Cantiere. Per i contratti di dimensione superiore, la posizione di Construction Manager è assunta da un’abile tecnico che possiede grande esperienza di cantiere, acquisita inizialmente come supervisore di specialità (civile, strutturale, meccanica, elettrica), poi di area di cantiere e, infine, come Capo Cantiere.

Project Controller: ha il tableau de bord della commessa. È responsabile: (a) del controllo dei costi con riferimento al preventivo esecutivo predisposto dalla Preventivazione [Estimating] e (b) del controllo dell’avanzamento del progetto e del rispetto del programma contenuto nel contratto con il Cliente, predisposto dalla Programmazione [Planning]. Preventivo e programma sono di norma approvati dal Project Manager e dal Direttore Operativo.

È da ricordare, inoltre, come parte integrante del Team di pro-getto, la segretaria di commessa, di solito una signora di grande esperienza e capacità, che ha il compito di gestire la corrispondenza e l’archivio, organizzare riunioni, prenotare viaggi, pranzi di lavoro e. in generale, dare supporto e assistenza ai componenti chiave del Team. Una segretaria di commessa capace e organizzata dà un contributo molto importante alla buona riuscita del progetto.

In alcuni casi, partecipa all’orchestra un solista , di solito un abile violinista, invitato a eseguire alcuni brani difficili, nell’attuazione dei quali è un gran maestro. Fuori dalla metafora, il solista vuole rappresentare un famoso architetto, esterno alla Società E&C, chiamato a dare un tocco magistrale all’opera da realizzare [Opera]. L’architetto esterno è in alcuni casi un archistar. Il suo affiancamento al Team del Proposal Manager è molte volte decisivo per l’acquisizione del contratto. Altre volte, l’architetto è indicato dal Cliente, a seguito di selezione realizzata mediante un Concorso di idee, gara che ha per oggetto la presentazione di un’idea progettuale e non di un progetto vero e proprio. Di norma il rapporto con l’archistar è tenuto dal Project Manager oltre che dal Project Engineer, anche allo scopo di monitorare il delicato mantenimento di buone relazioni tra l’archistar e il gruppo di progettazione.

Servizi di Ingegneria

Per ingegneria [Engineering], o meglio. servizi di ingegneria, s’intendono tutte l’attività soft che concorrono alla realizzazione del progetto, quali: progettazione vera e propria, project management, programmazione, preventivazione, procurement, construction management e supervisione alla costruzione, project control, Quality Assurance e Health Safety & Environment.

Le attività di project management, programmazione, preventivazione sono state introdotte ai capitoli precedenti. Le altre, a meno della progettazione di seguito presentata, sono trattate ai prossimi capitoli.

La progettazione è la macro-attività cardine della realizzazione del progetto. In mancanza di sua definizione, è possibile produrre unicamente, essendo note le caratteristiche dell’opera da realizzare ed essendone capaci, un programma generale di realizzazione molto preliminare e un preventivo dei costi parametrico e di larga massima.

Ai due precedenti capitoli abbiamo visto che programmi e preventivi affidabili possono essere costruiti solo dopo aver completato il livello di progettazione corrispondente. Di seguito è descritto lo sviluppo della progettazione relativamente a ciascun livello.

Il termine progettazione concettuale [conceptual design] è utilizzato in fase d’ideazione del progetto. Talvolta è lanciato un Concorso d’idee con il fine di ottenere e valutare proposte progettuali, prevalentemente di livello architettonico, che consentano di definire l’Idea progettuale che sarà sviluppata ai successivi livelli di progettazione. Al Concorso d’idee partecipano solitamente architetti di fama nazionale o internazionale. Di norma, al vincitore è assegnato un contratto di progettazione in affiancamento al Team di progetto. Per un ospedale di media dimensione, la progettazione concettuale, che è il livello di dettaglio minimo indispensabile per predisporre un preventivo di offerta, consta di 15-20 elaborati.

All’approvazione della progettazione concettuale segue lo sviluppo della progettazione preliminare [preliminary design] che definisce la parte architettonica, civile, strutturale e impiantistica ad un livello tale da consentire l’elaborazione di un programma e preventivo preliminari. Sempre per un ospedale di media dimensione, gli elaborati di progettazione preliminare, che contengono disegni e relazioni di calcolo, sono 40-50.

A seguito dell’approvazione della progettazione preliminare, è predisposta la progettazione definitiva [basic design]. A questo livello, la progettazione prevede l’esecuzione di disegni ed elaborati quali relazioni di calcolo, specifiche tecniche e capitolati, che consentono di procedere, tramite il Procurement, alle richieste di offerta per le apparecchiature, macchinari e materiali nonché per gli appalti di costruzione e montaggio. Per lo stesso ospedale di media dimensione, il numero degli elaborati riguardanti questo livello di progettazione è circa 120-150.

Parallelamente allo sviluppo della progettazione definitiva, è predisposto il progetto per autorizzazioni, finalizzato ad ottene-re il Permesso di Costruire da parte dell’Amministrazione Comunale con l’approvazione degli altri enti coinvolti (Vigili del Fuoco, ASL, etc.). Sempre per lo stesso ospedale, il progetto per autorizzazioni consta di 30-40 elaborati.

Le offerte dei Fornitori, ricevute a seguito dell’emissione delle richieste d’offerta basate sulla progettazione definitiva, sono utilizzate per costruire il preventivo definitivo del progetto, come descritto al precedente capitolo Preventivazione. Talvolta, il preventivo definitivo elaborato dalla Società E&C viene condiviso con il Cliente che ha il diritto di accedere ai dati e informazioni durante la sua elaborazione. In tal caso il preventivo definitivo è detto Open Book Estimate [OBE ]. Spesso il preventivo OBE è utilizzato dal Cliente come riferimento per definire l’importo del contratto Lump Sum Turn Key o Cost Plus Fee per la realizzazione del progetto.

Infine, approvato il preventivo definitivo, si passa alla elaborazione della progettazione esecutiva [detailed design] che preve-de lo sviluppo di dettaglio della progettazione definitiva. La stessa progettazione esecutiva è utilizzata per aggiornare la documentazione per la stesura finale degli ordini e contratti con i Fornitori e gli Appaltatori prescelti. In questa fase, la progettazione esecutiva degli impianti collegati alle apparecchiature e macchinari è strettamente connessa alla disponibilità dei disegni prodotti dai Fornitori, come descritto al seguente capitolo Procurement. Per un ospedale di media dimensione, i disegni e gli elaborati di progettazione esecutiva si possono stimare in 300-350.

Per tutti i livelli di progettazione è fondamentale che il progetto fisico dell’Opera evolva parallelamente al progetto di gestione dell’iniziativa. Un’iniziativa di successo è sicuramente figlia dello sviluppo parallelo dei due progetti .

Inoltre, è più che raccomandabile che almeno un futuro supervisore di cantiere per ciascuna specialità (civile, strutturale, elettrica e meccanica) partecipi alla progettazione, apportando la propria esperienza. La partecipazione: (a) consentirà ai futuri supervisori una maggiore conoscenza del progetto, (b) renderà più fluido il passaggio dalla fase di progettazione a quella di construction e (c) faciliterà l’esecuzione delle operazioni di costruzione/montaggio in cantiere.

È da ricordare la progettazione di cantiere [Field engineering], che potrebbe essere elencata alla fine dei livelli di progetta-zione sopra ricordati. Consiste essenzialmente:

– nel supportare il Construction Management nell’interpreta-zione della progettazione esecutiva e di quella di costruzione/montaggio (predisposta dagli Appaltatori);

– nel progettare varianti progettuali che consentano di risolvere in cantiere situazioni critiche dovute, ad esempio, a interferenze ed errori di progettazione.

Di norma il gruppo di Field engineering ha base in cantiere, negli uffici a disposizione della Construction, ed è (o dovrebbe essere) composto in gran parte da personale che ha preso parte allo sviluppo della progettazione.

Vale la pena, infine, evidenziare la differenza esistente tra progetto e progettazione. In inglese project sta per progetto/iniziativa, mentre design sta per progettazione. Alcune volte si utilizza il termine progetto quando invece si dovrebbe usare progettazione. Si dice, ad esempio, progetto di dettaglio quando sarebbe più appropriato dire progettazione di dettaglio [detailed design].

Un flash back

Dal 1975 al 1977 fui Responsabile della Progettazione (Ufficio Tecnico) di Techint Milano, a quel tempo composto da circa 200 unità, di cui 70 specialisti (ingegneri e periti) e 130 progettisti e disegnatori. Rientravo da Città del Messico, dove avevo passato due anni nella stessa posizione. Ricordo che uno specialista col quale stavo facendo conoscenza, sapendo la mia provenienza ma non essendo al corrente dei miei precedenti, mi disse: “Però … parla molto bene l’italiano!”. Giovane ingegnere di poco più di trent’anni, i tre anni passati come Capo dell’Ufficio Tecnico di Techint Milano furono molto formativi e mi consentirono di approfondire, oltre agli aspetti tecnici, i temi della gestione del personale e del problem solving. Dedicavo il mio tempo prevalentemente a gestire i rapporti con:

– i Clienti, partecipando alle riunioni alle quali erano presenti i Project Manager;

– i Project Manager e i Project Engineer delle Divisioni che utilizzavano i servizi della Progettazione;

– le sezioni dell’Ufficio Tecnico (civili, strutturisti, impiantisti, macchinisti, meccanici, elettrici, strumentisti) e il personale tecnico in generale.

A quei tempi non esistevano computer, CAD e gli altri mezzi di progettazione. Regnava la carta da lucido sulla quale:

– i progettisti e i disegnatori eseguivano i disegni utilizzando i tecnigrafi ;

– le segretarie battevano a macchina i documenti (specifiche, capitolati, memorie di calcolo, etc.) scritti a mano dagli specialisti.

FF3216B8-559D-446F-B17D-056B9A5EBBD4L’utilizzo della carta da lucido era obbligato dalla necessità di riprodurre il contenuto con i sistemi di stampa allora disponibili. I documenti su carta da lucido erano poi archiviati con cura: i disegni in apposite cassettiere, gli altri documenti in raccoglitori posti in armadi.

03B363ED-ACB2-42C4-BBA0-7A668E437A6AOggi i metodi di progettazione sono talmente differenti da quelli in uso quarant’anni fa, da far ipotizzare che sia intervenuto nel frattempo un enorme incremento di produttività. Il tema è ripreso più avanti al capitolo Il paradosso di Solow.

Le cose impossibili

Dice un proverbio cinese: le cose impossibili sono richieste da chi non sa come fare per realizzarle e sono realizzate da chi pensa di non essere in grado di condurle in porto.

“Dobbiamo sottoscrivere il contratto di appalto per l’esecuzione delle opere civili”, dice il Project Manager di un importante progetto al suo assistente. “È necessario, però, che l’impresa accetti una riduzione pari al 6% dell’importo dei lavori”. “Sì”, risponde l’assistente, “avendo però partecipato alla trattativa, ritengo che sia praticamente impossibile che l’impresa accetti. La discussione sui prezzi è stata lunga e laboriosa e, inoltre, abbiamo già ottenuto consistenti riduzioni”. “Non importa, un’altra riduzione di prezzo è troppo importante per il mantenimento del budget della commessa. D’altra parte, ritengo che la nostra proposta possa essere accettata. Quindi, per favore, prendi contatto con il direttore generale dell’impresa e vedi di raggiungere l’accordo in tempi brevi”. “Sì, però …”. “Non preoccuparti, prendi contatto con l’impresa”, conclude il Project Manager.

L’assistente, abituato a risolvere ogni tipo di problema per conto del capo, risponde che farà tutto il possibile, essendo però in cuor suo quasi certo di non riuscire a fare accettare all’impresa un’ulteriore riduzione dell’importo dei lavori. Dopo una serata trascorsa a valutare possibili approcci alla trattativa, la mattina, al risveglio, ha un’ispirazione. Prende contatto con il direttore generale dell’impresa, lo informa della necessità della nuova riduzione di prezzo e gli suggerisce come procedere per assorbire l’impatto della riduzione. Inoltre, gli chiarisce che l’accettazione della richiesta è essenziale per arrivare in tempi brevi alla sottoscrizione del contratto. Dopo una pausa, il direttore generale accetta, chiedendo che la firma del contratto avvenga entro il termine massimo di quindici giorni. È un grande successo per l’assistente che si reca dal capo e racconta sinteticamente com’è arrivato all’accordo. “Bene” commenta il Project Manager “Te l’avevo detto che saresti riuscito”.

Talvolta, i capi chiedono ai collaboratori di raggiungere obiettivi che sono difficili da ottenere o che, addirittura, sembrano impossibili. Per contro, in generale, molte volte sottovalutiamo le nostre capacità rispetto ai compiti che ci vengono assegnati. Soprattutto all’inizio della carriera non riusciamo a valutare bene la nostra capacità di risolvere situazioni che appaiono difficili, soprattutto perché poco o per niente a noi conosciute. Nonostante l’insegnamento del Messaggio a García sono sempre stato partigiano della completezza della delega soprattutto a favore di un più immediato raggiungimento dell’obiettivo: informare bene il delegato, spiegandogli le motivazioni, e dotarlo degli strumenti per ottenere il risultato come se fossimo noi a doverlo conseguire. Devo però confessare che, soprattutto negli ultimi anni di attività, ho delegato la soluzione di problemi ad alcuni collaboratori con esperienza, senza fornire loro troppe spiegazioni, dicendo loro “Vedrai, sono sicuro che otterrai il risultato”. E devo ammettere che, in generale, anche questo approccio funziona bene.

Il messaggio a García

Dal 1970, anno del mio ingresso nel Gruppo, l’appartenenza a Techint ha sempre costituito motivo di orgoglio nei confronti di dipendenti di altre aziende. Noi, giovani di allora, eravamo fieri di lavorare per un Gruppo nel quale era lasciato ai collaboratori – collaboratori e non dipendenti – ampio spazio per sviluppare capacità ed esperienze. Non esisteva burocrazia nel lavoro. Al di là delle procedure organizzative e degli ordini di servizio, non erano ancora state create procedure codificate per l’esecuzione delle commesse. Realizzavamo la nostra attività contando sulla tradizione orale dei capi e sulla volontà, disponibilità ed entusiasmo di tutti. Eravamo consci che stavamo contribuendo a realizzare qualcosa di importante e che avremmo acquisito un ruolo di rilievo nell’azienda. Tutto ciò aveva permesso, ai migliori di noi, di assumere in tempi brevi posizioni sempre più importanti.

A rappresentare lo spirito Techint di allora era spesso portato come esempio Il messaggio a García. Nel 1898, durante la guerra Ibero-Americana, fra Spagna e USA, il Dipartimento di Stato americano ebbe necessità di comunicare in tempi brevi con il capo degli insorti cubani, tale generale García. Il generale si trovava all’interno dell’isola di Cuba, in una località sconosciuta della Sierra. Nessuna lettera spedita per posta, nessun telegramma avrebbe potuto raggiungerlo, ma il Presidente USA doveva assicurarsi, con urgenza, la sua collaborazione. Come fare?

Qualcuno disse: “C’è un certo Rowan che si offre di andare a cercare García e fare di tutto per trovarlo”. Fu chiamato il tenente Rowan e il Presidente gli affidò una lettera da consegnare al generale. Non occorre raccontare per filo e per segno come Rowan prese la lettera, arrivò rapidamente in barca al largo della costa cubana, vi approdò di notte, scomparve nella Sierra e tre settimane dopo ricomparve sul lato opposto del-l’isola, dopo avere attraversato a piedi un paese nemico e avere consegnato la lettera a García. Ciò che piace ricordare è che Rowan, senza perdersi in inutili domande come: “Chi è questo García?”, “Dov’è questo García?”, “Cosa dice la lettera?”, “Perché è urgente?”, partì e consegnò la lettera.

Molte volte, allora, di fronte all’indecisione di qualcuno nell’assumere una delega, o nel caso di azioni o attività non portate a termine nei tempi canonici o, ancora, nel caso di problemi non risolti in forma compiuta, veniva ricordato Il messaggio a García come esempio di spirito di iniziativa, di autonomia nell’azione e di soddisfacimento completo della delega.

Project Management per esordienti e curiosi


È disponibile la nuova edizione di Project Management per esordienti e curiosi presso Youcanprint, Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. Di seguito riporto la Premessa e l’Introduzione al libro rimandando a un secondo tempo la pubblicazione dell’Indice e di alcuni capitoli. L’editing è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Project Management per esordienti e curiosi

Premessa

Project Management per esordienti e curiosi è la pubblicazione aggiornata e ampliata del libro che, con lo stesso titolo, fu stampato e distribuito nel 2012 a centinaia di persone del mio entourage con l’invito a contribuire con una donazione alla Fondazione Ariel . Il libro faceva seguito a un altro, intitolato NOS Management, stampato e distribuito nel 2008 con il medesimo obiettivo, nel quale avevo riunito argomenti attinenti alla mia vita professionale e sociale . NOS Management voleva essere fonte d’ispirazione per i giovani che si affacciavano la prima volta sul mondo del lavoro, in particolare per coloro che entravano a fare parte del Gruppo Techint, con il quale collaboro dal 1970.
Alcune persone alle quali fu distribuito NOS Management mi raccomandarono di scrivere un secondo libro dedicato esclusivamente al project management. Fu così che scrissi Project Management per esordienti e curiosi, cercando di dare al libro un’esposizione chiara e semplice in modo che potesse avere allo stesso tempo finalità educative e divulgative, senza la pretesa di essere un testo scientifico o, tantomeno, un manuale.
Educative, per i giovani ingegneri, architetti, fisici, biotecnologi, economisti e avvocati che vogliano entrare nello spirito del project management e apprenderne il linguaggio, in vista di una futura occupazione in questo ambito. Divulgative per tutti quelli che, al di fuori dell’attività professionale desiderino entrare in contatto con il project management. Ritengo che molti si stupirebbero di quanto l’argomento possa essere utile per organizzare e semplificare molti aspetti della vita quotidiana.

Desidero ringraziare ancora gli amici e i colleghi di Techint e Humanitas, citati all’Appendice Ringraziamenti, che nel 2012 commentarono le bozze della prima edizione di Project Management per esordienti e curiosi dando suggerimenti molto utili alla stesura del libro. Ringrazio mio fratello Marco, pittore, per la bella immagine di copertina e Daniele Palmieri, architetto, per avere disegnato con perizia le illustrazioni del libro, già presenti nella precedente edizione.
L’attuale edizione di Project Management per esordienti e curiosi è posteriore alla pubblicazione di Project Management per tutti, terzo libro scritto nel 2016 a seguito dell’intuizione di alcuni amici che mi pregarono di rappresentare il project management applicato alla vita corrente in cui tutti potessero riconoscersi. Pertanto, Project Management per tutti ha la finalità della grande divulgazione e l’ambizione di essere letto e compreso anche da persone solamente interessate ad apprendere cose nuove .
La comprensione del testo sarà facilitata dalla lettura dell’Introduzione. Segnalo inoltre che il libro contiene settanta note a piè pagina la cui lettura è raccomandata a chi vuole approfondire gli argomenti. Il lettore curioso potrebbe farne a meno, rimandando a un secondo tempo l’eventuale approfondimento.

Introduzione

Il libro è dedicato al project management e, in particolare, al Project Manager di una società di Engineering & Construction [da qui in avanti denominata Società E&C].
La Società E&C assume contratti per la realizzazione di un progetto, inteso come impianto o infrastruttura, usualmente con il ruolo di General Contractor, responsabile della realizzazione delle attività di servizi di ingegneria, acquisti/appalti e costruzione. In generale, il General Contractor prende a carico i rischi di mantenimento (a) della qualità del progetto, (b) dell’importo contrattuale e (c) del programma di realizzazione, in cambio di un prezzo fisso o di altro prezzo contrattuale. La Società E&C ha un’organizzazione adeguata alla realizzazione di contratti per progetto o, come si dice, per commessa . Nella lettura del libro è opportuno tenere presente quanto segue:
– nella realizzazione di un progetto sono distinguibili tre fasi: ingegneria, procurement (acquisti e appalti) e construction;
– per ingegneria, o meglio, servizi di ingegneria, si intendono tutte le attività soft legate alla realizzazione del progetto, di cui la progettazione è una parte importante;
– un progetto è descritto, definito e determinato dalle così dette 3 P: Progettazione, Programmazione e Preventivazione. Queste tre attività sono fondamentali per l’impostazione e lo sviluppo del progetto. È possibile affermare che non esiste progetto se non in presenza di tutte le 3 P.
– per controllare un progetto è necessario gestire una terna di variabili interdipendenti: Costi, Tempi e Qualità. Compito del Project Manager e del suo Team è fare sì che queste variabili siano tra loro bilanciate.
– la progettazione può essere suddivisa nei seguenti cinque livelli: concettuale, preliminare, per autorizzazioni, definitiva, esecutiva o di dettaglio.
– la Società E&C cui si fa riferimento è di media dimensione. La sua organizzazione prevede un Amministratore Delegato cui riportano il Direttore Commerciale e il Direttore Operativo ai quali rispondono rispettivamente i Proposal Manager e i Project Manager.
– sebbene nella vita professionale mi sia occupato di diversi settori di attività (siderurgico, petrolchimico, manifatturiero, infrastrutture e sanità), il progetto cui fa riferimento il libro risente molto delle tipicità del settore sanità al quale ho dedicato quindici anni nel periodo 1988-2012.
– l’Opera alla quale si fa riferimento, è l’impianto, ospedale o infrastruttura la cui realizzazione è oggetto del progetto.

Il primo capitolo del libro è dedicato alla figura del Project Manager che, coadiuvato dal Team di progetto, ha la responsabilità della gestione e del coordinamento della commessa. Al Project Team è dedicato il capitolo L’Orchestra, nel quale si evidenzia come il successo di un progetto sia in gran parte ascrivibile allo spirito di squadra esistente tra il Project Manager e i suoi collaboratori più stretti. Seguendo un filo rosso, la parte centrale del libro tratta dell’arco delle attività che vanno: (i) dall’acquisizione del contratto col Cliente all’organizzazione e impostazione della commessa, e (ii) dall’inizio della realizzazione del progetto, al suo completamento.
Grande attenzione è dedicata anche alle attività di staff quali preventivazione e programmazione, project control, garanzia della qualità, Salute, Sicurezza e Ambiente, essenziali per consentire al Project Manager la visione globale del progetto.
Segnalo due capitoli che riguardano temi attuali:
> Project Finance, con la visione a vita intera del progetto, ovvero dalla fase di promozione a quelle di realizzazione e gestione dell’iniziativa;
> Gestione del Rischio, indispensabile per valutare a fondo l’opportunità di partecipare a una gara o, in generale, di predisporre l’offerta per la realizzazione di un progetto. La gestione del rischio è anche, come si vedrà, un utile strumento di decisione durante la realizzazione del progetto.

Per finire, una raccomandazione agli aspiranti Project Manager. Nel corso degli anni e dei progetti che realizzerete, maturerete competenze ed esperienze utili, se non fondamentali, a prendere decisioni corrette nei momenti critici. Nello stesso tempo vi renderete conto che il Team di progetto, i Fornitori, il Cliente, e in generale tutti coloro che sono definiti gli StakeFonalitàholder dell’iniziativa, sono esseri umani con pregi, difetti, limiti e caratteristiche culturali diverse, con le quali dovrete rapportarvi. Questo è un aspetto che non deve essere sottovaluto perché assume un’importanza rilevante nella gestione del progetto. A differenza della conoscenza degli aspetti tecnici e di management che si acquisiscono nel tempo, la sensibilità a questo aspetto fa parte del lato artistico del carattere, più o meno innato, che è molto più difficile da conquistare.

La trattativa (Stella)


Racconto pubblicato sul libro intitolato La moglie nuora e altri racconti. narra la storia di un Amministratore Delegato di una società di ingegneria che si trova a Mosca per partecipare in consorzio con altre due società a un’importante trattativa che si sta protraendo nel tempo. Una bella ragazza bruna che conosceva da tempo gli chiede di sposarla. Rifiuta essendo felicemente sposato con prole. La stessa ragazza, comparsa inaspettatamente al tavolo della trattativa, in separata sede, gli indica come arrivare a ottenere il contratto. I consorziati seguono le indicazioni e concludono positivamente la trattativa. La moglie nuora e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto differisce da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

La trattativa

Correva l’anno 1984, in Unione Sovietica, un anno prima dell’avvento della Glasnost, la trasparenza. Nel mese di marzo, su un jet executive – sei posti passeggeri, più piloti e una hostess – in volo da Mosca a Milano, via Varsavia, si stava concludendo una partita a scopone. Da una parte Enrico e Daniele, rispettivamente presidente e amministratore delegato di un noto gruppo di zuccherifici con sede a Bologna; dall’altra Stefano, presidente di una delle più conosciute società di costruzione milanesi, e Cesare, amministratore delegato di una società di ingegneria internazionale con base a Milano. Bologna contro Milano, verrebbe da dire.

“Settebello!”

“Scopa!”

“Settebello cento scope”

“Contiamo i punti: noi: ori, carte, una scopa, voi: primiera e settebello. Abbiamo vinto!”

Vinsero i milanesi per 21 a 19 punti. Una vittoria di misura che faceva seguito al grande successo nella conclusione della trattativa con l’Agenzia di stato sovietica per il commercio estero, delegata alla negoziazione dei contratti internazionali. Seguì un brindisi con vodka ghiacciata offerto dall’hostess.

Enrico, in previsione della possibile conclusione della trattativa, aveva pensato di affittare un jet executive – la cui spesa sarebbe stata poi suddivisa con gli altri compagni di volo – invece di sobbarcarsi il solito viaggio Milano-Mosca-Milano via Vienna, più lungo e con orari di imbarco fissi. Inoltre, sul jet avrebbe messo a punto con i colleghi la strategia della trattativa che questa volta sperava si sarebbe conclusa bene. Il gruppo degli zuccherifici era il leader del consorzio creato con le altre due aziende per promuovere, presentare l’offerta e trattare l’acquisizione del contratto per la realizzazione “chiavi in mano” di cinque zuccherifici, da costruirsi nei successivi quattro anni presso altrettante città della Bielorussia e dell’Ucraina. Un contratto di 650 miliardi di lire di allora, al cambio circa 325 milioni di euro, che oggi varrebbe più di 500 milioni di euro. Un affare molto rilevante per le tre aziende che avrebbe dato un notevole contribuito ai budget dei quattro anni successivi.

La trattativa, iniziata da più di tre mesi, aveva avuto alti e bassi e, in questo lasso di tempo, i consorziati avevano fatto quattro viaggi a Mosca della durata di 3-5 giorni ciascuno. Negli incontri con la controparte russa erano accompagnati dal rappresentante dell’Unione degli Zuccherifici Italiani, un italiano da tempo residente a Mosca, e da un interprete russo- italiano. La controparte era composta dallo stesso numero di persone: il capo della delegazione russa era uno specialista della trattativa e – si seppe poi – i componenti la delegazione avevano ottenuto un master in commercio internazionale. In una riunione tenuta durante il quarto viaggio, il capo della delegazione russa aveva chiesto a Enrico un’ulteriore riduzione di prezzo per pareggiare l’offerta alternativa di un gruppo francese, fatta circolare in fotocopia. Sarà stata vera l’offerta francese oppure una messinscena, come si diceva facessero talvolta i russi? Enrico aveva risposto dicendo che, a più riprese, il consorzio aveva già fatto uno sconto del 15% sul prezzo offerto inizialmente, cosa che rappresentava uno sforzo considerevole da parte loro. Fu allora che il capo delegazione disse: “Se la vostra offerta iniziale fosse stata più alta avreste potuto affermare di avere concesso uno sconto maggiore!”. Voleva dire che ciò che contava non era l’entità dello sconto ma il prezzo finale. Quella mattina l’incontro finì così e la trattativa fu riconvocata per il giorno seguente.

Nel tardo pomeriggio, dopo avere pranzato, i consorziati rientrarono all’Hotel National – nei pressi della Piazza Rossa – dove erano alloggiati. Stefano disse che quella sera avrebbe cenato con un italiano conosciuto tempo addietro sul volo per Mosca, mentre sapeva che avrebbe telefonato a Stella, una splendida bruna di ventisei anni, originaria di Tashkent, conosciuta durante un precedente viaggio. Compose il numero: rispose la madre alla quale poté solamente dire “Sctella!”, imitando l’accento russo. Prese il telefono Stella, che parlava discretamente inglese e un po’ di italiano, alla quale diede un appuntamento per le 20.00 in un ristorante non distante dal National.

Stefano fece prenotare un tavolo dal concierge dell’hotel e, seguendo il suo suggerimento, si avviò a piedi, nonostante la temperatura esterna fosse di -20°. Mentre camminava, il suo pensiero era per Stella, incontrata altre due volte senza riuscire a combinare nulla oltre a un bacio. Giunto al ristorante non dovette attendere molto prima dell’arrivo della bellissima ragazza che si avvicinò al tavolo e sedette senza dare alcun cenno affettuoso di saluto. Il carattere di Stella non era semplice: ricordava una bellissima puledra non ancora domata e ciò rendeva la conquista più ardua ed eccitante. A tavola il colloquio fu limitato a qualche scambio di parole. Dopo la cena, a base di crêpes bliny al caviale e panna acida, vodka ghiacciata e un dolce simile alla zuppa inglese, Stella chiese a Stefano di seguirla. Presero un taxi e dopo una ventina di minuti raggiunsero un condominio prefabbricato, tipico della periferia di Mosca. Stella inserì la combinazione in una tastie- ra posta presso la porta di ingresso, che si aprì: salirono in ascensore e si fermarono al quinto piano. Entrarono in un appartamento, piccolo per gli standard italiani, discreto per i russi: una cucina di modeste dimensioni cui era affiancato un piccolo bagno con water closet separato, un piccolo soggiorno con un accesso all’adiacente camera da letto, della stessa dimensione del soggiorno. Stella preparò un tè e, una volta accomodati su un vecchio divano, iniziò un discorso in inglese, con qualche parola in italiano, che Stefano cercò di seguire:

“Voglio lasciare l’Unione Sovietica perché, essendo giovane, sono certa che avrei infinite più occasioni. Unica possibilità per andarmene è sposare un cittadino straniero. Così non avrei alcun problema a uscire ed entrare più volte nel paese. Tu Stefano sei la persona che sposerei subito”.

Stefano, sorpreso dal discorso e, in particolare, dalla proposta, esitò a rispondere ma alla fine disse, scandendo le parole affinché Stella potesse capire bene:

“Cara Stella, comprendo il tuo stato d’animo e la volontà di fare un passo importante nel lasciare il paese. Capisco che una possibilità concreta sia offerta dal matrimonio con uno straniero ma, purtroppo, non posso essere io. Sono sposato con figli, dovrei divorziare da una moglie che conosco dai tempi dell’università. No, questa strada non è purtroppo percorribile”.

Stella non reagì bene, anzi la prese male perché era convinta che Stefano fosse la persona giusta. Poiché nel frattempo si era fatto tardi e sarebbe stato difficile trovare un taxi in quella parte della città, Stella gli disse che avrebbero passato la notte nell’appartamento. Nella camera adiacente al soggiorno c’erano due letti singoli. Ciascuno si tolse gli abiti e si infilò sotto le coperte del proprio letto. Verso l’alba Stefano si svegliò e si mise a pensare a come avrebbe potuto andare incontro alle necessità di Stella, perlomeno economiche, in attesa che trovasse una soluzione alle sue aspirazioni. Nel portafoglio aveva poco più di 400 dollari. Ne tenne 100 e rotti per sé, piegò a metà gli altri 300 – a quel tempo rappresentavano quasi tre mesi di uno stipendio medio, in rubli, al cambio parallelo – si alzò e li pose sul tavolino a fianco del letto di Stella. Non appena tornato a letto lei lo raggiunse, vestita di una sola camicia corta, trasparente e molto scollata. Lo abbracciò, lo accarezzò e lo baciò. Ciò mandò in visibilio Stefano che ricambiò con passione l’inaspettata disponibilità di Stella: era, finalmente, la ragazza che aveva desiderato dal primo incontro. Dopo avere fatto l’amore, Stella si alzò e andò in cucina a preparare un caffè. Lui si vestì, la raggiunse, si guardarono a lungo senza parlare, poi si salutarono con un abbraccio e un lungo bacio.

Stefano arrivò all’hotel, fece una doccia, si tagliò la barba e raggiunse i colleghi al breakfast lounge, come se nulla fosse successo. Dopo colazione si recarono agli uffici dell’Agenzia dove la trattativa proseguì per il resto della mattinata senza arrivare ad alcun risultato. Nel pomeriggio i consorziati presero il volo di ritorno con Austrian Airlines e si salutarono a Milano dopo la solita sosta a Vienna.

Due settimane dopo erano di ritorno a Mosca – il loro quinto viaggio – questa volta sul jet executive affittato da Enrico, sul quale misero a punto la strategia della trattativa che sarebbe ripresa il giorno seguente. Decisero: un ulteriore ritocco del prezzo pari al 7%, una riduzione di quattro mesi del tempo di consegna dell’ultimo zuccherificio e un aumento del 5% della produzione garantita, concessioni che si sarebbero dovute spendere col procedere della trattativa. La mattina del giorno seguente ripresero gli incontri con l’Agenzia con una novità imprevedibile: Stella aveva sostituito un componente della delegazione. Stefano accennò un sorriso, non ricambiato e addirittura ignorato. La trattativa riprese con difficoltà: in tarda mattinata il capo della delegazione russa si impuntò su una questione di garanzie di produzione che Enrico non seppe chiarire bene. Intervenne Stefano che diede una spiegazione che venne accettata, con qualche distinguo. La trattativa fu sospesa e rinviata al giorno seguente.

Rientrando in albergo, Stefano trovò un messaggio di Stella con un numero di telefono e la richiesta di essere richiamata al più presto. Cosa che fece ricevendo un invito a cena nello stesso ristorante vicino al National. Questa volta Stella fu molto loquace: raccontò del suo ruolo presso l’Agenzia – dove lavorava da quando aveva ottenuto un master in commercio internazionale – e disse che il capo delegazione l’aveva pregata di contattarlo per fornirgli le indicazioni per la chiusura della trattativa. Il loro consorzio sarebbe stato il prescelto sempre che avesse seguito le istruzioni alla lettera. Stella confermò: “La trattativa si potrà concludere solo con una ulteriore riduzione di prezzo pari al 10%, di cui il 5% concesso al capo delegazione e il 5% al viceministro del commercio estero, che riceverà il consorzio alla fine della trattativa con l’Agenzia”.

“Siamo certi che la trattativa si concluderà con questi sconti e che non arriveranno altre richieste?”, domandò Stefano.

“È così, come ho riferito”, rispose Stella.

Si salutarono con un abbraccio silenzioso, sapendo che non si sarebbero più rivisti se non, eventualmente, per ragioni di lavoro. Stefano rientrò subito al National e raccontò a Enrico e agli altri la soffiata ricevuta dall’amica: “Vi ricordate la bella ragazza bruna apparsa questa mattina nella delegazione russa? Ecco, lei stessa mi ha appena indicato come potremmo ottenere il contratto dei cinque zuccherifici”. E raccontò quanto riferito da Stella a proposito degli sconti da concedere, prima al capo delegazione e poi al viceministro. Disse inoltre che la fonte era credibile perché “è un funzionario dell’Agenzia e persona a me nota da tempo”. E qui si accorse di essersi sbilanciato troppo accennando implicitamente ai suoi rapporti con Stella. Gli altri non fecero alcun commento tanto erano presi dalla notizia della possibile chiusura della trattativa. Alla fine tutti decisero di credere alla versione di Stefano e di proseguire la trattativa secondo le indicazioni di Stella, senza proporre, come avevano pensato, alcuna riduzione dei tempi di realizzazione, o incremento della produzione garantita. A giustificazione dell’incremento dello sconto sul prezzo dal 7 al 10%, Enrico ricordò che le altre concessioni ipotizzate sul jet avrebbero comportato costi maggiori.

Così fu: il giorno dopo, la trattativa si concluse proprio come anticipato da Stella, che non partecipò alla fase finale. Alla sigla dell’accordo seguì un brindisi a base di champagne ucraino, offerto dal capo della delegazione russa. Nel tardo pomeriggio, dopo l’incontro e un altro brindisi con il viceministro del commercio estero, i consorziati ripresero il jet executive – che li aveva attesi – alla volta di Milano con scalo tecnico a Varsavia. Dopo un’ora dal decollo Enrico volle giocare a carte: quale gioco? A scopa? Scopone? Vada per lo scopone.

Due anni dopo, ritornato a Mosca per altro progetto, Stefano seppe che Stella aveva sposato un ingegnere giapponese e, come moglie di uno straniero, aveva continuato a vivere in Russia andando e venendo dall’estero quando e come voleva.

Il monastero di Santa Caterina


O006_NOSEDA_COVER_15X21_25062018 copiaRacconto inedito di genere storico pubblicato sul libro intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. Alla fine del ‘500, in occasione di una visita apostolica a un monastero di clausura di montagna, una badessa cerca di tenere nascosto al vescovo visitatore l’esistenza di due monache incinte, temendo conseguenze per il monastero e per lei stessa. Una monaca è però costretta ad ammettere al vescovo d’esserne a conoscenza. Le due monache confessano di avere infranto il voto di castità e vengono punite severamente, così come tocca a due giovani, colpevoli di averle ingravidate. Il visitatore raccomanda la soppressione del monastero, a causa della vulnerabilità e fatiscenza, e richiede che le monache siano trasferite ad altro monastero.   Le chiavi di Portofino e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Il monastero di Santa Caterina

Siamo nel 1577, tredici anni dopo la conclusione del Concilio di Trento. Sessant’anni prima Martin Lutero aveva affisso le 95 tesi riformatrici al portone della chiesa di Wittenberg. La Chiesa aveva reagito prima con il contrasto a Lutero, poi con la scomunica. Nel 1545 papa Paolo III aveva aperto a Trento i lavori del Concilio, reso necessario per definire la riforma della Chiesa, detta poi Controriforma, e la reazione alle dottrine protestanti. Il Concilio tridentino aveva dato grande impulso alle diocesi imponendo ai vescovi la presenza nelle proprie sedi e l’effettuazione di visite pastorali. Per testimoniare quanto avvenuto nelle visite fu richiesta la redazione di relazioni o atti. Dalla lettura di alcuni di questi è stato tratto lo spunto per questo racconto.

Regnava grande attesa per l’arrivo del visitatore apostolico al monastero di clausura di Santa Caterina, posto ai margini di Montebello, piccolo paese dell’Appennino modenese. Al monastero era annessa una chiesa, che fungeva anche da parrocchiale del paese, costruita alla fine del ‘200 da due monaci benedettini. Nel 1330 i monaci, con il consenso degli anziani del paese, avevano ceduto le cure della chiesa a due monache francescane alle quali si erano affiancate altre consorelle. Insieme avevano dato vita al monastero aggiungendo nuove costruzioni in relazione all’aggregazione di altre consorelle. Le monache avevano abbracciato la regola di sant’Agostino ed erano diventate agostiniane di clausura. Il monastero, dedicato a Santa Caterina d’Alessandria, vergine e martire, era noto per avere ospitato molti cittadini di Modena e dintorni fuggiti dalle loro abitazioni durante la peste che afflisse il modenese nel 1529. Le cronache del tempo scrissero che il 24 giugno in Modena erano rimasti pochissimi cittadini di rango elevato: el pare una cità vedova per tanti che sono andati a stare de fora in villa, e poveri asai sono serati in casa per suspeto … e andande per la cità non se vede se non usci inchiodati, e strade sbarate e pagni fora de amorbati. La Comunità non può atrovare tanti dinari che facia le spese ali impestati per tanto numero che sono. Addirittura, il 29 giugno i monaci del monastero di San Pietro non avevano officiato la festa del santo perché il monastero era in sospetto di peste. Per lo stesso motivo non era stata celebrata la festa di San Giovanni Battista.

Nel medioevo il paese era stato il borgo della Torre di Montebello, distrutta ai tempi di Federico Barbarossa, l’imperatore tedesco incoronato re d’Italia alla metà del 1100. Si diceva che la Torre fosse sorta dove si trovava una torre di avvistamento costruita dai Romani nel 200 a.C. quando la potenza di Roma si era affacciata per la prima volta sulla pianura padana, allora patria dei Galli Boi che l’avevano invasa duecentocinquanta anni prima. Sin dai tempi antichi le vallate degli Appennini furono sorvegliate da torri che comunicavano tra loro a vista, con bandiere di giorno e fuochi di notte. Le torri furono edificate in posizioni strategiche e quella della Torre di Montebello era senza dubbio tra le più rilevanti. Dalla sua posizione a balcone era possibile disporre di una vista di ampiezza superiore a centottanta gradi. Come successo in altre circostanze, fu attinto alle rovine della Torre per ricavare materiale per la costruzione della chiesa e del monastero. Così la chiesa fu edificata in quel luogo per l’abbondanza di materiale di costruzione, nonostante fosse distante dal centro del paese. Conglobata nei manufatti del convento, la Torre divenne il campanile della chiesa.

Alla metà del ‘500 il paese di Montebello contava circa 350 anime ed era suddiviso in tre nuclei disposti ai vertici di un triangolo, il centro e due frazioni poste in posizione più elevata. La popolazione era equamente distribuita tra i tre nuclei del paese, ciascuno rappresentato e guidato da un console eletto con gli altri due, ogni tre anni, dall’adunanza degli anziani riunita nel piazzale antistante la chiesa.  A turno, per la durata di un anno, ciascuno dei consoli fungeva da primus inter pares. Nel centro del paese c’era la piazza, con due osterie, una locanda, il fornaio, uno spaccio e la casa del parroco, che non poteva essere ospitato nel monastero. Negli atti delle visite pastorali si legge che il centro distava mezzo miglio dal convento e per raggiungerlo si attraversavano campi coltivati a frumento. Il passaggio non doveva essere sempre agevole in tutte le stagioni.

La chiesa, di pianta rettangolare, orientata da ovest a est, aveva a quest’ultima estremità tre absidi che formavano una croce. L’abside principale, con il Redentore affrescato sulla volta, ospitava l’altare maggiore. Nei due absidi laterali vi erano gli altari dedicati alla Beata Vergine – sul lato dell’Epistola – e a San Michele arcangelo – sul lato del Vangelo. La porta principale della chiesa si trovava sulla facciata prospiciente il piazzale. Sopra la porta vi era un dipinto che rappresentava il martirio di Santa Caterina. Il monastero, adiacente alla chiesa, guardava a sud verso la pianura. Secondo le regole dei monasteri di clausura, la chiesa era suddivisa in chiesa esterna, per la popolazione del paese e chiesa interna, un coro sopraelevato con accesso diretto dal monastero, dal quale le monache assistevano alla messa attraverso una grata di ferro oscurata da un drappo nero. Le monache potevano accedere dal monastero alla chiesa esterna attraverso una porta loro riservata, una volta inibito l’ingresso al popolo. Il monastero aveva l’aspetto di un grande caseggiato, essendo stato ampliato in relazione all’aggregazione delle monache, cresciute nel tempo da poche unità a trentadue. Cintato da un muro di pietre e calce alto quasi tre metri, il monastero comprendeva un grande orto, posto su due balze, dove le monache coltivavano ogni tipo di verdura e ortaggi, un grande frutteto, un pozzo, una stalla con tre mucche da latte e un’asina. Adiacente all’edificio vi era un grande pollaio con decine di galline che producevano uova la cui qualità era rinomata in tutto il paese.

Il monastero di Santa Caterina era conosciuto per la salubrità del luogo posto a 630 metri di altitudine. Anche per questo molte monache erano figlie o nipoti di famiglie abbienti della diocesi di Modena, destinate ai monasteri così come i figli cadetti erano avviati alla carriera ecclesiastica e militare. Madre Agnes de Lucini, la badessa, era l’inflessibile regolatrice della vita nel monastero e guida spirituale delle monache cui la clausura imponeva di non avere contatti con il mondo esterno. Oltre alla badessa, erano autorizzate a interagire con persone esterne al monastero la madre portinaia e, in via eccezionale, la madre addetta agli acquisti di quanto necessario e alle vendite dei prodotti del monastero, verdura, frutta, uova, latte, polli. In un locale non distante dall’ingresso vi era il parlatorio dove le monache autorizzate dalla badessa potevano incontrare i parenti sotto la sorveglianza di un’altra monaca, allo scopo delegata. La visitata era separata dai parenti da una grata di ferro coperta da un drappo nero che ne lasciava intravvedere soltanto la sagoma. Qualsiasi oggetto, vivanda o altro, che i parenti avessero voluto fare avere alla monaca doveva essere consegnato alla madre portinaia per essere aperto in presenza della badessa, una volta terminata la visita. Le monache non potevano disporre di alcuna proprietà. Dovevano depositare in una stanza del monastero, all’uopo destinata, ogni oggetto, gioiello, vestito, ricordo della vita secolare, pena la violazione del voto di povertà. Inoltre, qualsiasi scritto destinato alle monache doveva essere letto in presenza della badessa o di una decana dalla stessa delegata. Allo stesso modo la risposta allo scritto doveva essere redatta in presenza delle stesse, che avrebbero provveduto alla consegna al destinatario.

Le monache giovani si dedicavano alla coltivazione e raccolta delle verdure dell’orto e della frutta (pere, mele, albicocche, pesche, fichi, uva, noci, nocciole, fragole, lamponi, mirtilli e ribes) che, per la grande varietà, era disponibile in molti mesi dell’anno. Altre monache si dedicavano alla stalla e alla mungitura, altre alla cucina o alle pulizie all’interno e all’esterno degli edifici, altre ancora alla sartoria e guardaroba, oppure alla riparazione dei sandali e degli zoccoli. Il monastero era autosufficiente sotto ogni aspetto, a meno della disponibilità di farina per il pane e di carne e pesce, di cui si faceva uso in rare occasioni. Le monache dovevano osservare strettamente la Regola di Sant’Agostino. Salvo deroghe disposte da madre Agnes, tutte le monache dovevano prendere parte alle liturgie dal primo mattino al calare del sole. Momenti di aggregazione erano il pranzo e la cena quando le monache si riunivano in silenzio nel refettorio, un grande locale con tre tavole disposte a ferro di cavallo. Alla tavola centrale sedevano madre Agnes e le decane ordinate secondo anzianità, mentre le due tavole laterali erano occupate dalle altre monache più o meno distanti dal tavolo principale in relazione all’anzianità. A turno una di queste leggeva passi del vecchio e del nuovo testamento.

La vita nel monastero procedeva senza grandi problemi e novità quando, proprio qualche giorno prima dell’arrivo del visitatore apostolico, fu turbata da un fatto, anzi due fatti gravi, che misero in grande agitazione Madre Agnes. Una decana le aveva riferito di avere saputo da una sorella che madre Matilde aveva accusato capogiri e nausee durante il lavoro e aveva dato di vomito. Anche madre Agata aveva dato simili manifestazioni. Proprio come fossero incinte! Madre Matilde, al secolo Ernesta Corradini, era la seconda figlia di un onorato consigliere del comune di Modena, avviata fin da piccola, come era in uso a quei tempi, alla vita monastica. Anche madre Agata, al secolo Giuseppina Malagoli, era figlia di uno dei maggiori commercianti della città. Perciò la badessa avrebbe dovuto essere cauta nel giudicare le due sorelle e trattare la questione con attenzione in modo da non provocare uno scandalo che sarebbe stato dannoso al monastero e a lei stessa. Convocò le due monache, separatamente, alla presenza della decana, e chiese loro se avesse fondamento la notizia della gravidanza. “Se corrispondesse a verità, avreste commesso la grave violazione del voto di castità, passibile di una punizione molto severa”. Entrambe risposero che erano state ingravidate da un malintenzionato che negarono di conoscere e, tantomeno, di potere riconoscere perché il fatto era stato commesso di notte, nell’oscurità della cucina. La badessa, sebbene non avesse creduto ai racconti, non riuscì ad ottenere niente di più dalle due monache e, per non sollevare un vespaio proprio prima della visita apostolica, tenne riservata la notizia pregando la decana di mantenere il più stretto riserbo. Il giorno seguente, la preoccupazione di Madre Agnes aumentò perché la notizia delle monache incinte era trapelata nel monastero. La badessa non riusciva a trovare una spiegazione perché era convinta che la clausura fosse ben protetta dalle tentazioni provenienti dall’esterno. Per evitare lo scandalo e l’irrogazione di provvedimenti disciplinari anche nei suoi confronti, la badessa raccomandò a tutte monache la massima riservatezza. Non avrebbero dovuto parlare di gravidanze con il visitatore apostolico e i suoi accompagnatori a meno che non fosse stata loro diretta una domanda esplicita.

Due giorni dopo, a metà mattina giunse al Sanctae Caterinae Montebellj Monasterium Monialium Ordinis S. Augustini il visitatore apostolico, mons. Giovanni Oliva, vescovo di Chieti, inviato da papa Gregorio XIII. Scopo principale della visita era verificare la corretta applicazione delle disposizioni del Concilio di Trento e degli ordini lasciati nel 1574 da mons. Sisto Visdomini, vescovo di Modena, durante la visita pastorale. Il visitatore fu ricevuto con tutti gli onori da madre Agnes e dalle decane. Per propiziare il felice esito della visita fu celebrata una messa accompagnata dal canto sublime delle monache. Subito dopo, il vescovo prese visione delle condizioni del monastero. Osservò che la manutenzione era piuttosto scadente. Gli fu risposto che ciò era dovuto alla scarsità dei mezzi a disposizione. Dopo la ricognizione, la badessa offrì nel refettorio un pranzo in onore del visitatore apostolico. Il vescovo e il vicario generale del vescovo di Modena, che l’accompagnava, sedettero al tavolo con la badessa e le decane. Gli accompagnatori pranzarono in altro locale allo scopo predisposto nell’ala del convento usata cinquant’anni prima per ospitare i fuggitivi dalla peste. Quel giorno le monache pranzarono, in via eccezionale con pesci arrostiti con salsa di fave e arrosto di carne con piselli e patate. Il vescovo si congratulò per la qualità della cucina.

Nel primo pomeriggio iniziarono le interrogationes, ovvero le interviste alla badessa e ad alcune monache, scelte a caso tra le presenti nel monastero, allo scopo di disporre di una visione d’insieme e, indirettamente, della conferma delle risposte che avrebbe dato la badessa. Per la prima volta il visitatore apostolico avrebbe utilizzato un questionario, predisposto ad hoc per la visita. La badessa fu chiamata a dare conto del buon governo, dell’entità dei redditi del monastero e di eventuali abusi nella loro amministrazione. Inoltre, le vennero rivolte domande inerenti alla vita religiosa della comunità monastica quali: possesso e osservanza della Regola anche in relazione alla conoscenza e alla recita degli uffici divini, alla vita comunitaria, ai digiuni e alle penitenze. Madre Agnes rispose senza esitazioni a tutte le domande del vescovo evitando di sfiorare il noto argomento. Il visitatore passò poi a esaminare tre monache scelte a caso rivolgendo loro domande riguardanti l’obbedienza alla badessa, l’onestà, la continenza rispetto alla clausura, la frequenza della comunione e della confessione, i contatti con il mondo esterno. Sebbene esistesse una grande preoccupazione per la condotta morale della comunità, il questionario non prevedeva domande esplicite sul tema delle gravidanze bensì il quesito: “Non ha mai avuto sentore di gravidanze all’interno del monastero?”. A questa domanda le prime due intervistate risposero negando. La prima perché non ne era effettivamente a conoscenza, la seconda mentendo, per seguire strettamente le indicazioni della badessa. La terza intervistata non riuscì a mentire, cercò di sviare il discorso rispondendo che non era a conoscenza di che cosa fosse una gravidanza perché la sua condizione non glielo consentiva. Allora il vescovo, da buon padre, le precisò: “Figlia mia, le avevo fatto tutt’altra domanda. Le avevo chiesto se avesse avuto notizia di gravidanze di monache all’interno del monastero”. A questo punto la monaca reticente dovette per forza ammettere di essere a conoscenza di una gravidanza in atto. Allora il vescovo chiese a madre Agnes di intervistare tutte le monache, compito che fu assegnato al vicario generale. Ciò comportò la modifica del programma della visita che era previsto terminasse a fine pomeriggio. Fu così necessario dare ospitalità al vescovo e alla comitiva. Allo scopo fu destinata la stessa ala dell’edificio dove avevano pranzato gli accompagnatori, dotata di solo accesso dal giardino. Alla fine degli interrogatori, che durarono tutta la giornata seguente, le due monache incinte furono nuovamente interrogate dal vescovo in presenza della badessa. Entrambe confermarono di non conoscere il malintenzionato che le aveva ingravidate e di non poterlo riconoscere perché i misfatti erano stati commessi di notte, nell’oscurità della cucina. Di conseguenza il visitatore volle che fosse compiuta un’ispezione approfondita per verificare le possibilità di accesso al monastero, cosa che fu immediatamente eseguita da due zelanti accompagnatori. Fu trovato che alcuni rami di un noce sporgevano oltre il muro di cinta del monastero in modo tale che un malintenzionato si sarebbe potuto aggrappare per scavalcare il muro. Una volta entrato nell’orto avrebbe attraversato il grande prato per raggiungere il pollaio dove una porta, chiusa dall’interno, comunicava direttamente con la cucina del monastero. Sentito questo, il vescovo diede ordine di tagliare il noce e, per sicurezza, tutti gli alberi vicini al muro di cinta. Inoltre, chiese di murare la porta che dalla cucina conduceva direttamente al pollaio. Le monache cuciniere vi sarebbero entrate passando all’esterno.

Dal canto suo madre Agnes dichiarò di non essere stata messa a conoscenza delle gravidanze. Il visitatore le lasciò il compito di dare una punizione esemplare alle due monache con la sola disposizione che, una volta partorito, fossero trasferite al monastero agostiniano di San Candido nella diocesi di Chieti. Lui stesso avrebbe dato direttive in tal senso. La badessa comminò alle due monache la stessa punizione. Fino alla data del parto sarebbero state esclusivamente destinate alle pulizie del monastero, ad attingere e distribuire l’acqua del pozzo per i fabbisogni della comunità e alla raccolta dell’immondizia e degli escrementi delle monache. Infine, il vescovo, resosi conto della situazione generale del monastero ubicato in luogo isolato e poco sicuro, con una chiesa non propriamente suddivisa tra interna e esterna, come espressamente disposto dal Concilio per le chiese dei monasteri di clausura, decise di raccomandarne la chiusura e chiedere al vescovo di Modena, superiore diretto della badessa, il trasferimento delle monache a un monastero della città. Lasciò i seguenti ordini: Essendo questo monastero non solo in luogo si può dire solitario ma secolare forma di clausura, oltre che nella chiesa si esercita la cura delle anime, Ill.mo Rev. Vescovo faccia in modo che si trasferisca alla Città e si uniscano le monache ad altri monasteri dello stesso Ordine, il che quando così al presente per qualche legittimo impedimento non si possa fare, non si manchi in questo modo di procedere alla risoluzione delle cose che ci sono parse degne di presentare rimedio.

La visita apostolica durò tre giorni e due notti. Nel primo pomeriggio del terzo giorno la comitiva lasciò il monastero. Il vescovo salutò le monache raccomandando loro di seguire scrupolosamente la Regola, di essere più diligenti nelle proprie cose e di attenersi alle indicazioni del breviario romano per quanto riguarda i canti, che dovevano essere ben eseguiti, soprattutto la mattina. Raccomandò, inoltre, che fossero solamente la portinaia e la superiora ad andare alla porta d’ingresso in qualsiasi situazione e che non lasciassero entrare alcuna persona nel monastero senza necessità. E in nessun caso dessero nel monastero ospitalità o cibo ad alcuno, soprattutto di notte.

Una volta che il vescovo ebbe lasciato il convento, madre Agnes decise di investigare a fondo il fattaccio per scoprire il gaglioffo che aveva ingravidato due delle sue monache. L’accesso al monastero non era concesso a nessuno tranne in casi eccezionali da lei stessa disposti. Chi avrebbe potuto commettere un così grave misfatto? Madre Ermenegilda, decana e madre tesoriera, fu incaricata da madre Agnes di investigare a fondo il caso. Parlò con la madre portinaia che le confermò di non avere aperto ad alcuno che non fosse stato autorizzato. Non poteva però escludere che qualcuno fosse entrato, tempo addietro, nelle due settimane in cui fu ammalata. In quel lasso di tempo si erano avvicendate al suo posto altre due monache. Madre Ermenegilda le intervistò.  Una di queste ricordò che ci furono alcuni giorni in cui il forno del monastero non funzionava e la cottura del pane, preparato dalle cuciniere, era stata affidata al fornaio del paese. “Ricordo che il figlio del fornaio, Luigi, venne a ritirare la massa da cuocere e lo feci entrare nel monastero”. “Non sai che l’ordine è di non fare accedere nessuno senza autorizzazione della badessa?”, replicò la decana. Percorrendo il vialetto del giardino Luigi aveva raggiunto la cucina ed era entrato dalla porta che dava sul cortile. Ritirata la massa da cuocere era ritornato al cancello. “L’avete accompagnato?”. “Sì, all’andata, non al ritorno perché il percorso era facile da compiere a ritroso”. “Quanto tempo si fermò in cucina?”. “Cinque minuti, poco più, così mi pare, ma non ci feci gran caso”. “Ritornò altre volte al monastero?”, incalzò madre Ermenegilda. “Sì, per tre o quattro giorni, fino a quando il forno fu riparato”. “Entrarono altri nel monastero mentre supplivi alla madre portinaia?”. “Mi pare di ricordare che entrarono due ragazzini per consegnare un attrezzo per la raccolta delle albicocche”. “Quanti anni ha il figlio del fornaio?”. “Ad occhio”, rispose la monaca, “direi pochi più di venti”. “Ah”, commentò la madre tesoriera, “non ci voleva!”.

Le monache in cucina erano cinque. Tutte le monache dovevano essere in grado di svolgere qualsiasi mansione e, come previsto dalla prassi, si alternavano in cucina ogni mese. Facendo un po’ di conti sulla gestazione delle due monache, madre Ermenegilda calcolò che il fattaccio doveva essere stato commesso qualche mese prima, al tempo in cui il forno era in riparazione. Giunse così alla conclusione che il colpevole del misfatto avrebbe potuto essere il figlio del fornaio. Di uno dei misfatti o di entrambi? E se sì, come e quando? Una delle monache incinte, madre Matilde, era di turno come cuciniera il mese in cui era avvenuto il fattaccio. Il turno dell’altra, madre Agata, era stato molto tempo prima. Come poteva essere accaduto? Allora la madre tesoriera convocò madre Matilde. Sebbene non avesse alcuna prova, le disse di essere certa che a ingravidarla era stato Luigi, il figlio del fornaio, e le intimò di confessare la verità. Esitando, la giovane monaca confermò che sì, era stato Luigi, da lei conosciuto quando la cottura del pane fu affidata al fornaio nei giorni in cui il forno era stato in riparazione. A seguito dei suoi complimenti e avance aveva acconsentito a un primo appuntamento, poi seguito da altri tre. “Quattro volte!? Dove?”, chiese madre Ermenegilda. “In cucina”. “Quando?”. “Di notte, quando tutte dormivano”. “Come?”. “Luigi scalava la cinta del convento aiutandosi con i rami di un noce che penzolavano sulla strada al di là del muro. Raggiungeva il pollaio ed entrava dalla porta che collega il pollaio alla cucina … la lasciavo socchiusa perché non facesse rumore”. “Per altre tre volte!?”, incalzò madre Ermenegilda. “Sì, a distanza di una settimana una dall’altra. Ci davamo appuntamento una volta per l’altra”. “E a madre Agata, come è successo?”. “Non so, dovrebbe chiedere a lei. So che la penultima sera in cui incontrai Luigi, madre Agata mi vide uscire dal cubicolo e mi seguì fino alla cucina. Si nascose, vide tutto e, quando Luigi se ne andò, mi affrontò e mi ricattò. Voleva provare anche lei la stessa estasi che aveva visto in me”. “Con Luigi?”, chiese con enfasi la decana. “Con lui o con un altro di bell’aspetto come lui”.

Fu così che la settimana seguente madre Matilde raccontò a Luigi l’accaduto di quella notte. Gli disse che gli voleva bene ma non se la sentiva di continuare e gli chiese di trovare un amico fidato per Agata che … voleva provare anche lei.  Luigi rispose che l’avrebbe detto a suo fratello Claudio. Loro stessi fissarono l’incontro di Claudio con Agata per la settimana seguente, con le stesse modalità. Madre Ermenegilda interrogò madre Agata che non poté che confessare tutto, il ricatto e gli incontri con Claudio, ben cinque, che terminarono non appena si rese conto di essere incinta. Madre Ermenegilda riferì tutto alla badessa che, con il cuore straziato dal dolore e soprattutto dalla vergogna, scrisse al vescovo visitatore chiedendo come avrebbe dovuto comportarsi, fermo restando che la punizione per le due monache era già stata comminata. Il vescovo rispose che, per evitare che lo scandalo si diffon-desse in tutto il paese e oltre, la badessa avrebbe dovuto informare il parroco di tutta la vicenda. Don Eugenio avrebbe dovuto parlarne confidenzialmente con i consoli e fare in modo che fosse il fornaio a infliggere la punizione ai due figli malintenzionati. Raccomandò che questi fossero allontanati dal paese ed entrassero a fare parte dell’esercito del duca Alfonso II d’Este. In tal senso si adoperò uno dei tre consoli del paese.

Le monache partorirono a distanza di qualche settimana l’una dall’altra. A parto avvenuto, secondo il volere del visitatore apostolico le monache furono trasferite al monastero della diocesi di Chieti. I neonati furono affidati alle cure di gente del paese, come avveniva per i bimbi esposti alla ruota del monastero.

Nel 1580, tre anni dopo le vicende qui raccontate, le monache dovettero abbandonare il monastero di Santa Caterina a distanza di 250 anni dalla fondazione.

I figli del fornaio combatterono per la difesa e l’espansione dei confini del ducato. Claudio morì eroicamente in una sanguinosa battaglia. Luigi ne uscì ferito ma indenne. Si fece onore e divenne un glorioso ufficiale. Un giorno, deciso di avere notizie delle due monache, si recò a Chieti, al monastero di San Candido. Seppe che le monache erano state trasferite ad altro monastero di cui, però, non riuscì ad ottenere alcun riferimento.

Le chiavi di Portofino e altri racconti


Da qualche giorno è stato pubblicato da Youcanprint (www.youcanprint.it) il mio secondo libro di racconti intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. In questo articolo presento l’indice del libro con una breve sintesi di ognuno dei 19 capitoli. Alcuni di questi, evidenziati, sono già stati pubblicati sul blog nei mesi scorsi. Il libro riunisce racconti di contenuto vario, genuinamente prodotti dalla fantasia su spunti di fatti realmente accaduti.

Le chiavi di Portofino e altri racconti, disponibile presso Youcanprint, si può trovare anche presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it.

INDICE

Premessa

Diciannove racconti inediti di vario genere dei quali cinque, i più corposi, occupano metà del libro. Il primo, intitolato Le chiavi di Portofino, è di genere poliziesco. Un furto inspiegabile viene risolto da un brigadiere dei carabinieri con l’aiuto del RIS e dei padroni di casa. Il monastero di Santa Caterina, secondo racconto, di genere storico, trae ispirazione dalla ricerca condotta su un monastero di clausura lombardo soppresso alla fine del ‘500. Il terzo racconto, Patagonia, è dedicato alla terra argentina di natura selvaggia e di paesaggi incredibili sotto un cielo sterminato di stelle che paiono caderti addosso. Il modello, il quarto, è frutto della fantasia con spunti e riferimenti tecnico-scientifici. Uno studente di fisica sperimenta con un modello la possibilità di mitigare la temperatura dell’atmosfera di una città utilizzando d’estate il freddo invernale e d’inverno il caldo estivo. La pranoterapia è il tema del quinto racconto, Il guaritore, tratto da esperienze e fatti di cronaca conditi dalla fantasia. Un avvocato si scopre pranoterapeuta e, nonostante l’opposizione della moglie, decide di cambiare professione e stile di vita.

Gli altri racconti traggono spunto da fatti realmente accaduti, a livello personale o di amici. Anche in questi, la fantasia è sempre presente, come il prezzemolo.

Patagonia, Il modello, e Tuoni e fulmini hanno ragazzi come co-protagonisti e sono idonei a essere considerati racconti tutorial.

Le chiavi di Portofino

Una sera due coniugi anziani ricevono la visita dei ladri nella loro casa di vacanze mentre si trovano al ristorante con amici. Non riescono a capacitarsi di come possa essere avvenuto il furto perché le serrande della casa erano chiuse e l’allarme inserito. Svelerà il mistero un brigadiere dei carabinieri con l’aiuto del RIS e degli stessi coniugi.

La crostata di mele

Si crea confusione tra il marito e la cagnetta di una signora che chiede a un cameriere tre fette di torta.

Il crisantemo e la spada

Un ingegnere brasiliano, manager di una società di ingegneria e costruzione, impegnato in Giappone per l’acquisizione del controllo di un’azienda locale, scopre la vera natura della cultura giapponese. Ciò gli consente di concludere felicemente la trattativa entrata in stallo.

Il manuale

Il capo reparto di un importante impianto tecnologico aspira da tempo ad entrare in possesso del manuale in dotazione al tecnico tedesco che interviene per riparare i guasti all’impianto. Una volta fotocopiate, con uno stratagemma, tutte le pagine del manuale, si rende conto che avrebbe potuto averne una copia tutta per sé, semplicemente chiedendola al tecnico.

Il monastero di Santa Caterina

Alla fine del ‘500, in occasione di una visita apostolica a un monastero di clausura di montagna, una badessa cerca di tenere nascosto al vescovo visitatore l’esistenza di due monache incinte, temendo conseguenze per il monastero e per lei stessa. Una monaca è però costretta ad ammettere al vescovo d’esserne a conoscenza. Le due monache confessano di avere infranto il voto di castità e vengono punite severamente, così come tocca a due giovani, colpevoli di averle ingravidate. Il visitatore raccomanda la soppressione del monastero a causa della vulnerabilità e fatiscenza, e richiede che le monache siano trasferite in città ad altro monastero.

Reset

Resettare, ovvero ripristinare la configurazione usuale di un cellulare o di un tablet, è un’operazione che, soprattutto le prime volte, dà un po’ d’ansia anche alle persone non ansiose. Il trucco è tenere duro. Come si dovrebbe fare nella nostra vita, anche se in questo caso non appare un segnale (la melina bianca nel caso di Apple) che ci avverte che tutto andrà a posto.

Il portafoglio

Durante un viaggio in treno in uno scompartimento di prima classe, un manager è costretto ad assistere alle effusioni di una giovane coppia distesa comodamente sul divano opposto al proprio. Dopo avere bevuto un caffè bollente servito da uno strano addetto, cade addormentato. Al risveglio il portafoglio e la coppia sono scomparsi. Chi l’avrà alleggerito?

Titito mi amor

Un ingegnere italiano è impegnato nella costruzione di un impianto in Argentina, lontano dalla moglie. Invitato a pranzo dal Project Manager del cliente per seguire alla televisione la partita Italia-Argentina, per una serie di coincidenze finisce sotto le coperte con i padroni di casa. Non succede nulla, ma il ricordo di quel pomeriggio é ancora presente nella sua mente.

Patagonia

Un tributo all’Argentina e in particolare alla Patagonia terra di paesaggi incredibili, di natura selvaggia sotto un cielo sterminato di stelle che paiono caderti addosso. E il ricordo di una bella e duratura amicizia.

L’equivoco

Un manager milanese rivede dopo dieci anni una ex fiamma da lui rispettata in ogni senso durante il fidanzamento e dalla quale, causa una scivolata d’ala della madre, era stato lasciato. Si incontrano di nuovo e fanno l’amore con passione come lui avrebbe voluto se avesse potuto. Saputo il motivo dell’astinenza durante il fidanzamento, l’ex fiamma gli dà una notizia che lo lascia di sasso.

Tuoni e fulmini

In primavera inoltrata, durante un temporale, un nonno si trova sulla terrazza con due nipoti che lo interrogano sulla pericolosità dei fulmini e sull’origine e propagazione dei tuoni, domande cui puntualmente risponde. Spiega loro anche come calcolare la distanza di caduta dei fulmini.

Semplice curiosità

Al circolo, un giocatore di golf di una certa età viene invitato a giocare da un’ospite svizzero-tedesco, mancino e con la fede all’anulare sinistro. Il golfista, curioso, vuole avere conferma della religione dell’ospite che risponde dichiarandosi protestante fidanzato e non cattolico sposato, come poteva sembrare.

Il modello

Uno studente di fisica, con il consenso e supporto economico del padre, costruisce il modello di un sistema di mitigazione delle temperature per verificare la possibilità di mantenere l’atmosfera di una città alla temperatura di 20-22° durante tutto l’anno. Sperimenta positivamente il modello con il quale partecipa a un concorso per giovani inventori vincendo il secondo premio. Nonostante gli evidenti benefici in temimi di risparmio energetico e di miglioramento delle condizioni ambientali, la sperimentazione non trova pratica applicazione per l’elevato costo iniziale.

La relatività della vita

Tre amici dibattono sulla durata della vita di una farfalla e di una formica per concludere che anche la vita dell’uomo è effimera se comparata alla storia conosciuta del mondo. Pertanto, grande è l’insipienza di coloro che si comportano come fossero eterni.

La cumbia e il rock

Un ingegnere texano di Houston si trova a La Paz per un incontro di lavoro. Fa conoscenza con una bella ragazza uruguaiana e tra i due nasce grande simpatia. La invita al ristorante dell’hotel dov’è alloggiato e dopo una lauta cena perde conoscenza mentre si scatena in un rock nella discoteca dello stesso albergo. Si risveglia con una maschera d’ossigeno mentre viene portato in camera.

Moscerini pungenti

Tre amici discutono sull’origine e natura di moscerini pungenti di dimensione infinitesima che affliggono due di essi ed esprimono ipotesi sulla loro genesi.

Il guaritore

Un avvocato crede di essere in grado di guarire attraverso l’imposizione delle mani. Sebbene la moglie e il cognato medico lo scoraggino, ottiene da un’associazione qualificata la conferma di avere capacità pranoterapeutiche. Per un tempo continua ad esercitare la professione, coltivando la pranoterapia durante i weekend. A seguito degli ottimi risultati ottenuti, decide di dedicarsi esclusivamente alla nuova professione, cambiando stile di vita.

Cambio epocale

Tre amici discorrono sulla situazione di stallo creatasi a seguito del risultato delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 che attribuiscono al cambiamento epocale nella relazione tra partiti e cittadini, elettori e simpatizzanti. Due di loro sostengono che il cambiamento sia dovuto al migliore utilizzo di internet nella propaganda elettorale da parte di tre dei cinque principali partiti in lizza, attraverso le social app.

Anni 50

Alcune rimembranze degli anni ‘50 per coloro che non hanno vissuto quei tempi affinché abbiano un’idea di come si viveva allora e possano valutare il differenziale con i tempi attuali.

Il Falco e il Gabbiano


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La favola fa parte del libro Dieci nuove favole illustrate. Narra la storia di un falco di lago che si perse nella nebbia inseguendo un gabbiano in riva al mare. Trovata la via d’uscita, giunse a un deserto abitato da avvoltoi che lo fecero prigioniero. Un giorno, durante la caccia del Re, salvò la vita al capo degli avvoltoi e, come premio, gli venne ridata la libertà. Sulla via del ritorno al lago incrociò il gabbiano e, questa volta, forte della sua recente esperienza, non lo insegui ma lo trattò come un amico. Dieci nuove Favole illustrate è disponibile in edizione cartacea ed eBook presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it, L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Il Falco e il Gabbiano

Personaggi: Il falco: Chetto; Il gabbiano: Betto; Il capo degli avvoltoi: Toio; il Re

C’era una volta un falco che volteggiava sulle colline e sulla pianura in riva al mare.

I falchi sono uccelli rapaci che cacciano per nutrirsi sia piccoli animali che vivono nelle pianure e sulle montagne, sia uccelli in volo. Per cacciare le prede a terra rimangono immobili nell’aria sfruttando le correnti; dopo avere avere adocchiato una preda, si buttano in una velocissima picchiata favorita dal loro corpo a forma d’aereo, con ali lunghe e appuntite e una lunga coda.

Il nostro falco vide un gabbiano, un bellissimo uccello bianco che quando è in volo sembra un aliante, e si mise a seguirlo per cacciarlo e abbatterlo.

Il gabbiano ha un bel becco giallo, lungo e robusto, e zampe palmate come le papere e tutti gli uccelli acquatici. Vive in colonie e costruisce il nido lungo le coste del mare e dei laghi. Si nutre di pesci, uova e avanzi. Gli piacciono anche gli insetti grandi, come le libellule, e piccoli, come le formiche volanti, e i vermi.

Il gabbiano Betto, con un volo veloce ma non come quello del falco che lo inseguiva, aumentò al massimo la velocità e si buttò a capofitto in un banco di nebbia che si trovava sopra il mare. Il falco seguì il gabbiano come un razzo ma, una volta entrato nella nebbia, perse l’orientamento, e non capì più dove si trovava e dove stava andando. Dopo avere vagato inutilmente, all’improvviso vide un chiarore e capì che poteva uscire dalla nebbia. Uscì e si trovò sopra un deserto, con rocce e sabbie rossastre. Spaesato, atterrò e, subito dopo, fu avvicinato da un avvoltoio.

Gli avvoltoi sono grandi uccelli rapaci che non hanno piume sulla testa e sul collo e hanno le zampe coperte di penne fino alle caviglie. Hanno artigli che, a differenza di altri uccelli rapaci, come il falco, non sono aguzzi ma arrotondati, più adatti per camminare che per afferrare le prede.

L’avvoltoio disse al falco:

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“Mi chiamo Toio, questa zona è sotto il controllo mio e dei miei compari che vedi su quell’albero. Dimmi chi sei, da dove vieni e perché sei qui”.

C47A9183-6E96-437A-B360-2BEEFAB238D5.jpeg“Il mio nome è Chetto, sono un falco di lago, vengo dalla pianura, che si trova al di là della nebbia, dopo avere attraversato il mare. Non riesco a ritornare a casa, nonostante i miei tentativi. Sono qui per caso: stavo cacciando un gabbiano e senza accorgermi sono stato avvolto dalla nebbia da cui sono uscito seguendo un chiarore”.

“Sei sicuro di ciò che stai dicendo? Non racconti frottole? Magari sei venuto a caccia di topi del deserto e di animaletti simili che so che vi piacciono molto!”.

“Assolutamente no, è come ti ho detto. Non voglio rimanere qui ma tornare a casa”.

“Per ora non se ne parla. Rimarrai qui con noi per deliziarci con i tuoi volteggi e picchiate. Noi siamo uccelli pesanti e un po’ goffi e non abbiamo la tua abilità nel volo”-

A sentire questo Chetto si rattristò ma, non avendo alternative, dovette accettare senza fiatare.

Dopo qualche tempo si udirono squilli di tromba. Stava arrivando, a caccia di avvoltoi, il Re con il capo-caccia e il seguito. Il capo-caccia preparò il fucile per il Re e Toio e i suoi compari si misero a debita distanza per non essere colpiti. Il Re sparò il primo colpo e uccise uno dei compari di Toio gettando lo scompiglio tra tutti gli altri.

“Com’é possibile che il tiro sia arrivato fin qui?”. Dicevano gli avvoltoi mentre si allontanavano di gran carriera.

Il Re, che stava usando un fucile nuovo che tirava più lontano e poteva sparare più colpi di seguito, riprese immediatamente la mira per colpire questa volta lo stesso Toio. In quell’istante Chetto, da dove volteggiava, si lanciò come una meteora sul Re sfiorandogli la corona per poi risalire come un razzo verso il cielo. Questa manovra fece sbagliare la mira al Re e salvò la vita a Toio.

A67D9DF0-B7F3-4347-A7CC-FC4B3E2072CCUna volta partito il Re, dispiaciuto di non avere ucciso un altro avvoltoio – gli altri avvoltoi erano intanto fuggiti molto lontano – Toio convocò Chetto per ringraziarlo di avergli salvato la vita.

“Hai dimostrato lealtà verso di noi e in particolare verso me e meriti una ricompensa. Cosa desideri?”

“Tornare a casa, sempre che non vi dispiaccia.”

“Siamo ormai abituati a te e ci spiace molto. Ma capiamo che per te è giunto il momento di fare ritorno a casa. Ti mostrerò io stesso il passaggio attraverso la nebbia per il rientro”.

Chello ringraziò molto Toio, entrò nella nebbia e, seguendo le sue istruzioni, la attraversò e raggiunse il mare, di fronte alla pianura, e al lago dove aveva sempre vissuto.

Mentre sorvolava il mare incontrò Betto che, appena lo vide, si mise a fuggire. Ma Chello lo chiamò con stridi amichevoli e gli disse. “Non ti devi preoccupare, ho imparato che gli uccelli non si cacciano tra di loro perché sono amici. Un amico è la cosa più preziosa che tu possa avere ed è la cosa migliore che tu possa essere”.

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