La cumbia e il rock


Racconto inedito che sarà pubblicato prossimamente nel libro intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. Trae spunto da un fatto realmente accaduto qualche anno fa. Un ingegnere texano di Houston si trova a La Paz per un incontro di lavoro. Fa conoscenza con una bella ragazza uruguaiana e tra i due nasce grande simpatia. La invita al ristorante dell’hotel dov’è alloggiato e dopo una lauta cena perde conoscenza mentre si scatena in un rock nella discoteca dello stesso albergo. Si risveglia con una maschera d’ossigeno mentre viene accompagnato in camera dal personale dell’albergo.

Non tutti conoscono La Paz, la capitale amministrativa della Bolivia, fondata dai conquistadores spagnoli nel 1548, ai tempi della colonizzazione delle Ande. In origine fu detta Nuestra Señora de La Paz per commemorare il ripristino della pace. È una città piena di contrasti dove il mix di culture, tra cui la spagnola e l’indigena, crea un’atmosfera magica. Si trova a un’altitudine media di 3.650 metri sopra il livello del mare ed è la capitale più alta nel mondo.

L’Hotel Camino Real, cinque stelle, si trova nelle vicinanze di un grande parco, non distante dal centro. Lì Ray Carter, ingegnere minerario texano sui quarant’anni, si registrò un martedì di aprile, a fine mattinata, dopo essere atterrato all’aeroporto internazionale di El Alto. Era partito da Houston il pomeriggio del giorno precedente. Il giorno dopo l’arrivo gli era stato fissato un appuntamento con il direttore generale del Ministero delle risorse minerarie. Scopo dell’incontro ottenere maggiori informazioni su una gara indetta per lo sfruttamento di un campo del giacimento di litio di Uyuni, il più grande del mondo, con una superficie pari al 3% dell’Italia. Secondo riviste specializzate, sotto il lago salato di Uyuni, si troverebbe addirittura la metà delle riserve mondiali di litio!

Dopo il check-in in albergo, un ragazzo lo guidò alla camera, molto spaziosa ed elegante. Per riprendersi dal lungo viaggio fece una doccia e si sdraiò sul letto per una siesta. Si svegliò alle quattro del pomeriggio. Chiese al servizio in camera un club sandwich e una birra, si vestì con jeans, camicia e golf, prese un taxi e si fece portare alla Plaza Mayor, nel centro della città, dove sedette a un caffè all’aperto. Al tavolino vicino sedeva una bella ragazza bruna sui trent’anni, che stava leggendo con attenzione una guida turistica. Vistasi osservata, la ragazza accennò un leggero sorriso che Ray scambiò per un invito a scambiare quattro chiacchiere.

“Mi chiamò Ray, texano di Houston”, disse, “lavoro nel settore minerario. Mi trovo qui, per la prima volta, per affari. Mi fermerò un paio di giorni”. Le chiese se conoscesse luoghi caratteristici della città da visitare. Lei disse di chiamarsi Selene, uruguaiana, turista, da due giorni a la Paz dopo avere visitato Sucre, l’altra capitale della Bolivia. “La guida”, precisò, “cita, da non perdere, la Cattedrale, il Museo Nacional de Etnografia y Folklore, il mercato centrale, Plaza Murillo, dove si trovano il Palacio Legislativo e il Palacio Presidencial, e il Mirador Killi Killi, un punto panoramico da cui si gode una vista della città a 360 gradi”.

Prima che scendesse la sera, decisero di andare insieme al Mirador che si trova su una collina non distante dal centro. Una vista mozzafiato sulla città e sui monti che la circondano tra cui l’Illamani che si staglia imponente con le tre cime sempre innevate. I custodi del Mirador spiegarono loro che il nome dell’osservatorio deriva da un piccolo uccello rapace che un tempo viveva da quelle parti. Selene era molto carina e si trovavano bene insieme. Ray pensò di invitarla a cena al ristorante del Camino Real. La ragazza accettò volentieri e disse che si sarebbe trovata nella hall dell’hotel alle 20.00, dopo essersi cambiata d’abito.

Puntualissima, Selene si presentò con un vestito molto elegante, con una scollatura vertiginosa che colpì immediatamente la fantasia di Ray. Si sedettero a un bel tavolo d’angolo, ordinarono una cena coi fiocchi e bevvero ottimo vino rosso spagnolo. La conoscenza si era rapidamente trasformata in amicizia e, secondo Ray, in qualcosa di più. Decisero di andare alla discoteca dell’hotel, una delle meglio frequentate della città, pregustando entrambi quanto sarebbe seguito. Ray volle ballare la cumbia, una danza a coppie accompagnata da musica popolare colombiana. Poi si scatenò in un rock fino a quando, senza rendersi conto, perse conoscenza. Si svegliò con una maschera d’ossigeno sul volto mentre il personale dell’hotel lo accompagnava in camera. Selene era scomparsa. Si era dileguata pensando a un infarto. Sconcertata e preoccupata, non voleva essere coinvolta.

La mattina seguente Ray era tornato in forma a seguito di una lunga e pesante dormita, un caffè bollente e una doccia giusta. Andò all’appuntamento con il direttore generale del Ministero ed ebbe tutte le informazioni per le quali era andato a La Paz. Al Ministero incrociò l’addetto commerciale dell’ambasciata americana, pure lui texano, di Dallas, che, sentito il racconto della serata, gli raccomandò: “Se vuoi fare l’amore a La Paz devi bere tè di coca e non vino. Dovresti cenare leggero, per esempio con una trota di lago che, tra l’altro, qui è molto buona. Non dovresti andare in discoteca a ballare in modo sfrenato come hai fatto ma, piuttosto, dovresti andare direttamente in camera con l’amica. In ogni caso, per prudenza, sarebbe meglio avere a portata di mano una maschera di ossigeno!”

350 corbellerie e freddure


Da pochi giorni é stato pubblicato da Youcanprint (www.youcanprint.it), in edizione cartacea ed eBook, 350 corbellerie e freddure, un libro divertente e snello scritto a quattro mani con mio fratello Marco.

Corbellerie, colte dai discorsi di persone particolarmente fertili nel produrre spontaneamente storpiature e strafalcioni inimmaginabili. Miniere da coltivare con discrezione, in modo che non si rendano conto di essere seguite. Disturbate e imbarazzate, smetterebbero di produrre il loro nettare. Altri spunti provengono da articoli di giornale, da riviste e, addirittura, dall’eloquio di giornalisti televisivi. Altre ancora sono parto della fantasia.

Estendendo i limiti della ricerca, alle corbellerie abbiamo unito alcune freddure. In realtà, il confine tra corbellerie e freddure è molto sottile. Una freddura può essere considerata corbelleria quando da frase scherzosa si trasforma in uno strafalcione vero e proprio. Viceversa, una corbelleria può diventare una freddura quando lo strafalcione si stempera in uno spiritoso gioco di parole.

350 corbellerie e freddure è disponibile in edizione cartacea ed eBook presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it,

Di seguito l’INDICE del libro con i gruppi di corbellerie e freddure.

Premessa

Corbellerie

Auto

Casa e Arredamento

Eventi/Fatti

Farmacia

Media

Medicina e Chirurgia

Modi di dire e Detti

Natura

Personaggi

Piccanti e Osé

Politica

Proverbi

Relazioni

Religioni

Ristorazione

Storia

Surreali

Turismo

Freddure

… e, come esempio, un estratto delle corbellerie contenute nel gruppo

Relazioni

All’intervallo ci vediamo nel “foie gras”

Basta! Vi state “coagulando” contro di me!

Credi di avere sempre ragione. Non essere “settica”!

Da qualche tempo sei veramente “aggredente”!

Dai ascolto a me: non è paranoica, è solamente “pisicopatica”

Devi “rallentare” la tensione

Dice che ha tre “ozioni” per la copertina del libro

È sempre “caostico” in quello che fa

È un gran maleducato: mi ha “postrofato” con parole volgari

Ha causato un grande “patè” d’animo ai genitori

Ho aperto un conto corrente al Monte dei “Pascoli” di Siena

Ho urtato la sua “sciuscettibilità”

In regalo mi ha portato un “cabaret” di paste

La loro amicizia si è “inclinata” irrimediabilmente

Mi fai proprio “indivia”

Mi ha regalato un bel “bucché” di fiori

Mi ha trattato come una “pizza” da piedi

Mi presti un “lapiz”?

Non essere troppo “astringente” nelle conclusioni!

Non si preoccupi signora, è una domanda di “roulette”

Perché ti “contrasdici” sempre?

Ringrazio per l’“invitazione” ma ho già un impegno

Sei un “mefisticatore” diabolico, ecco cosa sei!

Sii deciso. Non “trincheggiare”!

Sono molto “orogoglioso” di te

Ti aspetto con “ansa”

Ti sei ricordato di pubblicare il “nerologio” sul Corriere?

Vuole fare sempre la mosca “nocchiera”

L’editing dell’indice e dell’estratto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

L’ape e la farfalla


La favola fa parte del libro Dieci nuove favole illustrate presentato in un precedente articolo. Narra la storia dellamicizia tra una bella farfalla e un’ape operaia che si incontrano sulla corolla di un fiore. Mentre si raccontano le loro esperienze di vita, la farfalla viene attaccata dal capo di uno sciame di vespe. L’ape gli va incontro, lo trafigge e lo uccide, sapendo che non potrà estrarre il suo pungiglione se non a spese della propria vita. Il capo dello stormo di api, giunto in soccorso, commemora il gesto della valorosa ape operaia che ha salvato la vita alla bella farfalla.

Dieci nuove Favole illustrate è disponibile in edizione cartacea ed eBook presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it, L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

L’ape e la farfalla

Personaggi: la Farfalla: Lalla; l’Ape: Maya; una Vespa; il Comandante dello stormo delle api

C’era una volta una farfalla variopinta che si era posata su un fiore proprio mentre un’ape stava succhiando il nettare dal fiore. La farfalla era nata da poco tempo e non conosceva ancora il mondo e, tantomeno le api, mentre l’ape conosceva le farfalle che vedeva spesso sulle corolle dei fiori. La farfalla si rivolse all’ape e disse:

“Cara amica, mi chiamo Lalla, sono nuova del mondo e conosco poco o niente della vita. Potresti dirmi chi sei?”

“Cara farfalla, poiché sei bella e hai ali di magnifici colori gialli e marroni, ti dirò chi sono. Mi chiamo Maya, sono un’ape operaia che raccoglie il nettare per produrre il miele che piace molto ai bambini e che fa molto bene perché cura tante malattie”

“Hai detto di essere un’ape operaia. Esistono altri tipi di api?”, chiese Lalla.

“Sì, siamo organizzate in una società, proprio come gli uomini. Ci sono api che lavorano per raccogliere il cibo, come me, quelle che badano all’alveare, la nostra casa, quelle che seguono la produzione del miele e altre che curano le riserve di cibo (polline e miele). Siamo governati da un regina, molto più grossa di me, che con le sue uova genera tutte le nuove api dell’alveare. Ci sono anche api che seguono le uova e le larve, i nostri bebè”

“Molto interessante”, rispose Lalla, “purtroppo non conosco ancora molto di noi farfalle ma non mi pare che abbiamo un’organizzazione come la vostra. Anch’io però sono nata larva. Poi, diventata bruco, ho mangiato tante foglie e, a un certo momento, mi sono rinchiusa in un bozzolo, un guscio simile a quello di una nocciolina americana, appeso a un ramo. Dopo un po’ ho sentito un grande desiderio di uscire dal bozzolo e, facendo sforzi di ogni tipo, sono riuscita a farlo. Sono uscita tutta bagnata, il sole mi ha asciugato e ora … eccomi qui”.

A questo punto il colloquio fu interrotto da una vespa che scese in picchiata sul fiore dove si trovavano Lalla e Maya per poi risalire verso il cielo e ridiscendere in picchiata un’altra volta. Al primo momento la farfalla si spaventò poi, credendo fosse un’altra ape domandò a Maya il perché di quelle acrobazie. Maya tranquillizzò Lalla dicendole che non era un’ape ma una vespa, insetto simile all’ape ma di un’altra famiglia. Allora Lalla chiese a Maya di spiegare la differenza tra le api e le vespe.

Per tutta risposta Maya lanciò un messaggio alla vespa dicendole di smettere di fare la gradassa perché le sue picchiate avevamo spaventato la farfalla, sua grande amica. La vespa rispose come un pilota d’aereo “Ok, ricevuto, abbandono” e scomparve rapidamente dalla loro vista.

Dopo di ciò Maya disse a Lalla: “Vuoi conoscere la differenza tra api e vespe, nostre cugine alla lontana. Eccoti accontentata: le api e le vespe sono molto simili, sia per l’aspetto sia perché entrambe le famiglie di cui fanno parte sono organizzate in società. Mentre la società delle vespe dura un anno – dalla primavera all’autunno – la nostra società dura anni, anche se ogni anno cambia la regina. Tra parentesi, anche le vespe hanno una regina. Per quanto riguarda l’aspetto simile: le vespe hanno un corpo liscio a strisce nere e giallo oro, e noi, come vedi, abbiamo un corpo peloso a strisce nere e giallo scuro”.

Poi Maya proseguì dicendo: “Per difenderci, entrambe usiamo un pungiglione. Quello delle vespe è liscio, per cui entra ed esce facilmente dalla puntura. Il pungiglione delle api, invece, ha degli uncini che lo trasformano in una specie di arpione che non si sfila ma rimane infilato nella puntura. Al punto che l’ape, per liberarsi, deve strappare la parte inferiore del corpo dove si trova il pungiglione e così muore poco dopo.

Improvvisamente, mentre Lalla ringraziava Maya della spiegazione e le confermava la sua amicizia, sopra di loro apparve uno sciame di vespe a forma di triangolo guidato da una vespa più grossa. Maya si guardò in giro e vide un’amica operaia che stava impollinando un fiore e le chiese di andare all’alveare a chiedere aiuto. Subito dopo arrivò uno stormo di api che si gettò sullo sciame di vespe per respingere l’attacco. Il capo dello sciame di vespe si staccò dalle altre per precipitarsi in picchiata a colpire la farfalla. Maya, che era rimasta sulla corolla del fiore per difendere Lalla dallo sciame di vespe,volò incontro al capo delle vespe e lo trafisse con il pungiglione. I due caddero sulla corolla del fiore, il capo delle vespe morto e Maya con il pungiglione infilato nel suo corpo. Maya sapeva che sarebbe morta se si fosse staccata dal suo pungiglione. Parlò a Lalla dicendole:

“Cara amica, sebbene ci siamo conosciute da poco ho capito che sei una brava farfalla e meriti di vivere. Io, purtroppo, non potrò continuare a vivere ma sono felice di averti conosciuto e salvato la vita”.

Nel frattempo lo stormo delle api aveva sconfitto lo sciame delle vespe che era fuggito abbandonando il campo di battaglia. Il comandante dello stormo delle api si posò sul fiore e disse:

“Onore all’ape Maya, grande lavoratrice e valorosa guerriera. Tu, bella farfalla, devi essere riconoscente a Maya che ti ha salvato la vita a costo della sua”. Poi, parlando per proverbi, il comandante disse: “Ricordati farfalla: chi trova un amico trova un tesoro e gli amici si conoscono nel momento del bisogno. Quindi l’amicizia è un bene che va coltivato sempre”.

Semplice curiosità


Racconto inedito che sarà pubblicato nel libro Le chiavi di Portofino e altri racconti. Al circolo, un giocatore di golf di una certa età viene invitato a giocare da un’ospite svizzerotedesco, mancino e con la fede all’anulare sinistro. Il golfista, curioso, vuole avere conferma della religione dell’ospite che risponde dichiarandosi protestante fidanzato e non cattolico sposato, come poteva sembrare.

Claudio arrivò al circolo di primo mattino. Andò al bar per un caffè, chiese una bottiglietta d’acqua, proseguì per gli spogliatoi e si cambiò. Raggiunse il caddiemaster, prese il carrello elettrico con la sacca e si recò al tee della buca #1. Ormai non più giovane, discreto giocatore di golf, per tenersi in forma faceva nove buche un paio di volte la settimana. Talvolta solo, il più delle volte con altri abituè del circolo o, saltuariamente, con ospiti stranieri. Al tee della buca #1 incrociò un giocatore che gli sembrò straniero, sui cinquant’anni, che gli chiese se volesse giocare con lui. Accettò volentieri anche perché quella mattina avrebbe voluto giocare con qualcuno. Franz e Claudio si presentarono, dandosi subito del tu, come si usa tra golfisti. Franz era svizzerotedesco, di Zugo, vicino a Zurigo, simpatico e cordiale. Portava il guanto alla mano destra, era mancino. [I giocatori di golf portano un guanto aderente in pelle o materiale sintetico, per migliorare la presa dell’impugnatura del bastone. I destri lo portano alla mano sinistra, i mancini alla destra]. “No problem”, pensò Claudio, “il golf non è come la scherma o la box. I mancini possono non essere avversari difficili”. Iniziarono a giocare. Franz giocava discretamente bene, appena al di sopra del livello di Claudio, quindi un buon compagno. Giunti al tee della buca #3, Claudio notò che Franz aveva la fede all’anulare della mano sinistra. “È un cattolico”, pensò, “nonostante sia della Svizzera interna. Se fosse protestante avrebbe la fede all’anulare della mano destra, ora nascosta dal guanto”. La curiosità, però, lo spinse ad avere la conferma da Franz.

“Anche tu cattolico, vedo”, gli chiese indicando la sua mano sinistra.

“No, sono protestante, un pastore protestante, fidanzato”, rispose Franz.

“Un prete protestante?” Pensò Claudio, “passi che giochi a golf, ma addirittura fidanzato”

“Fidanzato?” Domandò Claudio con un sorriso, senza fare cenno al fatto del pastore.

“Sì, fidanzato. Non tutti i cattolici sanno che i protestanti portano la fede all’anulare della mano sinistra quando sono fidanzati e della mano destra quando sono sposati. Avendo la fede all’anulare della mano sinistra potrei essere un cattolico sposato o, piuttosto, un protestante fidanzato. Ed io sono protestante. Tutto chiaro?”

“Sì, grazie”

“Come mai la domanda?” Chiese Franz.

Semplice curiosità”.

Alla fine delle prime nove buche, prima che Franz iniziasse le seconde, si fermarono alla buvette per un aperitivo. Franz gli presentò Brigitte, la fidanzata, una splendida bionda, trentenne, con un sorriso accattivante.

“Lei non gioca?”, le chiese Claudio, mostrando grande interesse alla risposta.

“Sto imparando, da quando ho conosciuto Franz. Sono ancora a livello di campo pratica. Però, vorrei accelerare il tirocinio per dedicarmi al più presto, con Franz, a questo bellissimo sport”.

Franz, assentì con un sorriso alle parole della fidanzata. Claudio ordinò Campari shakerato per tutti. E, alla faccia delle guerre di religione, brindarono alla salute dei fidanzati.

Alonissos. Baia di Tzortzi Gialos


Il dipinto digitale mostra la baia di Tzortzi Gialos nell’isola di Alonissos, Grecia. L’isola è parte delle Sporadi settentrionali con altre isole famose come Skiatos, Skopelos, Skiros. Il punto di osservazione è una terrazza di una villa da cui si domina la spiaggia di Tzortsi Gialos, frequentata da greci e turisti e dove, in un ristorante rustico, si può mangiare bene e spendere il giusto. Nel dipinto, all’orizzonte, sulla sinistra, si intravedono gli Adelfi, due isolotti gemelli. Nella baia sono ancorate alcune barche a vela, in transito, affittate da turisti provetti per una crociera nelle Sporadi. Poche ville hanno la fortuna di essere in prossimità della baia e godere del bellissimo panorama.

img_1823-1Alonissos é la più tranquilla e naturale delle isole Sporadi. Si trova all’interno di un esteso parco marino protetto e questo le consente di preservare un ecosistema unico. Essendo ancora preservata dal turismo di massa, è possibile vivere in pace tra pinete, ulivi e macchia mediterranea.

È abitata quasi esclusivamente nella parte meridionale, dove esiste una limitata rete stradale. Qui si trova Patitiri, porto e capoluogo dell’isola. A sette minuti di auto da Patitiri, nel villaggio di Rousoum si trova la spiaggia più popolare dell’isola. Lungo la costa, non lontano da Patitiri, si trova il porto di Votsi con casette candide arroccate sulle scogliere giallo ocra.

L’antico villaggio della Cora, ex capoluogo di Alonissos, abbandonato dopo il terremoto del 1965, sorge sulle colline all’interno dell’isola a circa 3 km da Patitiri. Da ricordare l’ottimo ristorante Astrofegia, bell’ambiente, caro al punto giusto. Vale una gita il piccolo porto di pescatori di Steni Bala, a 12 km a nord di Patitiri, dove si trova una sfilata di ristoranti tipici.

La moglie nuora (Daniela)


La moglie nuora e altri racconti. Copertina

A grande richiesta, di seguito troverete La moglie Nuora, il racconto che ha dato il titolo al libro La moglie nuora e altri racconti che raccoglie sedici storie briose, più o meno brevi e di piacevole lettura. Narra la storia di Luca, un imprenditore di una certa età, vedovo, attivo e sportivo, che si innamora di Daniela, la giovane moglie di Giovanni, uno dei figli. Con il sovoir-faire dei grandi corteggiatori, poco a poco la irretisce fino a farla cedere. L’ars amatoria e le disponibilità economiche di Luca convincono Daniela a chiedere il divorzio a Giovanni che accetta in cambio del controllo azionario dell’azienda del padre. Trascorso un anno, Luca sposa la ex nuora e passa con lei tempi felici fintanto che un giorno si rende conto che Daniela lo tradisce con un giovane di bell’aspetto.

La moglie nuora e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

La moglie nuora (Daniela)

Luca, bell’uomo sui sessant’anni, ancora molto attivo e sportivo, era proprietario di una rinomata fabbrica di viti e bulloni cui dedicava ormai solo metà del suo tempo, destinando l’altra metà ad attività sportive: golf, nuoto, sci e, d’estate, barca a vela. Vedovo, viveva da solo nella bella villa di famiglia. Coltivava un fisico di tutto rispetto, asciutto e aggraziato, a differenza di quello di Giovanni, il figlio trentaduenne, sposato da due anni con Daniela, che lavorava senza grande convinzione nella bulloneria. Giovanni non praticava sport se non qualche rara partita di calcetto con gli amici coi quali aveva passato la giovinezza prima di conoscere la moglie. Non avere ancora avuto figli era un cruccio per Daniela, ma non per Giovanni che si diceva desideroso di godere della libertà, ancora per qualche tempo.

Daniela era un’attraente ragazza ventiseienne, un fiore nel vero senso della parola. Non aveva bisogno di truccarsi tanto il viso era stupendo né portare il reggiseno tanto i seni erano perfetti. Aveva gambe lunghe e affusolate e il lato “b” alto e modellato come quello di molte ragazze africane. Luca si rese conto direttamente di tanta grazia il giorno in cui entrò senza bussare nello spogliatoio della piscina della villa mentre la nuora stava indossando un costume da bagno. Daniela non si era preoccupata – dopotutto era suo suocero – e, senza fretta, aveva terminato di indossarlo in sua presenza. Luca fu colpito dalla visione di Daniela e ne ebbe un grande turbamento: aveva fantasticato sul fisico della nuora ma non aveva mai avuto l’occasione di vedere tutto quel ben di Dio. Fu un colpo di fulmine. Si innamorò di Daniela e da quel momento desiderò fare l’amore con lei. E Giovanni? Non aveva un grande concetto del figlio. A differenza degli altri due, Marco e Gabriella, che lavoravano e vivevano da tempo in altre città – Marco nella finanza, a Londra, e Gabriella col marito e il figlio ad Ancona, nel settore oceanografico – Giovanni non si era mai dato molto da fare. Il colpo della vita era stato avere sposato Daniela. Nel lavoro non si era ancora distinto nonostante fosse il figlio del proprietario.

Pertanto Luca non si sentì tanto in colpa nel desiderare la nuora anche se ogni tanto gli rigirava nel cervello il comandamento “Non desiderare la donna d’altri” e ciò, essendo religioso, gli dava qualche remora. Si mise così a fare, se si può dire, una corte discreta a Daniela, senza forzare, in modo che lei sapesse e gli altri, figli, amici e servitù non capissero. Piccoli regali, complimenti gentili su quanto da lei indossato o fatto, l’offrirsi d’accompagnarla in centro con l’auto per fare acquisti – Giovanni e Daniela abitavano in campagna, appena fuori città -. Fu proprio durante una di queste scorte che, arrivati in centro, Luca chiese alla nuora di accompagnarlo a una gioielleria di fiducia per acquistarle il regalo del compleanno, che sarebbe caduto dopo due settimane. Daniela fu colpita dall’invito – il primo da quando aveva conosciuto Giovanni – e lo seguì nella gioielleria dove Luca le regalò una lunga collana di perle naturali e oro. Un oggetto di grande valore che una persona non molto competente avrebbe potuto scambiare per una bigiotteria, nonostante costasse diverse migliaia di euro. Così, quando Giovanni notò il nuovo gioiello, Daniela poté rispondere che si trattava di una bigiotteria ben riuscita che aveva acquistato di saldo. E tutto finì lì.

Suocero e nuora continuarono a frequentarsi sempre più, senza che nessun altro si insospettisse. Alcuni pensarono che Luca avesse più tempo a disposizione perché Giovanni aveva aumentato notevolmente il suo impegno in fabbrica: rientrava a casa alle nove di sera, lavorava di sabato e talvolta di domenica. Diceva che i clienti non dovevano attendere. Rimanendo Daniela sempre più sola, Luca propose a Giovanni e a lei di lasciare la casa in campagna per trasferitisi nella villa di famiglia dove Daniela avrebbe potuto avere più compagnia. Giovanni accettò con slancio, anche perché la villa si trovava a poco più di un chilometro dalla fabbrica e ciò gli avrebbe permesso di andare e tornare dal lavoro camminando e in poco tempo. Daniela non fece alcuna obiezione.

Luca stava imbastendo la ragnatela: aveva tirato i fili di sostegno che convergono al centro e ora era pronto a tessere la trama a spirale, per catturare chi sapeva. Una volta trasferiti gli sposi nella villa, Daniela e Luca ebbero più occasioni di stare insieme. Con la bella stagione si moltiplicarono le possibilità di frequentazione con l’uso della piscina, i bagni e lo spogliatoio. Daniela si sentiva lusingata dalle attenzioni e dai regali di Luca e, a dimostrazione dell’apprezzamento delle sue gentilezze, in qualche occasione lasciò che la scorgesse, di sfuggita, senza veli, nello splendore dei suoi anni e, in altre, la abbracciasse. Un giorno, dopo il bagno, al bordo della piscina, Luca spiegò a Daniela il suo stato d’animo:  “Sono passati dieci anni dalla scomparsa di mia moglie e in tutto questo periodo non ho toccato donna. Sono ancora in gamba, nonostante l’età, e tu hai risvegliato in me un desiderio assopito da tempo. Potresti essermi di grande aiuto: toccherei il cielo con un dito se, anche per una sola volta, potessi fare l’amore con una ragazza magnifica come te, per la quale provo un forte desiderio e che sogno ogni notte!”.

Daniela, in segreto compiaciuta dalle parole di Luca e dalla rappresentazione della sua situazione, rispose ringraziando per i complimenti ma di non potere accogliere l’invito che andava al di là della relazione poco più che platonica che li legava da qualche tempo. Era la moglie di Giovanni, suo figlio, che non meritava un simile trattamento. Luca insistette molto garbatamente: “La richiesta non sottintende una relazione durevole. Come detto, si tratterebbe di una volta sola, un episodio che sarebbe noto solo a noi due e di cui nessuno verrebbe a sapere. Sarei l’uomo più felice del mondo”.

Dietro la garbata insistenza di Luca, Daniela non sapeva più come comportarsi. Sicuramente la cosa non sarebbe trapelata perché entrambi non ne avevano alcun interesse. Inoltre, non sarebbe stato un grave peccato perché non si sarebbe trattato di fare l’amore con un estraneo ma con Luca, che era pur sempre della famiglia. Il giorno dopo Daniela confermò a Luca la disponibilità: “E sia, però, per una volta sola, poi … amici come prima”. Luca fu felicissimo della risposta e le propose il successivo mercoledì pomeriggio, quando la servitù sarebbe stata di riposo settimanale.

E così fu. Il giorno stabilito si incontrarono nella camera matrimoniale principale della villa e passarono un pomeriggio bellissimo. Essendo l’accordo valido per una volta sola, quel pomeriggio Luca non perse un solo colpo e di colpi ne portò a segno almeno tre. Daniela, che aveva conosciuto solo Giovanni, rimase impressionata da tanta potenza e, rapita dall’ars amatoria di Luca, espresse nel modo più affettuoso il riconoscimento per tale superba attuazione. A sua volta, a dimostrazione del suo apprezzamento, Luca le regalò una Smart che da tempo Daniela aveva desiderato per muoversi autonomamente. Luca spiegò a Giovanni di avere pensato di venire incontro direttamente al desiderio di Daniela, in modo che l’acquisto non pesasse sul loro bilancio famigliare.

Qualora pensaste che la faccenda sia terminata così, sbagliereste, come si dice …. di grosso. La sempre garbata ma decisa insistenza di Luca e, soprattutto, il ricordo, da parte di Daniela, di un lungo e duraturo godimento – mai riscontrato prima -, li portarono a incontrarsi spesso, quasi sempre nel pomeriggio di mercoledì, libero dalla servitù. In più, di quando in quando, in altro giorno della settimana, si recavano a pranzo in un paesino fuori città, lontano da occhi indiscreti, presso una locanda con alloggio, dove si riposavano qualche ora dopo il pranzo.

Giovanni, preso come non mai dalla frenesia del lavoro, trascurava sempre più la moglie, felice che avesse acquisito più confidenza con il padre e non sospettando nulla di quanto stava accadendo. Trascorsi alcuni mesi di ménage à trois, Luca decise di chiedere a Daniela di diventare la sua donna. Come fare per convincerla? A seguito di delicate indagini, concluse che Daniela avrebbe acconsentito solamente se l’avesse sposata. E come? Escluse innominabili alternative, l’unica possibilità sarebbe stata il divorzio. E nessuno avrebbe dovuto pensare che causa del divorzio fosse la loro relazione. Quindi il divorzio doveva essere concesso per colpa di Giovanni. Ma per quale colpa? Lavorare troppo o non essere troppo affettuoso con la moglie difficilmente sarebbero stati considerati elementi sufficienti per ottenere il divorzio.

A questo punto Luca decise di assegnare a un’agenzia investigativa l’incarico di acquisire informazioni sull’attività del figlio. Dopo circa un mese, il responsabile dell’agenzia presentò a Luca un rapporto completo da cui emerse che le partite di calcetto erano uno dei pretesti per incontrare Lorenzo, l’amico con il quale Giovanni intratteneva da anni una relazione! Sebbene la notizia del figlio gay non fosse stata assolutamente gradita da Luca, fu comunque una mannaper i due amanti perché avrebbe consentito a Daniela di motivare la richiesta di divorzio. Avrebbe lasciato Giovanni senza alcun rimpianto, con gratitudine nei confronti di Luca per averla salvata da un futuro infelice.

Daniela richiese a Giovanni un incontro in presenza di Luca. Esordì dicendo: “Ho saputo che intrattieni con Lorenzo una relazione che risale ai tempi del liceo, tresca che mi hai sempre nascosto. Questa tendenza spiega perché in due anni di matrimonio abbiamo avuto rapporti poco frequenti e non sono rimasta incinta. Non ho alcuna intenzione di continuare con un marito che si divide tra me e l’amico e per questo chiederò il divorzio al più presto. Sono certa che me lo concederai, senza problemi, per fare chiarezza nei nostri rapporti, una volta per tutte”.

Luca, presente per volere di Daniela, a supporto disse solo poche parole: “Se questa è la situazione, peraltro a me non nota, non vedo altra alternativa al divorzio. Giovanni non puoi tenere il piede in due scarpe! Lascia libera Daniela!”.

Giovanni, sorpreso dell’atteggiamento di entrambi, rispose che ci avrebbe pensato e dato una risposta nel giro di un paio di giorni. Il giorno seguente Luca lo incontrò: gli promise che, qualora avesse accettato di concedere il divorzio, l’avrebbe nominato amministratore delegato della società. In più, essendo giunto il tempo di ritirarsi dall’attività, pur mantenendo simbolicamente la carica di Presidente, gli avrebbe ceduto gratuitamente il 60% delle azioni della società – che possedeva integralmente – lasciando il 20% a ciascuno dei fratelli. Giovanni, dopo avere consultato Lorenzo, accettò di concedere il divorzio.

Era tale l’amore per Daniela che, per averla tutta per sé, Luca aveva ceduto l’azienda creata e sviluppata in quarant’anni di lavoro. Unico grande beneficio immediato, derivante dalle concessioni fatte a Giovanni, fu il privilegio di passare ancora più tempo con lei. Daniela continuò a vivere nella villa mentre Giovanni si trasferì con Lorenzo nella casa fuori città dove aveva vissuto con Daniela. Ottenuto il divorzio, dopo un anno di rapporti discreti, più che altro per salvare la reputazione della famiglia, il padre sposò l’ex nuora. Per acconsentire al matrimonio, Daniela chiese e ottenne che le fosse intestata la proprietà della villa e assegnata una rendita mensile di diverse migliaia di euro, sotto forma di vitalizio.

Nove mesi dopo il matrimonio nacque Gianluca: il bambino era figlio di Luca, di cui avrebbe potuto essere nipote e fratellastro di Giovanni, di cui avrebbe potuto essere figlio. Luca era rinato a nuova giovinezza, fiero di essere ancora padre, nonostante l’età, e di avere per moglie una donna affascinante che tutti gli amici gli invidiavano. Uno di questi un giorno gli fece uno strano discorso a proposito delle signore che vanno a fare acquisti e che talvolta si fanno suggerire cosa comperare da un amico. “Vuoi dire amica, immagino”. “No, no, amico”.

Insospettito dal discorso, il giorno seguente Luca seguì Daniela al centro della città dove si era recata, come altre volte, a fare acquisti, dopo avere lasciato Gianluca alla tata. Aveva detto a Luca che non sarebbe tornata per pranzo perché aveva un impegno con un’amica. Luca parcheggiò l’auto e seguì Daniela che, lasciata la Smart, raggiunse i portici della piazza, entrò nella gioielleria dove tempo addietro le aveva acquistato la collana di perle e, dopo qualche minuto, uscì dal negozio con Roberto, il figlio del gioielliere. Luca pedinò la coppia fino al garage dove Roberto aveva parcheggiato l’auto e li vide andarsene. Non fece in tempo a seguirli perché aveva parcheggiato l’auto a un centinaio di metri di distanza dal garage.

La settimana seguente Luca pedinò di nuovo Daniela che gli aveva detto che sarebbe andata a fare acquisti e poi a pranzo con un’amica. Questa volta lasciò l’auto in prossimità del garage usato dal figlio del gioielliere e quando i due, lasciata la gioielleria, salirono sull’auto, li seguì con la sua, mantenendosi a rispettosa distanza. Uscirono dalla città in direzione a lui nota, per giungere, poco tempo dopo, alla locanda dove aveva passato bellissimi pomeriggi con Daniela, prima del loro matrimonio!

La tartaruga, la lumaca e la formica


La favola fa parte del libro Dieci nuove favole illustrate presentato in un precedente articolo. Narra la storia di una Tartaruga che, sentendosi in gran forma vuole trovare un contendente per una gara di corsa.  Una Lumaca si rifiuta per evidente impossibilià ma presenta come concorrente una Formica. La Tartaruga, riluttante, accetta la sfida della Formica concedendole un vantaggio. Nonostante ciò, con la Lumaca arbitro,  la Formica giunge prima al traguardo. Ripetuta la gara a richiesta della Tartaruga, la Formica vince di nuovo, questa volta un ricco premio.

Dieci nuove Favole illustrate è disponibile in edizione cartacea ed eBook presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it, L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

La tartaruga, la lumaca e la formica

Personaggi: La tartaruga: Tartarella: La lumaca: Lentizia; La formica: Nerella.

C’era una volta una tartaruga che incontrò nel giardino una lumaca. Si conoscevano da tempo.

“Come stai?” chiese la tartaruga Tartarella alla lumaca Lentizia, “È da un po’ che non ci vediamo. Pensavo che avessi avuto qualche problema”

“No, grazie.” rispose Lentizia, “Va tutto bene”

“Oggi pensavo di fare una gara di corsa con qualcuno,” disse Lentizia, “ma non ho ancora incontrato nessuno oltre te”

“Farei volentieri una gara di corsa con te ma, come sai, sono molto, molto lenta. Potrei aiutarti a trovare un’altra concorrente disposta a gareggiare con te”

“Chi potrebbe essere?” Chiese Tartarella.

“Nerella, una formica che conosco, abita qui vicino”

“Una formica?”

“Nonostante la dimensione microscopica rispetto alla tua” disse Lentizia, “ penso proprio sia una buona cespuglio”

“Va bene, trovala per favore, ti farò un regalo”.

Lentizia si diede da fare, raggiunse la casa della formica, le raccontò del regalo promesso da Tartarella e la convinse a gareggiare. Dopo poco tempo Nerella incontrò Tartarella che le disse:

“Faremo una gara di corsa partendo da qui fino a quell’albero e ritorno. Il giudice di gara è Lentizia. Poiché non voglio strafare, partirai davanti a me, là dove c’è quel cespuglio, a metà strada tra qui e l’albero. Se vincerai avrai per premio un grosso calabrone”.

La formica andò al cespuglio indicato da Tartarella e Lentizia diede il via ai due concorrenti che partirono decisi a vincere. La formica arrivò all’albero per prima e ritornò verso il traguardo che raggiunse mantenendo il distacco iniziale che aveva dalla tartaruga, La vittoria di Lentizia diede molto fastidio a Tartarella, che era sicura di vincere. Allora si rivolse a Nerella dicendo:

“Hai vinto e avrai il premio. Ma sei arrivata prima perché ti ho dato un vantaggio. Scommetto che senza il vantaggio non avresti vinto”.

La formica rispose:

“Sono pronta a rifare la gara senza vantaggio. Se perdo, rinuncio al calabrone ma se vinco che cosa mi dai oltre al calabrone?”.

La tartaruga, sicura questa volta di vincere la gara, rispose con un’offerta che la formica non poteva rifiutare:

“Ti darò le provviste per tutto il formicaio per tre mesi!”.

La formica accettò volentieri e i concorrenti si misero sulla linea di partenza.

La gara iniziò, la tartaruga fece il massimo sforzo e raggiunse l’albero per prima, poi a metà del ritorno, forse per stanchezza, fu superata dalla formica che tagliò il traguardo per prima dando un piccolo distacco alla tartaruga.

Nerella fu dichiarata vincitrice da Lentizia e Tartarella le confermò il premio.

La Tartaruga ha commesso un errore nel valutare le capacità della formica nella corsa pensando d’essere più forte perché più grande e grossa. Molte volte l’apparenza inganna. Alcune persone che sembrano modeste e umili sono più efficienti di altre che sembrano capaci di spaccare i monti.

Vale la pena ricordare che le velocità delle tartarughe e delle formiche sono abbastanza simili: entrambe compiono circa 100 metri in un’ora – la lunghezza di un campo di calcio -. La lumaca, che è molto, molto più lenta, percorre in un’ora solamente 5 metri!

Vecchi tempi


Racconto inedito che sarà pubblicato nel libro Le chiavi di Portofino e altri racconti. Alcune rimembranze degli anni ‘50 per coloro che non hanno vissuto quei tempi affinché abbiano un’idea di come si viveva allora e possano valutare il differenziale con i tempi attuali.

Vecchi tempi

Quando alle elementari chi poteva portava in cartella un pezzo di legno per alimentare la stufa di terracotta che riscaldava l’aula.

Quando alle elementari si raccoglievano pacchi di indumenti per gli alluvionati del Polesine.

Quando d’estate c’erano le ghiacciaie con grossi pezzi di ghiaccio venduti ogni giorno per strada da un addetto che segnalava il passaggio con il suono di una trombetta.

Quando le case erano riscaldate da stufe e si andava a letto con il pigiama di lana e, se faceva più freddo, con la bottiglia di ottone piena di acqua calda.

Quando dopo cena la famiglia riunita ascoltava la radio e l’immaginazione dei ragazzi correva aiutata dalla fantasia.

Quando un vecchietto entrava nel cortile di casa suonando il mandolino per raccogliere monete di poche lire che gli venivano buttate dalle finestre.

Quando l’arrotino passava per le strade con la bicicletta che funzionava anche come molatrice e la gente accorreva con coltelli e forbici da affilare.

Quando lo stagnino si accampava in uno spiazzo con gli attrezzi per riparare le pentole.

Quando all’oratorio con la mancia settimanale di 50 lire era possibile mangiare una granita, vedere un film e comperare dieci Golia!

Quando si giocava al pallone in cortile.

Quando le partite di calcio si ascoltavano alla radio commentate da maestri della comunicazione che facevano vivere ogni attimo del gioco.

Quando i gelati si vendevano per la strada sui carrettini.

Quando si facevano gli esami alla fine della seconda e della quinta elementare e per essere ammessi alle medie.

Quando alle medie si studiava il latino.

Quando alle medie, all’intervallo, un bidello vendeva meline caramellate infilate su bastoncini di legno.

Quando per un ragazzo la bicicletta rappresentava il premio di un risultato importante.

Quando Coppi e Bartali si sfidavano sulle montagne del Giro d’Italia

Quando per simulare il rumore di un motorino mosquito una cartolina veniva infilata nei raggi della bicicletta e fissata alla forcella con una molletta dei panni.

Quando i tabaccai vendevano le sigarette a numero in bustine di carta velina.

Quando andare in vacanza al mare era un lusso che non tutte le famiglie potevano permettersi.

Quando si andava in vacanza in campagna tutta l’estate nella casa dei nonni.

Quando in campagna si attaccava il rotolo di carta moschicida al lampadario della cucina.

Quando in campagna ci si lavava in camera con una brocca d’acqua e un catino.

Quando in campagna i wc erano ancora alla turca.

Quando durante le vacanze nelle giornate di pioggia si facevano partite interminabili di Monopoli con gli amici.

Quando a Pasqua si mangiava il prosciutto crudo con l’insalata russa in cestini coperti di gelatina.

Quando a Natale con il panettone si mangiavano i fichi ripieni di mandorle spediti dalla Sicilia da qualche conoscente.

Quando al liceo si facevano chilometri a piedi per andare a scuola e per passeggiare in “vasca” con gli amici e le amiche.

Quando al liceo i bidelli vendevano all’intervallo rosette imbottite di salame o di prosciutto cotto.

Quando al liceo si andava in gita scolastica per qualche giorno e come bagaglio si portava una borsa.

Quando lo scooter era il sogno di ogni liceale.

Quando imperversava il Rock and Roll.

Quando gli italiani erano innamorati di Brigitte Bardot.

Quando la Fiat 500 era l’auto per tutti.

Quando la prima Fiat 1100 costava 1.000 lire al chilo (oggi una berlina equivalente costa quasi 20 € al chilo).

Quando la gente andava dal vicino per seguire alla televisione “Lascia o raddoppia”.

Quando al cinema la proiezione del film iniziava alla fine di “Lascia o raddoppia”.

Quando tutti impazzivano per i Beatles.

Quando le canzoni di Frank Sinatra andavano per la maggiore.

Quando fu eletto papa Giovanni XXIII, il papa buono.

L’ultimo put


Il Dipinto digitale, realizzato nel 2014 con l’applicazione AdobeIdeas, mostra un giocatore di golf che si appresta a tirare una palla in buca (a puttare, con un brutto neologismo) nel pomeriggio di una bella giornata d’inverno, quando il sole basso proietta grandi ombre sul green. Si noti il cappello a coppola, giustificato dalla stagione, e l’asta della bandiera – che segna la buca – adagiata sul green.

My Princess (Grace)


La moglie nuora e altri racconti. Copertina

Il racconto é tratto dal libro La moglie nuora e altri racconti che raccoglie sedici storie briose, più o meno brevi, e di piacevole lettura. Narra la storia di un direttore commerciale di una società di costruzioni che a Nairobi, Kenya, conosce Grace, una bellissima ragazza di colore della quale s’innamora nonostante sia un’escort. La frequenta durante i viaggi di lavoro e decide di farle cambiare vita. Fa in modo che Grace torni a scuola e, terminati gli studi, le trova un lavoro in Italia dove diviene la sua bellissima amante, invidiata da tutti gli amici.

La moglie nuora e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

My Princess (Grace)

“Sai che Massimo ha un’amante?”

“Un’amante!? Non ci credo”

“Anch’io non lo ritenevo possibile, poi ho dovuto ricredermi. Ho informazioni di prima mano …”

“E come sarebbe?”

“Questa è la storia, come me l’hanno raccontata. È un po’ lunga, però … merita”. Massimo, come sai, è il direttore commerciale di una impresa di costruzioni che era interessata a una gara per la realizzazione di una diga in Kenya. Attraverso una conoscenza a Roma, al Ministero degli Esteri, aveva fissato un incontro a Mombasa con un personaggio che gli avrebbe potuto fornire informazioni sui documenti di gara e dare eventuali dritte. Giunto a Mombasa – la seconda città del Kenya, dove si respira il profumo intenso dell’Africa – la sera incontrò il contatto il quale, dopo avergli dato le informazioni che sperava di ricevere, gli chiese di accompagnarlo al casinò della città, noto in tutta l’Africa orientale e centrale. Lì fu presentato a una bellissima ragazza di colore, una gazzella flessuosa con due occhi magnifici e brillanti, niente po’ po’ di meno che miss Kenya! Pensa un po’! Con lei quella sera giocarono a baccarat e alla roulette, vinsero, cenarono, ma tutto finì lì, senza alcun seguito. Al momento del commiato, il contatto gli disse che, per sapere molto di più sulla gara della diga, avrebbe dovuto incontrare a Nairobi un funzionario suo conoscente.

Seguendo le indicazioni avute dal contatto, Massimo si recò a Nairobi e alloggiò all’Hotel Hilton dove sapeva sarebbe stato avvicinato da una ragazza che l’avrebbe messo in contatto col funzionario. Seduto nella hall dell’albergo, mentre stava leggendo un giornale, fu avvicinato da una ragazza di colore che si fece riconoscere come colei che avrebbe dovuto incontrare. La ragazza, molto giovane e bella, assomigliava moltissimo a miss Kenya. Colpito dalla somiglianza, le chiese se fosse parente della miss. “Siamo entrambe di etnia kikuyo e della stessa tribù ed è per questo che ci assomigliamo”. Allora Massimo, non solo per farle un complimento, disse: “Poiché non sei meno bella di miss Kenya, anche tu avresti potuto essere eletta. Perché non hai partecipato al concorso?”. La ragazza, che si chiamava Grace, rispose che non avrebbe mai vinto il beauty contest a causa di una estesa bruciatura della pelle che occupava tutta la spalla destra, causata dalla caduta di una pentola d’acqua bollente quando era piccola. Nonostante il problema della pelle martoriata, il portamento e la fierezza di Grace erano tali che Massimo pensò potesse essere una principessa della tribù e, per questo motivo, da quel giorno la chiamò my princess.

La mattina dopo Grace gli presentò il funzionario con il quale stabilì un rapporto fattivo. La ragazza gli piaceva molto ed era molto simpatica: aveva però capito che, per arrotondare il bilancio, la princess si offriva di quando in quando a personaggi selezionati. E questo lo rendeva un po’ geloso. Ciononostante, anche lui entrò nella stretta cerchia dei privilegiati e continuò a rimanervi tutte le volte che ritornò a Nairobi per seguire la presentazione e il follow up dell’offerta.

Durante il secondo viaggio accompagnò Grace in una boutique esclusiva del centro e le regalò un abito elegante, una borsa di pregio e un paio di scarpe italiane firmate. Grace fu felicissima di “vestire come una signora” e lo ringraziò affettuosamente per tutta la notte. Ogni volta che lasciava Nairobi, Massimo pensava che avrebbe lasciato la sua princess in balìa dei pescecani.

Per evitare ciò, aveva pensato a una soluzione definitiva che le avrebbe permesso di liberarsi da quella schiavitù. L’ultima volta che ritornò a Nairobi fu per l’assegnazione del contratto di costruzione della diga, andata purtroppo a favore di un gruppo tedesco. In tale occasione Massimo le propose di riprendere gli studi presso il collegio delle suore Orsoline di Nairobi fino al compimento del ventunesimo anno. Lui stesso avrebbe pagato la retta e avrebbe versato una somma per le spese personali su un libretto a suo nome. Così Grace avrebbe potuto ottenere i diplomi di interprete swahili-inglese e swahili-italiano, molto richiesti dalle aziende che lavorano con l’Africa orientale e centrale. Sarebbe stata per lei un’altra vita e, inutile dirlo, Grace accettò con grande entusiasmo. Quella volta si dimostrò ancor più riconoscente, sapendo che difficilmente avrebbe rivisto Massimo un’altra volta. Terminati gli studi, che avevano contribuito a migliorare considerevolmente la sua preparazione generale e la sua educazione, Grace informò Massimo col quale aveva mantenuto contatti via posta elettronica. Allora lui mise in opera la seconda parte del piano: le fece avere un visto di lavoro come traduttrice in un’azienda internazionale di spedizioni con sede a Brescia – la città dove viveva con la famiglia e lavorava – e le affittò un appartamentino non distante dal proprio ufficio.

All’arrivo, ricevette la princess all’aeroporto della Malpensa. Pare che qualcuno li abbia visti insieme lì, per la prima volta. Lei è di una bellezza strepitosa, uno schianto senza paragoni. E fu così che divenne la sua amante; pare che ora la spalla destra sia perfetta, dopo un riuscito intervento di chirurgia plastica.