Alonissos. Baia di Tzortzi Gialos


Il dipinto digitale mostra la baia di Tzortzi Gialos nell’isola di Alonissos, Grecia. L’isola è parte delle Sporadi settentrionali con altre isole famose come Skiatos, Skopelos, Skiros. Il punto di osservazione è una terrazza di una villa da cui si domina la spiaggia di Tzortsi Gialos, frequentata da greci e turisti e dove, in un ristorante rustico, si può mangiare bene e spendere il giusto. Nel dipinto, all’orizzonte, sulla sinistra, si intravedono gli Adelfi, due isolotti gemelli. Nella baia sono ancorate alcune barche a vela, in transito, affittate da turisti provetti per una crociera nelle Sporadi. Poche ville hanno la fortuna di essere in prossimità della baia e godere del bellissimo panorama.

img_1823-1Alonissos é la più tranquilla e naturale delle isole Sporadi. Si trova all’interno di un esteso parco marino protetto e questo le consente di preservare un ecosistema unico. Essendo ancora preservata dal turismo di massa, è possibile vivere in pace tra pinete, ulivi e macchia mediterranea.

È abitata quasi esclusivamente nella parte meridionale, dove esiste una limitata rete stradale. Qui si trova Patitiri, porto e capoluogo dell’isola. A sette minuti di auto da Patitiri, nel villaggio di Rousoum si trova la spiaggia più popolare dell’isola. Lungo la costa, non lontano da Patitiri, si trova il porto di Votsi con casette candide arroccate sulle scogliere giallo ocra.

L’antico villaggio della Cora, ex capoluogo di Alonissos, abbandonato dopo il terremoto del 1965, sorge sulle colline all’interno dell’isola a circa 3 km da Patitiri. Da ricordare l’ottimo ristorante Astrofegia, bell’ambiente, caro al punto giusto. Vale una gita il piccolo porto di pescatori di Steni Bala, a 12 km a nord di Patitiri, dove si trova una sfilata di ristoranti tipici.

La moglie nuora (Daniela)


La moglie nuora e altri racconti. Copertina

A grande richiesta, di seguito troverete La moglie Nuora, il racconto che ha dato il titolo al libro La moglie nuora e altri racconti che raccoglie sedici storie briose, più o meno brevi e di piacevole lettura. Narra la storia di Luca, un imprenditore di una certa età, vedovo, attivo e sportivo, che si innamora di Daniela, la giovane moglie di uno dei figli. Con il sovoir-faire dei grandi corteggiatori, poco a poco la irretisce fino a farla cedere. L’ars amatoria e le disponibilità economiche di Luca convincono Daniela a chiedere il divorzio al figlio che accetta in cambio del controllo azionario dell’azienda del padre. Trascorso un anno, Luca sposa la ex nuora e passa con lei tempi felici fintanto che un giorno si rende conto che Daniela lo tradisce con un un giovane di bell’aspetto.

La moglie nuora e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

La moglie nuora (Daniela)

Luca, bell’uomo sui sessant’anni, ancora molto attivo e sportivo, era proprietario di una rinomata fabbrica di viti e bulloni cui dedicava ormai solo metà del suo tempo, destinando l’altra metà ad attività sportive: golf, nuoto, sci e, d’estate, barca a vela. Vedovo, viveva da solo nella bella villa di famiglia. Coltivava un fisico di tutto rispetto, asciutto e aggraziato, a differenza di quello di Giovanni, il figlio trentaduenne, sposato da due anni con Daniela, che lavorava senza grande convinzione nella bulloneria. Giovanni non praticava sport se non qualche rara partita di calcetto con gli amici coi quali aveva passato la giovinezza prima di conoscere la moglie. Non avere ancora avuto figli era un cruccio per Daniela, ma non per Giovanni che si diceva desideroso di godere della libertà, ancora per qualche tempo.

Daniela era un’attraente ragazza ventiseienne, un fiore nel vero senso della parola. Non aveva bisogno di truccarsi tanto il viso era stupendo né portare il reggiseno tanto i seni erano perfetti. Aveva gambe lunghe e affusolate e il lato “b” alto e modellato come quello di molte ragazze africane. Luca si rese conto direttamente di tanta grazia il giorno in cui entrò senza bussare nello spogliatoio della piscina della villa mentre la nuora stava indossando un costume da bagno. Daniela non si era preoccupata – dopotutto era suo suocero – e, senza fretta, aveva terminato di indossarlo in sua presenza. Luca fu colpito dalla visione di Daniela e ne ebbe un grande turbamento: aveva fantasticato sul fisico della nuora ma non aveva mai avuto l’occasione di vedere tutto quel ben di Dio. Fu un colpo di fulmine. Si innamorò di Daniela e da quel momento desiderò fare l’amore con lei. E Giovanni? Non aveva un grande concetto del figlio. A differenza degli altri due, Marco e Gabriella, che lavoravano e vivevano da tempo in altre città – Marco nella finanza, a Londra, e Gabriella col marito e il figlio ad Ancona, nel settore oceanografico – Giovanni non si era mai dato molto da fare. Il colpo della vita era stato avere sposato Daniela. Nel lavoro non si era ancora distinto nonostante fosse il figlio del proprietario.

Pertanto Luca non si sentì tanto in colpa nel desiderare la nuora anche se ogni tanto gli rigirava nel cervello il comandamento “Non desiderare la donna d’altri” e ciò, essendo religioso, gli dava qualche remora. Si mise così a fare, se si può dire, una corte discreta a Daniela, senza forzare, in modo che lei sapesse e gli altri, figli, amici e servitù non capissero. Piccoli regali, complimenti gentili su quanto da lei indossato o fatto, l’offrirsi d’accompagnarla in centro con l’auto per fare acquisti – Giovanni e Daniela abitavano in campagna, appena fuori città -. Fu proprio durante una di queste scorte che, arrivati in centro, Luca chiese alla nuora di accompagnarlo a una gioielleria di fiducia per acquistarle il regalo del compleanno, che sarebbe caduto dopo due settimane. Daniela fu colpita dall’invito – il primo da quando aveva conosciuto Giovanni – e lo seguì nella gioielleria dove Luca le regalò una lunga collana di perle naturali e oro. Un oggetto di grande valore che una persona non molto competente avrebbe potuto scambiare per una bigiotteria, nonostante costasse diverse migliaia di euro. Così, quando Giovanni notò il nuovo gioiello, Daniela poté rispondere che si trattava di una bigiotteria ben riuscita che aveva acquistato di saldo. E tutto finì lì.

Suocero e nuora continuarono a frequentarsi sempre più, senza che nessun altro si insospettisse. Alcuni pensarono che Luca avesse più tempo a disposizione perché Giovanni aveva aumentato notevolmente il suo impegno in fabbrica: rientrava a casa alle nove di sera, lavorava di sabato e talvolta di domenica. Diceva che i clienti non dovevano attendere. Rimanendo Daniela sempre più sola, Luca propose a Giovanni e a lei di lasciare la casa in campagna per trasferitisi nella villa di famiglia dove Daniela avrebbe potuto avere più compagnia. Giovanni accettò con slancio, anche perché la villa si trovava a poco più di un chilometro dalla fabbrica e ciò gli avrebbe permesso di andare e tornare dal lavoro camminando e in poco tempo. Daniela non fece alcuna obiezione.

Luca stava imbastendo la ragnatela: aveva tirato i fili di sostegno che convergono al centro e ora era pronto a tessere la trama a spirale, per catturare chi sapeva. Una volta trasferiti gli sposi nella villa, Daniela e Luca ebbero più occasioni di stare insieme. Con la bella stagione si moltiplicarono le possibilità di frequentazione con l’uso della piscina, i bagni e lo spogliatoio. Daniela si sentiva lusingata dalle attenzioni e dai regali di Luca e, a dimostrazione dell’apprezzamento delle sue gentilezze, in qualche occasione lasciò che la scorgesse, di sfuggita, senza veli, nello splendore dei suoi anni e, in altre, la abbracciasse. Un giorno, dopo il bagno, al bordo della piscina, Luca spiegò a Daniela il suo stato d’animo:  “Sono passati dieci anni dalla scomparsa di mia moglie e in tutto questo periodo non ho toccato donna. Sono ancora in gamba, nonostante l’età, e tu hai risvegliato in me un desiderio assopito da tempo. Potresti essermi di grande aiuto: toccherei il cielo con un dito se, anche per una sola volta, potessi fare l’amore con una ragazza magnifica come te, per la quale provo un forte desiderio e che sogno ogni notte!”.

Daniela, in segreto compiaciuta dalle parole di Luca e dalla rappresentazione della sua situazione, rispose ringraziando per i complimenti ma di non potere accogliere l’invito che andava al di là della relazione poco più che platonica che li legava da qualche tempo. Era la moglie di Giovanni, suo figlio, che non meritava un simile trattamento. Luca insistette molto garbatamente: “La richiesta non sottintende una relazione durevole. Come detto, si tratterebbe di una volta sola, un episodio che sarebbe noto solo a noi due e di cui nessuno verrebbe a sapere. Sarei l’uomo più felice del mondo”.

Dietro la garbata insistenza di Luca, Daniela non sapeva più come comportarsi. Sicuramente la cosa non sarebbe trapelata perché entrambi non ne avevano alcun interesse. Inoltre, non sarebbe stato un grave peccato perché non si sarebbe trattato di fare l’amore con un estraneo ma con Luca, che era pur sempre della famiglia. Il giorno dopo Daniela confermò a Luca la disponibilità: “E sia, però, per una volta sola, poi … amici come prima”. Luca fu felicissimo della risposta e le propose il successivo mercoledì pomeriggio, quando la servitù sarebbe stata di riposo settimanale.

E così fu. Il giorno stabilito si incontrarono nella camera matrimoniale principale della villa e passarono un pomeriggio bellissimo. Essendo l’accordo valido per una volta sola, quel pomeriggio Luca non perse un solo colpo e di colpi ne portò a segno almeno tre. Daniela, che aveva conosciuto solo Giovanni, rimase impressionata da tanta potenza e, rapita dall’ars amatoria di Luca, espresse nel modo più affettuoso il riconoscimento per tale superba attuazione. A sua volta, a dimostrazione del suo apprezzamento, Luca le regalò una Smart che da tempo Daniela aveva desiderato per muoversi autonomamente. Luca spiegò a Giovanni di avere pensato di venire incontro direttamente al desiderio di Daniela, in modo che l’acquisto non pesasse sul loro bilancio famigliare.

Qualora pensaste che la faccenda sia terminata così, sbagliereste, come si dice …. di grosso. La sempre garbata ma decisa insistenza di Luca e, soprattutto, il ricordo, da parte di Daniela, di un lungo e duraturo godimento – mai riscontrato prima -, li portarono a incontrarsi spesso, quasi sempre nel pomeriggio di mercoledì, libero dalla servitù. In più, di quando in quando, in altro giorno della settimana, si recavano a pranzo in un paesino fuori città, lontano da occhi indiscreti, presso una locanda con alloggio, dove si riposavano qualche ora dopo il pranzo.

Giovanni, preso come non mai dalla frenesia del lavoro, trascurava sempre più la moglie, felice che avesse acquisito più confidenza con il padre e non sospettando nulla di quanto stava accadendo. Trascorsi alcuni mesi di ménage à trois, Luca decise di chiedere a Daniela di diventare la sua donna. Come fare per convincerla? A seguito di delicate indagini, concluse che Daniela avrebbe acconsentito solamente se l’avesse sposata. E come? Escluse innominabili alternative, l’unica possibilità sarebbe stata il divorzio. E nessuno avrebbe dovuto pensare che causa del divorzio fosse la loro relazione. Quindi il divorzio doveva essere concesso per colpa di Giovanni. Ma per quale colpa? Lavorare troppo o non essere troppo affettuoso con la moglie difficilmente sarebbero stati considerati elementi sufficienti per ottenere il divorzio.

A questo punto Luca decise di assegnare a un’agenzia investigativa l’incarico di acquisire informazioni sull’attività del figlio. Dopo circa un mese, il responsabile dell’agenzia presentò a Luca un rapporto completo da cui emerse che le partite di calcetto erano uno dei pretesti per incontrare Lorenzo, l’amico con il quale Giovanni intratteneva da anni una relazione! Sebbene la notizia del figlio gay non fosse stata assolutamente gradita da Luca, fu comunque una mannaper i due amanti perché avrebbe consentito a Daniela di motivare la richiesta di divorzio. Avrebbe lasciato Giovanni senza alcun rimpianto, con gratitudine nei confronti di Luca per averla salvata da un futuro infelice.

Daniela richiese a Giovanni un incontro in presenza di Luca. Esordì dicendo: “Ho saputo che intrattieni con Lorenzo una relazione che risale ai tempi del liceo, tresca che mi hai sempre nascosto. Questa tendenza spiega perché in due anni di matrimonio abbiamo avuto rapporti poco frequenti e non sono rimasta incinta. Non ho alcuna intenzione di continuare con un marito che si divide tra me e l’amico e per questo chiederò il divorzio al più presto. Sono certa che me lo concederai, senza problemi, per fare chiarezza nei nostri rapporti, una volta per tutte”.

Luca, presente per volere di Daniela, a supporto disse solo poche parole: “Se questa è la situazione, peraltro a me non nota, non vedo altra alternativa al divorzio. Giovanni non puoi tenere il piede in due scarpe! Lascia libera Daniela!”.

Giovanni, sorpreso dell’atteggiamento di entrambi, rispose che ci avrebbe pensato e dato una risposta nel giro di un paio di giorni. Il giorno seguente Luca lo incontrò: gli promise che, qualora avesse accettato di concedere il divorzio, l’avrebbe nominato amministratore delegato della società. In più, essendo giunto il tempo di ritirarsi dall’attività, pur mantenendo simbolicamente la carica di Presidente, gli avrebbe ceduto gratuitamente il 60% delle azioni della società – che possedeva integralmente – lasciando il 20% a ciascuno dei fratelli. Giovanni, dopo avere consultato Lorenzo, accettò di concedere il divorzio.

Era tale l’amore per Daniela che, per averla tutta per sé, Luca aveva ceduto l’azienda creata e sviluppata in quarant’anni di lavoro. Unico grande beneficio immediato, derivante dalle concessioni fatte a Giovanni, fu il privilegio di passare ancora più tempo con lei. Daniela continuò a vivere nella villa mentre Giovanni si trasferì con Lorenzo nella casa fuori città dove aveva vissuto con Daniela. Ottenuto il divorzio, dopo un anno di rapporti discreti, più che altro per salvare la reputazione della famiglia, il padre sposò l’ex nuora. Per acconsentire al matrimonio, Daniela chiese e ottenne che le fosse intestata la proprietà della villa e assegnata una rendita mensile di diverse migliaia di euro, sotto forma di vitalizio.

Nove mesi dopo il matrimonio nacque Gianluca: il bambino era figlio di Luca, di cui avrebbe potuto essere nipote e fratellastro di Giovanni, di cui avrebbe potuto essere figlio. Luca era rinato a nuova giovinezza, fiero di essere ancora padre, nonostante l’età, e di avere per moglie una donna affascinante che tutti gli amici gli invidiavano. Uno di questi un giorno gli fece uno strano discorso a proposito delle signore che vanno a fare acquisti e che talvolta si fanno suggerire cosa comperare da un amico. “Vuoi dire amica, immagino”. “No, no, amico”.

Insospettito dal discorso, il giorno seguente Luca seguì Daniela al centro della città dove si era recata, come altre volte, a fare acquisti, dopo avere lasciato Gianluca alla tata. Aveva detto a Luca che non sarebbe tornata per pranzo perché aveva un impegno con un’amica. Luca parcheggiò l’auto e seguì Daniela che, lasciata la Smart, raggiunse i portici della piazza, entrò nella gioielleria dove tempo addietro le aveva acquistato la collana di perle e, dopo qualche minuto, uscì dal negozio con Roberto, il figlio del gioielliere. Luca pedinò la coppia fino al garage dove Roberto aveva parcheggiato l’auto e li vide andarsene. Non fece in tempo a seguirli perché aveva parcheggiato l’auto a un centinaio di metri di distanza dal garage.

La settimana seguente Luca pedinò di nuovo Daniela che gli aveva detto che sarebbe andata a fare acquisti e poi a pranzo con un’amica. Questa volta lasciò l’auto in prossimità del garage usato dal figlio del gioielliere e quando i due, lasciata la gioielleria, salirono sull’auto, li seguì con la sua, mantenendosi a rispettosa distanza. Uscirono dalla città in direzione a lui nota, per giungere, poco tempo dopo, alla locanda dove aveva passato bellissimi pomeriggi con Daniela, prima del loro matrimonio!

La tartaruga, la lumaca e la formica


La favola fa parte del libro Dieci nuove favole illustrate presentato in un precedente articolo. Narra la storia di una Tartaruga che, sentendosi in gran forma vuole trovare un contendente per una gara di corsa.  Una Lumaca si rifiuta per evidente impossibilià ma presenta come concorrente una Formica. La Tartaruga, riluttante, accetta la sfida della Formica concedendole un vantaggio. Nonostante ciò, con la Lumaca arbitro,  la Formica giunge prima al traguardo. Ripetuta la gara a richiesta della Tartaruga, la Formica vince di nuovo, questa volta un ricco premio.

Dieci nuove Favole illustrate è disponibile in edizione cartacea ed eBook presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it, L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

La tartaruga, la lumaca e la formica

Personaggi: La tartaruga: Tartarella: La lumaca: Lentizia; La formica: Nerella.

C’era una volta una tartaruga che incontrò nel giardino una lumaca. Si conoscevano da tempo.

“Come stai?” chiese la tartaruga Tartarella alla lumaca Lentizia, “È da un po’ che non ci vediamo. Pensavo che avessi avuto qualche problema”

“No, grazie.” rispose Lentizia, “Va tutto bene”

“Oggi pensavo di fare una gara di corsa con qualcuno,” disse Lentizia, “ma non ho ancora incontrato nessuno oltre te”

“Farei volentieri una gara di corsa con te ma, come sai, sono molto, molto lenta. Potrei aiutarti a trovare un’altra concorrente disposta a gareggiare con te”

“Chi potrebbe essere?” Chiese Tartarella.

“Nerella, una formica che conosco, abita qui vicino”

“Una formica?”

“Nonostante la dimensione microscopica rispetto alla tua” disse Lentizia, “ penso proprio sia una buona cespuglio”

“Va bene, trovala per favore, ti farò un regalo”.

Lentizia si diede da fare, raggiunse la casa della formica, le raccontò del regalo promesso da Tartarella e la convinse a gareggiare. Dopo poco tempo Nerella incontrò Tartarella che le disse:

“Faremo una gara di corsa partendo da qui fino a quell’albero e ritorno. Il giudice di gara è Lentizia. Poiché non voglio strafare, partirai davanti a me, là dove c’è quel cespuglio, a metà strada tra qui e l’albero. Se vincerai avrai per premio un grosso calabrone”.

La formica andò al cespuglio indicato da Tartarella e Lentizia diede il via ai due concorrenti che partirono decisi a vincere. La formica arrivò all’albero per prima e ritornò verso il traguardo che raggiunse mantenendo il distacco iniziale che aveva dalla tartaruga, La vittoria di Lentizia diede molto fastidio a Tartarella, che era sicura di vincere. Allora si rivolse a Nerella dicendo:

“Hai vinto e avrai il premio. Ma sei arrivata prima perché ti ho dato un vantaggio. Scommetto che senza il vantaggio non avresti vinto”.

La formica rispose:

“Sono pronta a rifare la gara senza vantaggio. Se perdo, rinuncio al calabrone ma se vinco che cosa mi dai oltre al calabrone?”.

La tartaruga, sicura questa volta di vincere la gara, rispose con un’offerta che la formica non poteva rifiutare:

“Ti darò le provviste per tutto il formicaio per tre mesi!”.

La formica accettò volentieri e i concorrenti si misero sulla linea di partenza.

La gara iniziò, la tartaruga fece il massimo sforzo e raggiunse l’albero per prima, poi a metà del ritorno, forse per stanchezza, fu superata dalla formica che tagliò il traguardo per prima dando un piccolo distacco alla tartaruga.

Nerella fu dichiarata vincitrice da Lentizia e Tartarella le confermò il premio.

La Tartaruga ha commesso un errore nel valutare le capacità della formica nella corsa pensando d’essere più forte perché più grande e grossa. Molte volte l’apparenza inganna. Alcune persone che sembrano modeste e umili sono più efficienti di altre che sembrano capaci di spaccare i monti.

Vale la pena ricordare che le velocità delle tartarughe e delle formiche sono abbastanza simili: entrambe compiono circa 100 metri in un’ora – la lunghezza di un campo di calcio -. La lumaca, che è molto, molto più lenta, percorre in un’ora solamente 5 metri!

Vecchi tempi


Alcune rimembranze degli anni ‘50 per coloro che non hanno vissuto quei tempi affinché abbiano un’idea di come si viveva allora e possano valutare il differenziale con i tempi attuali.

Vecchi tempi

Quando alle elementari chi poteva portava in cartella un pezzo di legno per alimentare la stufa di terracotta che riscaldava l’aula.

Quando alle elementari si raccoglievano pacchi di indumenti per gli alluvionati del Polesine.

Quando d’estate c’erano le ghiacciaie con grossi pezzi di ghiaccio venduti ogni giorno per strada da un addetto che segnalava il passaggio con il suono di una trombetta.

Quando le case erano riscaldate da stufe e si andava a letto con il pigiama di lana e, se faceva più freddo, con la bottiglia di ottone piena di acqua calda.

Quando dopo cena la famiglia riunita ascoltava la radio e l’immaginazione dei ragazzi correva aiutata dalla fantasia.

Quando un vecchietto entrava nel cortile di casa suonando il mandolino per raccogliere monete di poche lire che gli venivano buttate dalle finestre.

Quando l’arrotino passava per le strade con la bicicletta che funzionava anche come molatrice e la gente accorreva con coltelli e forbici da affilare.

Quando lo stagnino si accampava in uno spiazzo con gli attrezzi per riparare le pentole.

Quando all’oratorio con la mancia settimanale di 50 lire era possibile mangiare una granita, vedere un film e comperare dieci Golia!

Quando si giocava al pallone in cortile.

Quando le partite di calcio si ascoltavano alla radio commentate da maestri della comunicazione che facevano vivere ogni attimo del gioco.

Quando i gelati si vendevano per la strada sui carrettini.

Quando si facevano gli esami alla fine della seconda e della quinta elementare e per essere ammessi alle medie.

Quando alle medie si studiava il latino.

Quando alle medie, all’intervallo, un bidello vendeva meline caramellate infilate su bastoncini di legno.

Quando per un ragazzo la bicicletta rappresentava il premio di un risultato importante.

Quando Coppi e Bartali si sfidavano sulle montagne del Giro d’Italia

Quando per simulare il rumore di un motorino mosquito una cartolina veniva infilata nei raggi della bicicletta e fissata alla forcella con una molletta dei panni.

Quando i tabaccai vendevano le sigarette a numero in bustine di carta velina.

Quando andare in vacanza al mare era un lusso che non tutte le famiglie potevano permettersi.

Quando si andava in vacanza in campagna tutta l’estate nella casa dei nonni.

Quando in campagna si attaccava il rotolo di carta moschicida al lampadario della cucina.

Quando in campagna ci si lavava in camera con una brocca d’acqua e un catino.

Quando in campagna i wc erano ancora alla turca.

Quando durante le vacanze nelle giornate di pioggia si facevano partite interminabili di Monopoli con gli amici.

Quando a Pasqua si mangiava il prosciutto crudo con l’insalata russa in cestini coperti di gelatina.

Quando a Natale con il panettone si mangiavano i fichi ripieni di mandorle spediti dalla Sicilia da qualche conoscente.

Quando al liceo si facevano chilometri a piedi per andare a scuola e per passeggiare in “vasca” con gli amici e le amiche.

Quando al liceo i bidelli vendevano all’intervallo rosette imbottite di salame o di prosciutto cotto.

Quando al liceo si andava in gita scolastica per qualche giorno e come bagaglio si portava una borsa.

Quando lo scooter era il sogno di ogni liceale.

Quando imperversava il Rock and Roll.

Quando gli italiani erano innamorati di Brigitte Bardot.

Quando la Fiat 500 era l’auto per tutti.

Quando la prima Fiat 1100 costava 1.000 lire al chilo (oggi una berlina equivalente costa quasi 20 € al chilo).

Quando la gente andava dal vicino per seguire alla televisione “Lascia o raddoppia”.

Quando al cinema la proiezione del film iniziava alla fine di “Lascia o raddoppia”.

Quando tutti impazzivano per i Beatles.

Quando le canzoni di Frank Sinatra andavano per la maggiore.

Quando fu eletto papa Giovanni XXIII, il papa buono.

L’ultimo put


Il Dipinto digitale, realizzato nel 2014 con l’applicazione AdobeIdeas, mostra un giocatore di golf che si appresta a tirare una palla in buca (a puttare, con un brutto neologismo) nel pomeriggio di una bella giornata d’inverno, quando il sole basso proietta grandi ombre sul green. Si noti il cappello a coppola, giustificato dalla stagione, e l’asta della bandiera – che segna la buca – adagiata sul green.

My Princess (Grace)


La moglie nuora e altri racconti. Copertina

Il racconto é tratto dal libro La moglie nuora e altri racconti che raccoglie sedici storie briose, più o meno brevi, e di piacevole lettura. Narra la storia di un direttore commerciale di una società di costruzioni che a Nairobi, Kenya, conosce Grace, una bellissima ragazza di colore della quale s’innamora nonostante sia un’escort. La frequenta durante i viaggi di lavoro e decide di farle cambiare vita. Fa in modo che Grace torni a scuola e, terminati gli studi, le trova un lavoro in Italia dove diviene la sua bellissima amante, invidiata da tutti gli amici.

La moglie nuora e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

My Princess (Grace)

“Sai che Massimo ha un’amante?”

“Un’amante!? Non ci credo”

“Anch’io non lo ritenevo possibile, poi ho dovuto ricredermi. Ho informazioni di prima mano …”

“E come sarebbe?”

“Questa è la storia, come me l’hanno raccontata. È un po’ lunga, però … merita”. Massimo, come sai, è il direttore commerciale di una impresa di costruzioni che era interessata a una gara per la realizzazione di una diga in Kenya. Attraverso una conoscenza a Roma, al Ministero degli Esteri, aveva fissato un incontro a Mombasa con un personaggio che gli avrebbe potuto fornire informazioni sui documenti di gara e dare eventuali dritte. Giunto a Mombasa – la seconda città del Kenya, dove si respira il profumo intenso dell’Africa – la sera incontrò il contatto il quale, dopo avergli dato le informazioni che sperava di ricevere, gli chiese di accompagnarlo al casinò della città, noto in tutta l’Africa orientale e centrale. Lì fu presentato a una bellissima ragazza di colore, una gazzella flessuosa con due occhi magnifici e brillanti, niente po’ po’ di meno che miss Kenya! Pensa un po’! Con lei quella sera giocarono a baccarat e alla roulette, vinsero, cenarono, ma tutto finì lì, senza alcun seguito. Al momento del commiato, il contatto gli disse che, per sapere molto di più sulla gara della diga, avrebbe dovuto incontrare a Nairobi un funzionario suo conoscente.

Seguendo le indicazioni avute dal contatto, Massimo si recò a Nairobi e alloggiò all’Hotel Hilton dove sapeva sarebbe stato avvicinato da una ragazza che l’avrebbe messo in contatto col funzionario. Seduto nella hall dell’albergo, mentre stava leggendo un giornale, fu avvicinato da una ragazza di colore che si fece riconoscere come colei che avrebbe dovuto incontrare. La ragazza, molto giovane e bella, assomigliava moltissimo a miss Kenya. Colpito dalla somiglianza, le chiese se fosse parente della miss. “Siamo entrambe di etnia kikuyo e della stessa tribù ed è per questo che ci assomigliamo”. Allora Massimo, non solo per farle un complimento, disse: “Poiché non sei meno bella di miss Kenya, anche tu avresti potuto essere eletta. Perché non hai partecipato al concorso?”. La ragazza, che si chiamava Grace, rispose che non avrebbe mai vinto il beauty contest a causa di una estesa bruciatura della pelle che occupava tutta la spalla destra, causata dalla caduta di una pentola d’acqua bollente quando era piccola. Nonostante il problema della pelle martoriata, il portamento e la fierezza di Grace erano tali che Massimo pensò potesse essere una principessa della tribù e, per questo motivo, da quel giorno la chiamò my princess.

La mattina dopo Grace gli presentò il funzionario con il quale stabilì un rapporto fattivo. La ragazza gli piaceva molto ed era molto simpatica: aveva però capito che, per arrotondare il bilancio, la princess si offriva di quando in quando a personaggi selezionati. E questo lo rendeva un po’ geloso. Ciononostante, anche lui entrò nella stretta cerchia dei privilegiati e continuò a rimanervi tutte le volte che ritornò a Nairobi per seguire la presentazione e il follow up dell’offerta.

Durante il secondo viaggio accompagnò Grace in una boutique esclusiva del centro e le regalò un abito elegante, una borsa di pregio e un paio di scarpe italiane firmate. Grace fu felicissima di “vestire come una signora” e lo ringraziò affettuosamente per tutta la notte. Ogni volta che lasciava Nairobi, Massimo pensava che avrebbe lasciato la sua princess in balìa dei pescecani.

Per evitare ciò, aveva pensato a una soluzione definitiva che le avrebbe permesso di liberarsi da quella schiavitù. L’ultima volta che ritornò a Nairobi fu per l’assegnazione del contratto di costruzione della diga, andata purtroppo a favore di un gruppo tedesco. In tale occasione Massimo le propose di riprendere gli studi presso il collegio delle suore Orsoline di Nairobi fino al compimento del ventunesimo anno. Lui stesso avrebbe pagato la retta e avrebbe versato una somma per le spese personali su un libretto a suo nome. Così Grace avrebbe potuto ottenere i diplomi di interprete swahili-inglese e swahili-italiano, molto richiesti dalle aziende che lavorano con l’Africa orientale e centrale. Sarebbe stata per lei un’altra vita e, inutile dirlo, Grace accettò con grande entusiasmo. Quella volta si dimostrò ancor più riconoscente, sapendo che difficilmente avrebbe rivisto Massimo un’altra volta. Terminati gli studi, che avevano contribuito a migliorare considerevolmente la sua preparazione generale e la sua educazione, Grace informò Massimo col quale aveva mantenuto contatti via posta elettronica. Allora lui mise in opera la seconda parte del piano: le fece avere un visto di lavoro come traduttrice in un’azienda internazionale di spedizioni con sede a Brescia – la città dove viveva con la famiglia e lavorava – e le affittò un appartamentino non distante dal proprio ufficio.

All’arrivo, ricevette la princess all’aeroporto della Malpensa. Pare che qualcuno li abbia visti insieme lì, per la prima volta. Lei è di una bellezza strepitosa, uno schianto senza paragoni. E fu così che divenne la sua amante; pare che ora la spalla destra sia perfetta, dopo un riuscito intervento di chirurgia plastica.

L’agreement (Xian Li)


 

La moglie nuora e altri racconti. Copertina

Il racconto é tratto dal libro La moglie nuora e altri racconti che raccoglie sedici storie briose, più o meno brevi, e di piacevole lettura. Narra la storia di un direttore commerciale di un caseificio lombardo che si reca in Cina per sottoscrivere un agreement di cessione di know how a un gruppo alimentare. L’agente cinese gli affianca come accompagnatrice una bellezza locale con la quale ha un bel rapporto in tutti i sensi. Superati  alcuni problemi con i cinesi sottoscrive l’agreement. Si rende però conto che l’accompagnatrice, spinta dalla controparte che non vorrebbe pagare quanto concordato, cerca di carpirgli le ricette di fabbricazione dei formaggi ….

La moglie nuora e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

L’Agreement (Xian Li)

 “Rappresento un gruppo cinese, attivo nel settore alimentare, che vuole impegnarsi nella produzione di formaggi italiani, i preferiti dai cinesi. Vorrebbero un incontro in Cina, a Luoyang, per conoscervi, discutere e firmare un accordo commerciale, un agreement”.

Giacomo, quarantenne direttore commerciale di un grande caseificio lombardo, noto a livello europeo per la qualità dei prodotti, un giorno fu avvicinato da Ulrich, un distinto ingegnere svizzero, che gli comunicò di essere partner di una società di trading con base a Shanghai che agiva per conto di un grande gruppo alimentare ubicato a Luoyang, a sud-ovest di Pechino, da cui dista circa 700 km.

Verificata nei giorni seguenti l’attendibilità dell’invito, Giacomo confermò l’interesse all’incontro e concordò con Ulrich il programma del viaggio in Cina. Un mese dopo raggiunse Pechino con un assistente e scese all’Hotel Regent, cinque stelle nel centro della città. Lì incontrò Ulrich, accompagnato da Xian Li e da un’interprete cinese-italiano, tutti ospiti dello stesso hotel. Xian Li era una bellissima ragazza cinese, di età indefinita, con portamento e struttura fisica occidentale – si diceva che fosse stata un’attrice – e con un sorriso molto accattivante. Parlava un inglese un po’ stentato però si faceva intendere. Tra lei e Giacomo nacque subito grande simpatia. La sera dell’arrivo i cinque cenarono insieme al ristorante dell’hotel. Dopo cena Ulrich, l’assistente e l’interprete si eclissarono, mentre Giacomo e Xian Li si trattennero al bar bevendo un paio di whisky. Verso mezzanotte Giacomo accompagnò Xian Li alla camera, posta allo stesso piano della sua: sperava in un invito ma rimase deluso. Un bel sorriso, il bacio della buona notte e niente più.

La mattina seguente, i cinque partirono in aereo per Luoyang dove furono ricevuti e invitati a pranzo dal presidente del gruppo alimentare. Al pranzo parteciparono diciotto persone, inclusi loro cinque. Il tavolo era circolare, gigantesco, con una particolarità: l’anello esterno, dove erano stati apparecchiati i coperti, era fisso, mentre il disco centrale, dove erano state poste le pietanze, sotto l’impulso dato da una piccola spinta ruotava dolcemente come fosse una grande trottola. C’erano bevande in abbondanza: tra queste, una simile alla birra e due diverse grappe con le quali il presidente invitò gli ospiti a ripetuti brindisi. Durante il lauto pranzo i partecipanti si scambiarono convenevoli ma non parlarono di lavoro. Alla fine vi fu l’usuale scambio di regali: Giacomo aveva portato alcuni piccoli oggetti d’argento che furono molto apprezzati dai cinesi che, a loro volta, regalarono agli ospiti pergamene e tessuti con disegni molto belli. A Giacomo, il presidente omaggiò un cavallo di ceramica blu smaltata, di finissima fattura.

Tolta rapidamente dal grande tavolo ogni traccia del pranzo, iniziarono le presentazioni del gruppo alimentare cinese e del caseificio, cui seguirono le conversazioni sul tema dell’agreement per la cessione di know how. A seguito di una lunga e incomprensibile discussione tra i cinesi, venne accettata la proposta di Giacomo. Le parti convennero poi che Giacomo avrebbe preparato la bozza dell’agreement per l’incontro conclusivo del giorno dopo. La riunione si sciolse e i nostri raggiunsero l’hotel, prenotato dal gruppo cinese, di tipico stile locale, con camere molto sobrie e con pareti dipinte di colore verde pallido. Terminata la cena nel ristorante dell’hotel, forse per festeggiare l’avvenimento, Xian Li invitò Giacomo a passare da lei. Una volta impostata sul computer la bozza dell’agreement, Giacomo si recò da Xian Li ed ebbe con lei un rapporto molto affettuoso e nuovo: era infatti alla sua prima esperienza asiatica. Rientrato in camera riprese la stesura del documento che completò la mattina presto, non appena desto.

L’incontro conclusivo fu organizzato presso gli uffici del gruppo cinese in una grande sala addobbata con striscioni di benvenuto e inneggianti la cooperazione tra il caseificio e il gruppo alimentare. Il tavolo della riunione era rettangolare, lungo alcuni metri e largo circa due: da un lato – al centro sedeva Giacomo affiancato da Xian Li, Ulrich, l’assistente e l’interprete. Il presidente del gruppo, a sua volta affiancato da diversi funzionari, sedeva di fronte a Giacomo del quale studiava attentamente le reazioni, pur non conoscendo una parola di italiano e di inglese. Non appena iniziata la riunione, mentre una solerte segretaria provvedeva a stampare la bozza dell’agreement in inglese inviatole per posta elettronica da Giacomo, ci fu una sorpresa. I cinesi avevano prodotto – nonostante quanto concordato – una bozza di agreement alternativa che fu distribuita su carta velina verde. Giacomo esaminò rapidamente la bozza e si rese conto che erano state stravolte alcune decisioni prese durante la riunione del giorno prima. Queste riguardavano il maggior numero degli addetti che si sarebbero dovuti trasferire a Luoyang per la cessione del know how, l’allungamento della durata  del  training e la riduzione delle tariffe giornaliere del personale espatriato. Giacomo si mostrò decisamente contrariato e disse che non avrebbe mai firmato l’agreement così come redatto dalla controparte. Ulrich e Xian Li cercarono di convincerlo ad accettare la bozza ma Giacomo fu irremovibile. La riunione fu sospesa. Xian Li allora parlò con la controparte e, dopo un paio d’ore, il presidente riaprì la riunione per accettare -dopo avere letto ad alta voce la traduzione cinese – il testo inglese redatto da Giacomo, affermando che in sostanza coincideva con la loro stesura. “Mah!”, pensò Giacomo, “come sono complicati questi cinesi!”.

Si passò quindi alla firma dell’agreement cui seguì un rinfresco in grande stile con i soliti brindisi a base di grappa. Per finire, in onore degli ospiti, i cinesi organizzarono una visita alle famose grotte di Longmen, a circa mezz’ora d’auto da Luoyang, dove i nostri poterono ammirare santuari rupestri con i Buddha scavati nella roccia delle colline circostanti. Rientrati a Luoyang, i cinque raggiunsero Pechino, in serata, con un treno ad alta velocità. All’arrivo si decise di lasciare serata libera a tutti

Xian Li bussò alla porta della camera mentre Giacomo, al computer, stava preparando il rapporto sull’esito della visita. Al primo momento pensò che Xian Li volesse scusarsi per avere cercato di convincerlo, in mattinata, ad accettare la bozza di agreement proposta dai cinesi. Non era solo per questo, perché Xian Li, una volta entrata in camera, gli si avvicinò, lo baciò teneramente, sussurrandogli che voleva fare l’amore con lui. Giacomo sospese la redazione del rapporto, la prese in braccio e l’adagiò delicatamente sul letto. Seguì uno scambio  di amorose  tenerezze dopo  di che  decisero di scendere al ristorante. Xian Li disse che avrebbe fatto la doccia per prima. Entrò nel box, si lavò rapidamente e lasciò subito il posto a Giacomo che, mentre si trovava sotto la doccia, vide Xian Li, riflessa nel grande specchio del bagno, intenta a maneggiare il computer. Per non destare la sua attenzione lasciò la doccia senza interrompere il flusso dell’acqua e, così come si trovava, irruppe nella camera chiedendole perentoriamente: “Cosa stai facendo?”

“Sto navigando nel sito del caseificio, per conoscervi meglio”

“Ma … sei nell’area riservata del sito. Come hai fatto ad entrare? Chi ti ha dato la password? Cosa stai cercando?”

“Ho captato la password durante la riunione di questa mattina mentre cercavi un’informazione. Volevo accedere alla documentazione tecnica riservata ma ho capito che è necessaria un’altra password, che non conosco”

“Cosa speravi di trovare? Le ricette per la preparazione dei formaggi?”

“Mi hanno obbligato a cercarle. Il gruppo alimentare con il quale hai sottoscritto l’agreement vorrebbe averle per evitare di pagare quanto avete convenuto. Mi sono dovuta prestare a questa ignobile azione perché altrimenti mi avrebbero licenziata”.

“Chi può pensare che nel sito del caseificio si possano trovare i segreti del know how?”, disse Giacomo, “I veri segreti sono riposti nei nostri mastri casari, mentre le ricette presenti sul sito sono artatamente incomplete. Quindi è fatica sprecata cercare quelle giuste. Potrei farti avere le stesse informazioni che si trovano sul sito, senza alcun problema per il caseificio”

“Vieni amore mio. Non perdiamo tempo. Domani partirai e non so se ci rivedremo ancora”, lo pregò Xian Li.

Le monache di San Eulalio


Racconto inedito che sarà pubblicato nel libro provvisoriamente intitolato Storie brevi. Trae spunto dalla lettura di atti di visite pastorali condotte alla fine del ‘500 alle diocesi a seguito delle disposizioni dettate dal Concilio di Trento. Durante una visita apostolica a un monastero di clausura di montagna, una badessa fa il possibile per tenere nascosto al vescovo visitatore l’esistenza di due monache gravide, temendo conseguenze per il monastero e per lei stessa. Una monaca è però costretta ad ammettere d’esserne a conoscenza. Il visitatore decreta la soppressione del monastero a causa della sua vulnerabilità e fatiscenza e raccomanda il trasferimento delle monache ad altro monastero di città.

Le monache di San Eulalio

Nell’anno 1574 erano trascorsi dieci anni dalla conclusione del Concilio di Trento. Nel 1517 Martin Lutero aveva affisso le 95 tesi riformatrici al portone della chiesa di Wittenberg. La Chiesa reagì, non immediatamente, contrastando Lutero, poi scomunicandolo, ma alla fine si rese necessario un Concilio per definire la riforma della Chiesa, detta poi Controriforma, e la reazione alle dottrine protestanti.

Con il Concilio tridentino fu dato grande impulso alle diocesi imponendo ai vescovi la presenza nelle loro sedi e l’effettuazione di visite pastorali. Per testimoniare quanto avvenuto nelle visite venne richiesta la redazione di relazioni o atti. Dalla lettura di alcuni di questi è stato tratto lo spunto per questo racconto.

Le disposizioni del Concilio erano valide anche per il monastero agostiniano di San Eulalio, di clausura, ubicato sull’Appennino e appartenente alla diocesi di Modena. Al monastero era annessa una chiesa che serviva anche la popolazione del piccolo paese ai margini del quale si trovava il monastero. La chiesa era stata costruita a metà del ‘200 da due monaci benedettini che vi officiavano i riti religiosi per il paese. Nel 1330 i benedettini cedettero la chiesa a due monache francescane. Altre consorelle si affiancarono a queste e insieme diedero vita al monastero aggiungendo nuove costruzioni in relazione all’aggregazione delle converse. Le monache abbracciarono la regola di sant’Agostino e divennero agostiniane di clausura.

Grande agitazione regnava nel monastero di San Eulalio per l’annunciato arrivo del visitatore apostolico, vescovo di Chieti, inviato da papa Gregorio XIII per verificare la corretta applicazione delle disposizioni del Concilio e degli ordini lasciati nel 1571 dal vescovo di Modena durante la precedente visita pastorale. La badessa era molto preoccupata perché, inspiegabilmente, due monache erano rimaste incinte e la notizia era circolata nel monastero. Inspiegabilmente, perché era convinta che la clausura fosse ben protetta dalle tentazioni provenienti dall’esterno. Per evitare lo scandalo e l’irrogazione di provvedimenti disciplinari anche nei suoi confronti, la badessa aveva raccomandato a tutte le monache la massima riservatezza. Non avrebbero dovuto parlare delle gravidanze con il visitatore apostolico e i suoi accompagnatori. Sempre che non fosse stata loro diretta un’esplicita domanda.

Il visitatore apostolico fu ricevuto con tutti gli onori dalla badessa e dalle monache anziane. Per propiziare il felice esito della visita fu celebrata una messa accompagnata dal canto sublime delle monache. Subito dopo, il vescovo prese visione delle condizioni del monastero che, per le aggregazioni successive, era più somigliante a un caseggiato. Osservò che la manutenzione era scadente; la motivazione data fu che lo era per i limitati mezzi a disposizione.

Per la prima volta il visitatore apostolico avrebbe utilizzato un questionario per porre interrogationes alla badessa e ad alcune monache scelte a caso tra le trentadue presenti nel monastero, con il fine di avere una visione complessiva e, indirettamente, conferma delle risposte della badessa. Questa fu chiamata a dare conto dei temi inerenti alla vita religiosa della comunità monastica quali: consistenza, possesso, lettura e osservanza della regola, regolare recita dell’ufficio, disponibilità di un confessore, frequenza della comunione e della confessione, proprietà comune. La badessa rispose senza esitazioni a tutte le domande del vescovo evitando di sfiorare il noto argomento.

Il vescovo passò poi a interrogare le monache scelte a caso con domande riguardanti: obbedienza alla badessa, onestà, continenza rispetto alla clausura, contatti con il mondo esterno, vita comunitaria. Il questionario per le monache non prevedeva domande esplicite sul tema delle gravidanze bensì un quesito di questo tenore. “Non ha mai avuto notizia di gravidanze all’interno del monastero?” A questa domanda le prime due monache intervistate avevano risposto negando. La prima perché non ne era a conoscenza, la seconda mentendo per seguire le indicazioni della badessa. La terza intervistata non riuscì a mentire, cercò di sviare il discorso rispondendo che non era a conoscenza di che cosa fosse una gravidanza perché la sua condizione non glielo consentiva. Allora il vescovo, da buon padre, le disse: “Sorella, le avevo fatto tutt’altra domanda. Le avevo chiesto se avesse avuto sentore di gravidanze di monache all’interno del monastero”. A questo punto dovette per forza rispondere che era a conoscenza di una gravidanza in corso.

Allora il vescovo chiese alla badessa di intervistare tutte le monache, direttamente o tramite il vicario generale che l’accompagnava. Alla fine, risultò che due monache erano incinte. Allora il visitatore volle che fosse eseguito un’ispezione approfondita sulle possibilità di accesso al monastero, cosa che fu immediatamente eseguita da due zelanti accompagnatori. Fu trovato che alcuni rami di un albero sito nell’orto sporgevano oltre il muro di cinta del monastero in modo tale che un malintenzionato avrebbe potuto entrare da lì. Una volta entrato nell’orto avrebbe potuto attraversare il prato e raggiungere il grande pollaio all’interno del quale una porticina, chiusa dall’interno, comunicava direttamente con la cucina del monastero. Diede ordine di tagliare l’albero e, per sicurezza, tutti gli alberi vicini al muro di cinta. Inoltre, chiese di murare la porticina che dalla cucina conduceva al pollaio. Le cuciniere vi sarebbero entrate dall’esterno.

Le due monache incinte furono interrogate dal vicario generale in presenza della badessa. Negarono entrambe di conoscere il malintenzionato che le aveva ingravidate e, tantomeno, di poterlo riconoscere perché i malfatti erano stati commessi di notte nell’oscurità della cucina. Dal canto suo la badessa dichiarò di non essere stata messa a conoscenza delle gravidanze. Il visitatore le lasciò il compito di dare una punizione esemplare alle due monache con la sola disposizione che, una volta partorito, fossero trasferite lontano, al monastero agostiniano di San Candido nella diocesi di Chieti. Lui stesso avrebbe dato direttive in tal senso.

La badessa comminò alle due monache uguale punizione. Fino a che non avessero partorito, da brave cuciniere che erano, furono destinate esclusivamente alla pulizia del monastero, ad attingere l’acqua dal pozzo per i fabbisogni della comunità e alla raccolta dell’immondizia e degli escrementi delle monache.

Infine il vescovo, resosi conto della situazione generale del monastero in luogo isolato e poco sicuro, con una chiesa non bene suddivisa tra interna (monache) e esterna (popolo), come espressamente disposto dal Concilio per le chiese dei monasteri di clausura, decise di raccomandarne la chiusura e chiedere al vescovo di Modena, superiore diretto della badessa, il trasferimento delle monache a un monastero della città. Lasciò i seguenti ordini: Essendo questo monastero non solo in luogo si può dire solitario ma secolare forma di clausura, oltre che nella chiesa si esercita la cura delle anime, Ill.mo Rev. Vescovo faccia in modo che si trasferisca alla Città e si uniscano le monache ad altri monasteri dello stesso Ordine, il che quando così al presente per qualche legitimo impedimento non si possa fare, non si manchi in questo modo di procedere alla risoluzione delle cose che ci sono parse degne di presentare rimedio.

Fu così che nel 1580, esattamente dopo 250 anni, le monache di San Eulalio dovettero abbandonare il loro monastero.

Cambiamento epocale


Tre amici discorrono sulla situazione di stallo che si è creata in seguito al risultato delle elezioni politiche del 4 marzo 2018.

A1 Tu affermi che il risultato delle elezioni è dovuto a un cambiamento sostanziale, addirittura epocale, nei rapporti tra partiti e cittadini, dovuto alla nuova strategia attuata per fidelizzare gli elettori mediante internet.

A2 Dico questo a ragion veduta: hai mai sentito di così pochi comizi e visto in giro così pochi manifesti elettorali?

A3 È vero: si sono verificati pochi disordini non solo per la maggiore maturità dei cittadini ma anche perché non ci sono state molte occasioni. E che dire della propaganda cartacea via posta che é praticamente scomparsa? E i famosi santini? Io non li ho più visti!

A2 Sta cambiando, e per alcuni partiti è già cambiato, l’approccio con i cittadini. Cade l’importanza delle sedi del partito, delle adunanze e assemblee per la presa d’atto di decisioni assunte dalla cupola. Oggi gli elettori sono consultati direttamente dai partiti prima di prendere decisioni importanti, via posta come ha fatto recentemente l’SPD in Germania per l’avallo della Grosse Koalition oppure, come fa ormai da tempo il movimento 5 Stelle, via internet.

A3 Personalmente … sono convinto che in futuro tutti i partiti agiranno così.

A1 Cosa intendete dire? Che sta scomparendo il rapporto diretto dei partiti con i cittadini, simpatizzanti ed elettori, così come l’abbiamo sempre visto, e che in futuro il rapporto si svolgerà tramite internet?

A2 Non sarà piū come fino all’altro ieri quando per farsi un’opinione si leggevano i giornali, si seguiva Tribuna Politica oppure Porta a porta, senza vincitori né vinti. In più, si partecipava a comizi o a loro surrogati, come adunanze o riunioni patrocinate dai partiti attraverso i loro clienti (confederazioni, enti e istituti vari).

A3 Per esperienza personale, era comunque difficile farsi un’idea di chi votare. Valeva di più il passaparola tra amici, colleghi e conoscenti.

A2 Oggi il passaparola ha raggiunto una dimensione teoricamente illimitata: attraverso internet é possibile raggiungere molti più amici e conoscenti, facilitati in ciò dalle app social (Facebook, Twitter, LinkedIn, YouTube, WhatsApp, Instagram, ecc.)

A1 Intendete dire che la carta stampata e la televisione siano destinate a sparire dalle campagne elettorali e dal rapporto dei cittadini con la politica?

A2 Non scompariranno, ma la loro influenza sul risultato delle elezioni è destinata a decadere molto più velocemente di quanto si pensi. I giornali prima, la televisione poi, sono stati a loro volta, cambiamenti epocali del modo di fare politica. Fino agli anni 70 del ‘900 la carta stampata, giornali, manifesti, brochure, ecc. sono stati l’unico mezzo a disposizione dei partiti oltre a comizi, riunioni in sede, adunanze e assemblee. Una volta preso piede, la televisione è stata individuata dai partiti come importante strumento di propaganda per entrare nelle case degli italiani. Grande beneficiaria di questa strategia è stata Forza Italia che negli anni ’90, in presenza di una situazione bipolare, ha riscosso un notevole successo elettorale equiparabile a quello odierno dei 5 Stelle. In ogni caso, allora come allora, l’obiettivo era portare gli elettori ai partiti e non i partiti agli elettori.

A3 Attraverso i social su internet i partiti arrivano sullo smartphone di tutti o di quasi tutti i potenziali elettori. Questi possono così ricevere notizie, informazioni e attraverso lo streaming partecipare ad adunanze o assemblee senza riunirsi fisicamente, ma essere presenti in diretta, grazie alla combinazione televisione+internet.

A1 Ma, allora, pensate che tutto vada a cambiare?

A2 I successi di 5 Stelle, Lega e Fratelli d’Italia sono in gran parte dovuti a questa nuova strategia, in aggiunta a un robusto contatto diretto dei leader con il territorio. Tutti i partiti hanno assoldato un guru, inclusi FI e PD che, però, non sono riusciti a sfruttare a fondo i nuovi media privilegiando una campagna elettorale con una componente tradizionale ancora molto importante. L’utilizzo di internet da parte dei leader di FI e PD è risultato ridotto rispetto a quello immediato, sintetico e talvolta dissacrante dei leader degli altri tre partiti.

A3 Il trend è talmente evidente che ormai si può affermare che è (non che sarà) cambiato il modo di fare politica dei partiti. La popolazione anziana per natura è destinata a scomparire sostituita da nuove leve che sono ormai digitalizzate, fino dalle elementari.

A1 Mi é venuto un dubbio: non è che, prima di noi, Brexit e i risultati delle recenti elezioni americane, francesi e tedesche siano stati influenzati dallo stesso fenomeno?

A3 È molto possibile, si dovrebbe dire certo. D’altra parte la nostra esterofilia è nota …..

A1 Il discorso mi pare chiaro anche se non mi avete convinto del tutto. Ho preso molti spunti e li approfondirò. Grazie.

Dieci nuove favole illustrate


Nel 2016 pensai che sarebbe stato bello scrivere un libro di favole illustrate per i nipoti. Ideai una prima favola, la scrissi, la illustrai e la raccontai ai nipoti più grandi che ne furono entusiasti. Seguendo il loro desiderio ne scrissi e illustrai altre nove con l’idea di realizzare un libro di favole. I loro commenti favorevoli mi spinsero a pubblicare per tutti i bambini il libro Dieci nuove favole illustrate. Le 49 illustrazioni e la copertina sono state da me ideate e realizzate.

Dieci nuove favole illustrate è disponibile presso Youcanprint,Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it.

Come esempio riporto una tra le prime favole da me create e illustrate che racconta la storia di un Asinello, con la maiuscola, e dei suoi tre compari. L’editing dell’estratto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

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L’asinello e gli allegri compari

Copertina
Copertina

Personaggi: L’Asinello: Yoyo, La Gallinella: Coccodella, Lo Scoiattolo: Ciop, La Scimmietta: Cita, I Briganti.

La Gallinella Coccodella

Cera una volta un Asinello che andava al mercato a ritirare la spesa della padrona. Portava in groppa due grandi ceste vuote. A metà strada incontrò una Gallinella che gli disse:  “Caro amico, mi chiamo Coccodella. Tu come ti chiami? Dove stai andando?”. “Mi chiamo Yoyo e sto andando al mercato”. “Che bellezza! Anch’io sto andando al mercato a vendere una dozzina di uova. Mi dai un passaggio? Mi faresti un grande favore perché risparmierei un bel po’ di tempo e fatica”. “Va bene, ma tu cosa mi dai in cambio?”. “Ti do due uova. Va bene?”. “Va bene per le due uova. Monta in groppa”.

Lo scoiattolo Ciop

Dopo un po’ di cammino i due compari incontrarono uno Scoiattolo che stava andando al mercato a vendere un grosso sacchetto di nocciole. Anche lo Scoiattolo chiese un passaggio. Si chiamava Ciop. Yoyo accettò in cambio di una dozzina di belle nocciole. Ciop montò in groppa e fece subito amicizia con Coccodella. Dopo un altro po’ di cammino i tre compari incontrarono una Scimmietta che stava andando al mercato per vendere un casco di banane. Anche la Scimmietta, di nome Cita, chiese un passaggio e Yoyo accettò in cambio di tre banane. Cita montò in groppa a Yoyo e diventò subito amica di tutti.

La Scimmietta Cita

La comitiva continuò il cammino verso il mercato cantando una filastrocca: Com’è bello andare al mercato in groppa a un caro amico/ Com’è bravo Yoyo/ Come si viaggia veloci in groppa a un caro amico/ Com’è bravo Yoyo.

Dopo una curva della strada la comitiva venne circondata dai Briganti. Appena si rese conto del pericolo, Yoyo raccomandò ai compari di nascondersi sul fondo delle ceste, sotto le loro provviste, e di stare in assoluto silenzio.

Il Capo dei Briganti interrogò Yoyo

“Dove stai andando?”, chiese all’Asinello il Capo dei Briganti. “Vado al mercato a ritirare le spesa della mia padrona”, rispose Yoyo. “Che cosa trasporti?”, chiese ancora il Capo dei Briganti. “Non porto nulla nelle ceste perché devo ritirare la spesa. Ho con me solo uova, nocciole e banane che la padrona mi ha dato per fare merenda durante il viaggio”.

Un Brigante controllò se l’asinello aveva detto la verità. I tre compari si erano nascosti così bene sul fondo delle ceste che non furono visti. Il Brigante trovò invece le uova, le nocciole e le banane sotto le quali i compari si erano nascosti.

Il Capo dei Briganti allora disse: “Portiamo l’Asinello al nostro accampamento, domami andremo con lui al mercato a ritirare la spesa della padrona e poi gliela porteremo via!”. I Briganti con Yoyo e i tre compari nascosti sul fondo delle ceste – che quasi non osavano respirare – raggiunsero l’accampamento che si trovava nel mezzo di un bosco fitto dove nessuno osava entrare. Yoyo venne legato con una corda a un albero non distante dal recinto dove si trovavano i cavalli dei Briganti. Quando iniziò a fare buio Yoyo chiese ai compari proposte per fuggire dall’accampamento.

Cita diede un suggerimento subito accettato da tutti: “Dividiamoci i compiti. Quando sarà buio, io andrò alle tende dei Briganti per cercare di recuperare le nostre provviste. Ciop taglierà con i denti la corda che tiene legato Yoyo all’albero. Coccodella, quando Yoyo si sarà slegato, correrà tra le zampe dei cavalli per spaventarli, creando così una grande confusione”.

E così fu: non appena giunta la notte, Cita, saltando da un ramo all’altro, si diresse verso le tende dei Briganti. Ciop, di buona lena, si mise a rosicchiare la corda che, per fortuna era un po’ malandata. Non appena la corda fu tagliata, Coccodella saltò dalla groppa di Yoyo e raggiunse il recinto dei cavalli. Lì creò una grande confusione al punto che alcuni cavalli si slegarono dai loro lacci e si misero a correre come forsennati tra le tende dell’accampamento.

La Fuga notturna dall'accampamento dei Brigati

Compiuto il proprio dovere, Coccodella ritornò velocemente in groppa a Yoyo proprio mentre Cita stava rientrando dal giro tra le tende con un sacco sulle spalle. Anche lei saltò in groppa a Yoyo e, approfittando della confusione, tutti insieme fuggirono dall’accampamento senza essere visti dai Briganti. Fu allora che Cita disse ai compari: “Non sono riuscita a trovare le nostre provviste e, in mancanza d’altro, ho preso quattro piatti d’argento per ripagarci di quanto i Briganti ci hanno rubato. Uno per ciascuno di noi”.

La comitiva, seguendo altre strade per non essere inseguita dai Briganti, raggiunse il mercato dove i quattro piatti d’argento furono venduti a un ottimo prezzo. Yoyo caricò la spesa della padrona e tutti insieme ritornarono alle loro case cantando allegramente la filastrocca, contenti di essersi salvati dai Briganti e di avere ottenuto un bel po’ di soldi dalla vendita dei piatti d’argento: Com’è bello viaggiare in groppa a un caro amico/ Com’è bravo Yo-yo/ Come si viaggia sicuri in groppa a un caro amico/ Com’è bravo Yo-yo.