La trattativa (Stella)


Racconto pubblicato sul libro intitolato La moglie nuora e altri racconti. narra la storia di un Amministratore Delegato di una società di ingegneria che si trova a Mosca per partecipare in consorzio con altre due società a un’importante trattativa che si sta protraendo nel tempo. Una bella ragazza bruna che conosceva da tempo gli chiede di sposarla. Rifiuta essendo felicemente sposato con prole. La stessa ragazza, comparsa inaspettatamente al tavolo della trattativa, in separata sede, gli indica come arrivare a ottenere il contratto. I consorziati seguono le indicazioni e concludono positivamente la trattativa. La moglie nuora e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto differisce da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

La trattativa

Correva l’anno 1984, in Unione Sovietica, un anno prima dell’avvento della Glasnost, la trasparenza. Nel mese di marzo, su un jet executive – sei posti passeggeri, più piloti e una hostess – in volo da Mosca a Milano, via Varsavia, si stava concludendo una partita a scopone. Da una parte Enrico e Daniele, rispettivamente presidente e amministratore delegato di un noto gruppo di zuccherifici con sede a Bologna; dall’altra Stefano, presidente di una delle più conosciute società di costruzione milanesi, e Cesare, amministratore delegato di una società di ingegneria internazionale con base a Milano. Bologna contro Milano, verrebbe da dire.

“Settebello!”

“Scopa!”

“Settebello cento scope”

“Contiamo i punti: noi: ori, carte, una scopa, voi: primiera e settebello. Abbiamo vinto!”

Vinsero i milanesi per 21 a 19 punti. Una vittoria di misura che faceva seguito al grande successo nella conclusione della trattativa con l’Agenzia di stato sovietica per il commercio estero, delegata alla negoziazione dei contratti internazionali. Seguì un brindisi con vodka ghiacciata offerto dall’hostess.

Enrico, in previsione della possibile conclusione della trattativa, aveva pensato di affittare un jet executive – la cui spesa sarebbe stata poi suddivisa con gli altri compagni di volo – invece di sobbarcarsi il solito viaggio Milano-Mosca-Milano via Vienna, più lungo e con orari di imbarco fissi. Inoltre, sul jet avrebbe messo a punto con i colleghi la strategia della trattativa che questa volta sperava si sarebbe conclusa bene. Il gruppo degli zuccherifici era il leader del consorzio creato con le altre due aziende per promuovere, presentare l’offerta e trattare l’acquisizione del contratto per la realizzazione “chiavi in mano” di cinque zuccherifici, da costruirsi nei successivi quattro anni presso altrettante città della Bielorussia e dell’Ucraina. Un contratto di 650 miliardi di lire di allora, al cambio circa 325 milioni di euro, che oggi varrebbe più di 500 milioni di euro. Un affare molto rilevante per le tre aziende che avrebbe dato un notevole contribuito ai budget dei quattro anni successivi.

La trattativa, iniziata da più di tre mesi, aveva avuto alti e bassi e, in questo lasso di tempo, i consorziati avevano fatto quattro viaggi a Mosca della durata di 3-5 giorni ciascuno. Negli incontri con la controparte russa erano accompagnati dal rappresentante dell’Unione degli Zuccherifici Italiani, un italiano da tempo residente a Mosca, e da un interprete russo- italiano. La controparte era composta dallo stesso numero di persone: il capo della delegazione russa era uno specialista della trattativa e – si seppe poi – i componenti la delegazione avevano ottenuto un master in commercio internazionale. In una riunione tenuta durante il quarto viaggio, il capo della delegazione russa aveva chiesto a Enrico un’ulteriore riduzione di prezzo per pareggiare l’offerta alternativa di un gruppo francese, fatta circolare in fotocopia. Sarà stata vera l’offerta francese oppure una messinscena, come si diceva facessero talvolta i russi? Enrico aveva risposto dicendo che, a più riprese, il consorzio aveva già fatto uno sconto del 15% sul prezzo offerto inizialmente, cosa che rappresentava uno sforzo considerevole da parte loro. Fu allora che il capo delegazione disse: “Se la vostra offerta iniziale fosse stata più alta avreste potuto affermare di avere concesso uno sconto maggiore!”. Voleva dire che ciò che contava non era l’entità dello sconto ma il prezzo finale. Quella mattina l’incontro finì così e la trattativa fu riconvocata per il giorno seguente.

Nel tardo pomeriggio, dopo avere pranzato, i consorziati rientrarono all’Hotel National – nei pressi della Piazza Rossa – dove erano alloggiati. Stefano disse che quella sera avrebbe cenato con un italiano conosciuto tempo addietro sul volo per Mosca, mentre sapeva che avrebbe telefonato a Stella, una splendida bruna di ventisei anni, originaria di Tashkent, conosciuta durante un precedente viaggio. Compose il numero: rispose la madre alla quale poté solamente dire “Sctella!”, imitando l’accento russo. Prese il telefono Stella, che parlava discretamente inglese e un po’ di italiano, alla quale diede un appuntamento per le 20.00 in un ristorante non distante dal National.

Stefano fece prenotare un tavolo dal concierge dell’hotel e, seguendo il suo suggerimento, si avviò a piedi, nonostante la temperatura esterna fosse di -20°. Mentre camminava, il suo pensiero era per Stella, incontrata altre due volte senza riuscire a combinare nulla oltre a un bacio. Giunto al ristorante non dovette attendere molto prima dell’arrivo della bellissima ragazza che si avvicinò al tavolo e sedette senza dare alcun cenno affettuoso di saluto. Il carattere di Stella non era semplice: ricordava una bellissima puledra non ancora domata e ciò rendeva la conquista più ardua ed eccitante. A tavola il colloquio fu limitato a qualche scambio di parole. Dopo la cena, a base di crêpes bliny al caviale e panna acida, vodka ghiacciata e un dolce simile alla zuppa inglese, Stella chiese a Stefano di seguirla. Presero un taxi e dopo una ventina di minuti raggiunsero un condominio prefabbricato, tipico della periferia di Mosca. Stella inserì la combinazione in una tastie- ra posta presso la porta di ingresso, che si aprì: salirono in ascensore e si fermarono al quinto piano. Entrarono in un appartamento, piccolo per gli standard italiani, discreto per i russi: una cucina di modeste dimensioni cui era affiancato un piccolo bagno con water closet separato, un piccolo soggiorno con un accesso all’adiacente camera da letto, della stessa dimensione del soggiorno. Stella preparò un tè e, una volta accomodati su un vecchio divano, iniziò un discorso in inglese, con qualche parola in italiano, che Stefano cercò di seguire:

“Voglio lasciare l’Unione Sovietica perché, essendo giovane, sono certa che avrei infinite più occasioni. Unica possibilità per andarmene è sposare un cittadino straniero. Così non avrei alcun problema a uscire ed entrare più volte nel paese. Tu Stefano sei la persona che sposerei subito”.

Stefano, sorpreso dal discorso e, in particolare, dalla proposta, esitò a rispondere ma alla fine disse, scandendo le parole affinché Stella potesse capire bene:

“Cara Stella, comprendo il tuo stato d’animo e la volontà di fare un passo importante nel lasciare il paese. Capisco che una possibilità concreta sia offerta dal matrimonio con uno straniero ma, purtroppo, non posso essere io. Sono sposato con figli, dovrei divorziare da una moglie che conosco dai tempi dell’università. No, questa strada non è purtroppo percorribile”.

Stella non reagì bene, anzi la prese male perché era convinta che Stefano fosse la persona giusta. Poiché nel frattempo si era fatto tardi e sarebbe stato difficile trovare un taxi in quella parte della città, Stella gli disse che avrebbero passato la notte nell’appartamento. Nella camera adiacente al soggiorno c’erano due letti singoli. Ciascuno si tolse gli abiti e si infilò sotto le coperte del proprio letto. Verso l’alba Stefano si svegliò e si mise a pensare a come avrebbe potuto andare incontro alle necessità di Stella, perlomeno economiche, in attesa che trovasse una soluzione alle sue aspirazioni. Nel portafoglio aveva poco più di 400 dollari. Ne tenne 100 e rotti per sé, piegò a metà gli altri 300 – a quel tempo rappresentavano quasi tre mesi di uno stipendio medio, in rubli, al cambio parallelo – si alzò e li pose sul tavolino a fianco del letto di Stella. Non appena tornato a letto lei lo raggiunse, vestita di una sola camicia corta, trasparente e molto scollata. Lo abbracciò, lo accarezzò e lo baciò. Ciò mandò in visibilio Stefano che ricambiò con passione l’inaspettata disponibilità di Stella: era, finalmente, la ragazza che aveva desiderato dal primo incontro. Dopo avere fatto l’amore, Stella si alzò e andò in cucina a preparare un caffè. Lui si vestì, la raggiunse, si guardarono a lungo senza parlare, poi si salutarono con un abbraccio e un lungo bacio.

Stefano arrivò all’hotel, fece una doccia, si tagliò la barba e raggiunse i colleghi al breakfast lounge, come se nulla fosse successo. Dopo colazione si recarono agli uffici dell’Agenzia dove la trattativa proseguì per il resto della mattinata senza arrivare ad alcun risultato. Nel pomeriggio i consorziati presero il volo di ritorno con Austrian Airlines e si salutarono a Milano dopo la solita sosta a Vienna.

Due settimane dopo erano di ritorno a Mosca – il loro quinto viaggio – questa volta sul jet executive affittato da Enrico, sul quale misero a punto la strategia della trattativa che sarebbe ripresa il giorno seguente. Decisero: un ulteriore ritocco del prezzo pari al 7%, una riduzione di quattro mesi del tempo di consegna dell’ultimo zuccherificio e un aumento del 5% della produzione garantita, concessioni che si sarebbero dovute spendere col procedere della trattativa. La mattina del giorno seguente ripresero gli incontri con l’Agenzia con una novità imprevedibile: Stella aveva sostituito un componente della delegazione. Stefano accennò un sorriso, non ricambiato e addirittura ignorato. La trattativa riprese con difficoltà: in tarda mattinata il capo della delegazione russa si impuntò su una questione di garanzie di produzione che Enrico non seppe chiarire bene. Intervenne Stefano che diede una spiegazione che venne accettata, con qualche distinguo. La trattativa fu sospesa e rinviata al giorno seguente.

Rientrando in albergo, Stefano trovò un messaggio di Stella con un numero di telefono e la richiesta di essere richiamata al più presto. Cosa che fece ricevendo un invito a cena nello stesso ristorante vicino al National. Questa volta Stella fu molto loquace: raccontò del suo ruolo presso l’Agenzia – dove lavorava da quando aveva ottenuto un master in commercio internazionale – e disse che il capo delegazione l’aveva pregata di contattarlo per fornirgli le indicazioni per la chiusura della trattativa. Il loro consorzio sarebbe stato il prescelto sempre che avesse seguito le istruzioni alla lettera. Stella confermò: “La trattativa si potrà concludere solo con una ulteriore riduzione di prezzo pari al 10%, di cui il 5% concesso al capo delegazione e il 5% al viceministro del commercio estero, che riceverà il consorzio alla fine della trattativa con l’Agenzia”.

“Siamo certi che la trattativa si concluderà con questi sconti e che non arriveranno altre richieste?”, domandò Stefano.

“È così, come ho riferito”, rispose Stella.

Si salutarono con un abbraccio silenzioso, sapendo che non si sarebbero più rivisti se non, eventualmente, per ragioni di lavoro. Stefano rientrò subito al National e raccontò a Enrico e agli altri la soffiata ricevuta dall’amica: “Vi ricordate la bella ragazza bruna apparsa questa mattina nella delegazione russa? Ecco, lei stessa mi ha appena indicato come potremmo ottenere il contratto dei cinque zuccherifici”. E raccontò quanto riferito da Stella a proposito degli sconti da concedere, prima al capo delegazione e poi al viceministro. Disse inoltre che la fonte era credibile perché “è un funzionario dell’Agenzia e persona a me nota da tempo”. E qui si accorse di essersi sbilanciato troppo accennando implicitamente ai suoi rapporti con Stella. Gli altri non fecero alcun commento tanto erano presi dalla notizia della possibile chiusura della trattativa. Alla fine tutti decisero di credere alla versione di Stefano e di proseguire la trattativa secondo le indicazioni di Stella, senza proporre, come avevano pensato, alcuna riduzione dei tempi di realizzazione, o incremento della produzione garantita. A giustificazione dell’incremento dello sconto sul prezzo dal 7 al 10%, Enrico ricordò che le altre concessioni ipotizzate sul jet avrebbero comportato costi maggiori.

Così fu: il giorno dopo, la trattativa si concluse proprio come anticipato da Stella, che non partecipò alla fase finale. Alla sigla dell’accordo seguì un brindisi a base di champagne ucraino, offerto dal capo della delegazione russa. Nel tardo pomeriggio, dopo l’incontro e un altro brindisi con il viceministro del commercio estero, i consorziati ripresero il jet executive – che li aveva attesi – alla volta di Milano con scalo tecnico a Varsavia. Dopo un’ora dal decollo Enrico volle giocare a carte: quale gioco? A scopa? Scopone? Vada per lo scopone.

Due anni dopo, ritornato a Mosca per altro progetto, Stefano seppe che Stella aveva sposato un ingegnere giapponese e, come moglie di uno straniero, aveva continuato a vivere in Russia andando e venendo dall’estero quando e come voleva.

Il monastero di Santa Caterina


O006_NOSEDA_COVER_15X21_25062018 copiaRacconto inedito di genere storico pubblicato sul libro intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. Alla fine del ‘500, in occasione di una visita apostolica a un monastero di clausura di montagna, una badessa cerca di tenere nascosto al vescovo visitatore l’esistenza di due monache incinte, temendo conseguenze per il monastero e per lei stessa. Una monaca è però costretta ad ammettere al vescovo d’esserne a conoscenza. Le due monache confessano di avere infranto il voto di castità e vengono punite severamente, così come tocca a due giovani, colpevoli di averle ingravidate. Il visitatore raccomanda la soppressione del monastero, a causa della vulnerabilità e fatiscenza, e richiede che le monache siano trasferite ad altro monastero.   Le chiavi di Portofino e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Il monastero di Santa Caterina

Siamo nel 1577, tredici anni dopo la conclusione del Concilio di Trento. Sessant’anni prima Martin Lutero aveva affisso le 95 tesi riformatrici al portone della chiesa di Wittenberg. La Chiesa aveva reagito prima con il contrasto a Lutero, poi con la scomunica. Nel 1545 papa Paolo III aveva aperto a Trento i lavori del Concilio, reso necessario per definire la riforma della Chiesa, detta poi Controriforma, e la reazione alle dottrine protestanti. Il Concilio tridentino aveva dato grande impulso alle diocesi imponendo ai vescovi la presenza nelle proprie sedi e l’effettuazione di visite pastorali. Per testimoniare quanto avvenuto nelle visite fu richiesta la redazione di relazioni o atti. Dalla lettura di alcuni di questi è stato tratto lo spunto per questo racconto.

Regnava grande attesa per l’arrivo del visitatore apostolico al monastero di clausura di Santa Caterina, posto ai margini di Montebello, piccolo paese dell’Appennino modenese. Al monastero era annessa una chiesa, che fungeva anche da parrocchiale del paese, costruita alla fine del ‘200 da due monaci benedettini. Nel 1330 i monaci, con il consenso degli anziani del paese, avevano ceduto le cure della chiesa a due monache francescane alle quali si erano affiancate altre consorelle. Insieme avevano dato vita al monastero aggiungendo nuove costruzioni in relazione all’aggregazione di altre consorelle. Le monache avevano abbracciato la regola di sant’Agostino ed erano diventate agostiniane di clausura. Il monastero, dedicato a Santa Caterina d’Alessandria, vergine e martire, era noto per avere ospitato molti cittadini di Modena e dintorni fuggiti dalle loro abitazioni durante la peste che afflisse il modenese nel 1529. Le cronache del tempo scrissero che il 24 giugno in Modena erano rimasti pochissimi cittadini di rango elevato: el pare una cità vedova per tanti che sono andati a stare de fora in villa, e poveri asai sono serati in casa per suspeto … e andande per la cità non se vede se non usci inchiodati, e strade sbarate e pagni fora de amorbati. La Comunità non può atrovare tanti dinari che facia le spese ali impestati per tanto numero che sono. Addirittura, il 29 giugno i monaci del monastero di San Pietro non avevano officiato la festa del santo perché il monastero era in sospetto di peste. Per lo stesso motivo non era stata celebrata la festa di San Giovanni Battista.

Nel medioevo il paese era stato il borgo della Torre di Montebello, distrutta ai tempi di Federico Barbarossa, l’imperatore tedesco incoronato re d’Italia alla metà del 1100. Si diceva che la Torre fosse sorta dove si trovava una torre di avvistamento costruita dai Romani nel 200 a.C. quando la potenza di Roma si era affacciata per la prima volta sulla pianura padana, allora patria dei Galli Boi che l’avevano invasa duecentocinquanta anni prima. Sin dai tempi antichi le vallate degli Appennini furono sorvegliate da torri che comunicavano tra loro a vista, con bandiere di giorno e fuochi di notte. Le torri furono edificate in posizioni strategiche e quella della Torre di Montebello era senza dubbio tra le più rilevanti. Dalla sua posizione a balcone era possibile disporre di una vista di ampiezza superiore a centottanta gradi. Come successo in altre circostanze, fu attinto alle rovine della Torre per ricavare materiale per la costruzione della chiesa e del monastero. Così la chiesa fu edificata in quel luogo per l’abbondanza di materiale di costruzione, nonostante fosse distante dal centro del paese. Conglobata nei manufatti del convento, la Torre divenne il campanile della chiesa.

Alla metà del ‘500 il paese di Montebello contava circa 350 anime ed era suddiviso in tre nuclei disposti ai vertici di un triangolo, il centro e due frazioni poste in posizione più elevata. La popolazione era equamente distribuita tra i tre nuclei del paese, ciascuno rappresentato e guidato da un console eletto con gli altri due, ogni tre anni, dall’adunanza degli anziani riunita nel piazzale antistante la chiesa.  A turno, per la durata di un anno, ciascuno dei consoli fungeva da primus inter pares. Nel centro del paese c’era la piazza, con due osterie, una locanda, il fornaio, uno spaccio e la casa del parroco, che non poteva essere ospitato nel monastero. Negli atti delle visite pastorali si legge che il centro distava mezzo miglio dal convento e per raggiungerlo si attraversavano campi coltivati a frumento. Il passaggio non doveva essere sempre agevole in tutte le stagioni.

La chiesa, di pianta rettangolare, orientata da ovest a est, aveva a quest’ultima estremità tre absidi che formavano una croce. L’abside principale, con il Redentore affrescato sulla volta, ospitava l’altare maggiore. Nei due absidi laterali vi erano gli altari dedicati alla Beata Vergine – sul lato dell’Epistola – e a San Michele arcangelo – sul lato del Vangelo. La porta principale della chiesa si trovava sulla facciata prospiciente il piazzale. Sopra la porta vi era un dipinto che rappresentava il martirio di Santa Caterina. Il monastero, adiacente alla chiesa, guardava a sud verso la pianura. Secondo le regole dei monasteri di clausura, la chiesa era suddivisa in chiesa esterna, per la popolazione del paese e chiesa interna, un coro sopraelevato con accesso diretto dal monastero, dal quale le monache assistevano alla messa attraverso una grata di ferro oscurata da un drappo nero. Le monache potevano accedere dal monastero alla chiesa esterna attraverso una porta loro riservata, una volta inibito l’ingresso al popolo. Il monastero aveva l’aspetto di un grande caseggiato, essendo stato ampliato in relazione all’aggregazione delle monache, cresciute nel tempo da poche unità a trentadue. Cintato da un muro di pietre e calce alto quasi tre metri, il monastero comprendeva un grande orto, posto su due balze, dove le monache coltivavano ogni tipo di verdura e ortaggi, un grande frutteto, un pozzo, una stalla con tre mucche da latte e un’asina. Adiacente all’edificio vi era un grande pollaio con decine di galline che producevano uova la cui qualità era rinomata in tutto il paese.

Il monastero di Santa Caterina era conosciuto per la salubrità del luogo posto a 630 metri di altitudine. Anche per questo molte monache erano figlie o nipoti di famiglie abbienti della diocesi di Modena, destinate ai monasteri così come i figli cadetti erano avviati alla carriera ecclesiastica e militare. Madre Agnes de Lucini, la badessa, era l’inflessibile regolatrice della vita nel monastero e guida spirituale delle monache cui la clausura imponeva di non avere contatti con il mondo esterno. Oltre alla badessa, erano autorizzate a interagire con persone esterne al monastero la madre portinaia e, in via eccezionale, la madre addetta agli acquisti di quanto necessario e alle vendite dei prodotti del monastero, verdura, frutta, uova, latte, polli. In un locale non distante dall’ingresso vi era il parlatorio dove le monache autorizzate dalla badessa potevano incontrare i parenti sotto la sorveglianza di un’altra monaca, allo scopo delegata. La visitata era separata dai parenti da una grata di ferro coperta da un drappo nero che ne lasciava intravvedere soltanto la sagoma. Qualsiasi oggetto, vivanda o altro, che i parenti avessero voluto fare avere alla monaca doveva essere consegnato alla madre portinaia per essere aperto in presenza della badessa, una volta terminata la visita. Le monache non potevano disporre di alcuna proprietà. Dovevano depositare in una stanza del monastero, all’uopo destinata, ogni oggetto, gioiello, vestito, ricordo della vita secolare, pena la violazione del voto di povertà. Inoltre, qualsiasi scritto destinato alle monache doveva essere letto in presenza della badessa o di una decana dalla stessa delegata. Allo stesso modo la risposta allo scritto doveva essere redatta in presenza delle stesse, che avrebbero provveduto alla consegna al destinatario.

Le monache giovani si dedicavano alla coltivazione e raccolta delle verdure dell’orto e della frutta (pere, mele, albicocche, pesche, fichi, uva, noci, nocciole, fragole, lamponi, mirtilli e ribes) che, per la grande varietà, era disponibile in molti mesi dell’anno. Altre monache si dedicavano alla stalla e alla mungitura, altre alla cucina o alle pulizie all’interno e all’esterno degli edifici, altre ancora alla sartoria e guardaroba, oppure alla riparazione dei sandali e degli zoccoli. Il monastero era autosufficiente sotto ogni aspetto, a meno della disponibilità di farina per il pane e di carne e pesce, di cui si faceva uso in rare occasioni. Le monache dovevano osservare strettamente la Regola di Sant’Agostino. Salvo deroghe disposte da madre Agnes, tutte le monache dovevano prendere parte alle liturgie dal primo mattino al calare del sole. Momenti di aggregazione erano il pranzo e la cena quando le monache si riunivano in silenzio nel refettorio, un grande locale con tre tavole disposte a ferro di cavallo. Alla tavola centrale sedevano madre Agnes e le decane ordinate secondo anzianità, mentre le due tavole laterali erano occupate dalle altre monache più o meno distanti dal tavolo principale in relazione all’anzianità. A turno una di queste leggeva passi del vecchio e del nuovo testamento.

La vita nel monastero procedeva senza grandi problemi e novità quando, proprio qualche giorno prima dell’arrivo del visitatore apostolico, fu turbata da un fatto, anzi due fatti gravi, che misero in grande agitazione Madre Agnes. Una decana le aveva riferito di avere saputo da una sorella che madre Matilde aveva accusato capogiri e nausee durante il lavoro e aveva dato di vomito. Anche madre Agata aveva dato simili manifestazioni. Proprio come fossero incinte! Madre Matilde, al secolo Ernesta Corradini, era la seconda figlia di un onorato consigliere del comune di Modena, avviata fin da piccola, come era in uso a quei tempi, alla vita monastica. Anche madre Agata, al secolo Giuseppina Malagoli, era figlia di uno dei maggiori commercianti della città. Perciò la badessa avrebbe dovuto essere cauta nel giudicare le due sorelle e trattare la questione con attenzione in modo da non provocare uno scandalo che sarebbe stato dannoso al monastero e a lei stessa. Convocò le due monache, separatamente, alla presenza della decana, e chiese loro se avesse fondamento la notizia della gravidanza. “Se corrispondesse a verità, avreste commesso la grave violazione del voto di castità, passibile di una punizione molto severa”. Entrambe risposero che erano state ingravidate da un malintenzionato che negarono di conoscere e, tantomeno, di potere riconoscere perché il fatto era stato commesso di notte, nell’oscurità della cucina. La badessa, sebbene non avesse creduto ai racconti, non riuscì ad ottenere niente di più dalle due monache e, per non sollevare un vespaio proprio prima della visita apostolica, tenne riservata la notizia pregando la decana di mantenere il più stretto riserbo. Il giorno seguente, la preoccupazione di Madre Agnes aumentò perché la notizia delle monache incinte era trapelata nel monastero. La badessa non riusciva a trovare una spiegazione perché era convinta che la clausura fosse ben protetta dalle tentazioni provenienti dall’esterno. Per evitare lo scandalo e l’irrogazione di provvedimenti disciplinari anche nei suoi confronti, la badessa raccomandò a tutte monache la massima riservatezza. Non avrebbero dovuto parlare di gravidanze con il visitatore apostolico e i suoi accompagnatori a meno che non fosse stata loro diretta una domanda esplicita.

Due giorni dopo, a metà mattina giunse al Sanctae Caterinae Montebellj Monasterium Monialium Ordinis S. Augustini il visitatore apostolico, mons. Giovanni Oliva, vescovo di Chieti, inviato da papa Gregorio XIII. Scopo principale della visita era verificare la corretta applicazione delle disposizioni del Concilio di Trento e degli ordini lasciati nel 1574 da mons. Sisto Visdomini, vescovo di Modena, durante la visita pastorale. Il visitatore fu ricevuto con tutti gli onori da madre Agnes e dalle decane. Per propiziare il felice esito della visita fu celebrata una messa accompagnata dal canto sublime delle monache. Subito dopo, il vescovo prese visione delle condizioni del monastero. Osservò che la manutenzione era piuttosto scadente. Gli fu risposto che ciò era dovuto alla scarsità dei mezzi a disposizione. Dopo la ricognizione, la badessa offrì nel refettorio un pranzo in onore del visitatore apostolico. Il vescovo e il vicario generale del vescovo di Modena, che l’accompagnava, sedettero al tavolo con la badessa e le decane. Gli accompagnatori pranzarono in altro locale allo scopo predisposto nell’ala del convento usata cinquant’anni prima per ospitare i fuggitivi dalla peste. Quel giorno le monache pranzarono, in via eccezionale con pesci arrostiti con salsa di fave e arrosto di carne con piselli e patate. Il vescovo si congratulò per la qualità della cucina.

Nel primo pomeriggio iniziarono le interrogationes, ovvero le interviste alla badessa e ad alcune monache, scelte a caso tra le presenti nel monastero, allo scopo di disporre di una visione d’insieme e, indirettamente, della conferma delle risposte che avrebbe dato la badessa. Per la prima volta il visitatore apostolico avrebbe utilizzato un questionario, predisposto ad hoc per la visita. La badessa fu chiamata a dare conto del buon governo, dell’entità dei redditi del monastero e di eventuali abusi nella loro amministrazione. Inoltre, le vennero rivolte domande inerenti alla vita religiosa della comunità monastica quali: possesso e osservanza della Regola anche in relazione alla conoscenza e alla recita degli uffici divini, alla vita comunitaria, ai digiuni e alle penitenze. Madre Agnes rispose senza esitazioni a tutte le domande del vescovo evitando di sfiorare il noto argomento. Il visitatore passò poi a esaminare tre monache scelte a caso rivolgendo loro domande riguardanti l’obbedienza alla badessa, l’onestà, la continenza rispetto alla clausura, la frequenza della comunione e della confessione, i contatti con il mondo esterno. Sebbene esistesse una grande preoccupazione per la condotta morale della comunità, il questionario non prevedeva domande esplicite sul tema delle gravidanze bensì il quesito: “Non ha mai avuto sentore di gravidanze all’interno del monastero?”. A questa domanda le prime due intervistate risposero negando. La prima perché non ne era effettivamente a conoscenza, la seconda mentendo, per seguire strettamente le indicazioni della badessa. La terza intervistata non riuscì a mentire, cercò di sviare il discorso rispondendo che non era a conoscenza di che cosa fosse una gravidanza perché la sua condizione non glielo consentiva. Allora il vescovo, da buon padre, le precisò: “Figlia mia, le avevo fatto tutt’altra domanda. Le avevo chiesto se avesse avuto notizia di gravidanze di monache all’interno del monastero”. A questo punto la monaca reticente dovette per forza ammettere di essere a conoscenza di una gravidanza in atto. Allora il vescovo chiese a madre Agnes di intervistare tutte le monache, compito che fu assegnato al vicario generale. Ciò comportò la modifica del programma della visita che era previsto terminasse a fine pomeriggio. Fu così necessario dare ospitalità al vescovo e alla comitiva. Allo scopo fu destinata la stessa ala dell’edificio dove avevano pranzato gli accompagnatori, dotata di solo accesso dal giardino. Alla fine degli interrogatori, che durarono tutta la giornata seguente, le due monache incinte furono nuovamente interrogate dal vescovo in presenza della badessa. Entrambe confermarono di non conoscere il malintenzionato che le aveva ingravidate e di non poterlo riconoscere perché i misfatti erano stati commessi di notte, nell’oscurità della cucina. Di conseguenza il visitatore volle che fosse compiuta un’ispezione approfondita per verificare le possibilità di accesso al monastero, cosa che fu immediatamente eseguita da due zelanti accompagnatori. Fu trovato che alcuni rami di un noce sporgevano oltre il muro di cinta del monastero in modo tale che un malintenzionato si sarebbe potuto aggrappare per scavalcare il muro. Una volta entrato nell’orto avrebbe attraversato il grande prato per raggiungere il pollaio dove una porta, chiusa dall’interno, comunicava direttamente con la cucina del monastero. Sentito questo, il vescovo diede ordine di tagliare il noce e, per sicurezza, tutti gli alberi vicini al muro di cinta. Inoltre, chiese di murare la porta che dalla cucina conduceva direttamente al pollaio. Le monache cuciniere vi sarebbero entrate passando all’esterno.

Dal canto suo madre Agnes dichiarò di non essere stata messa a conoscenza delle gravidanze. Il visitatore le lasciò il compito di dare una punizione esemplare alle due monache con la sola disposizione che, una volta partorito, fossero trasferite al monastero agostiniano di San Candido nella diocesi di Chieti. Lui stesso avrebbe dato direttive in tal senso. La badessa comminò alle due monache la stessa punizione. Fino alla data del parto sarebbero state esclusivamente destinate alle pulizie del monastero, ad attingere e distribuire l’acqua del pozzo per i fabbisogni della comunità e alla raccolta dell’immondizia e degli escrementi delle monache. Infine, il vescovo, resosi conto della situazione generale del monastero ubicato in luogo isolato e poco sicuro, con una chiesa non propriamente suddivisa tra interna e esterna, come espressamente disposto dal Concilio per le chiese dei monasteri di clausura, decise di raccomandarne la chiusura e chiedere al vescovo di Modena, superiore diretto della badessa, il trasferimento delle monache a un monastero della città. Lasciò i seguenti ordini: Essendo questo monastero non solo in luogo si può dire solitario ma secolare forma di clausura, oltre che nella chiesa si esercita la cura delle anime, Ill.mo Rev. Vescovo faccia in modo che si trasferisca alla Città e si uniscano le monache ad altri monasteri dello stesso Ordine, il che quando così al presente per qualche legittimo impedimento non si possa fare, non si manchi in questo modo di procedere alla risoluzione delle cose che ci sono parse degne di presentare rimedio.

La visita apostolica durò tre giorni e due notti. Nel primo pomeriggio del terzo giorno la comitiva lasciò il monastero. Il vescovo salutò le monache raccomandando loro di seguire scrupolosamente la Regola, di essere più diligenti nelle proprie cose e di attenersi alle indicazioni del breviario romano per quanto riguarda i canti, che dovevano essere ben eseguiti, soprattutto la mattina. Raccomandò, inoltre, che fossero solamente la portinaia e la superiora ad andare alla porta d’ingresso in qualsiasi situazione e che non lasciassero entrare alcuna persona nel monastero senza necessità. E in nessun caso dessero nel monastero ospitalità o cibo ad alcuno, soprattutto di notte.

Una volta che il vescovo ebbe lasciato il convento, madre Agnes decise di investigare a fondo il fattaccio per scoprire il gaglioffo che aveva ingravidato due delle sue monache. L’accesso al monastero non era concesso a nessuno tranne in casi eccezionali da lei stessa disposti. Chi avrebbe potuto commettere un così grave misfatto? Madre Ermenegilda, decana e madre tesoriera, fu incaricata da madre Agnes di investigare a fondo il caso. Parlò con la madre portinaia che le confermò di non avere aperto ad alcuno che non fosse stato autorizzato. Non poteva però escludere che qualcuno fosse entrato, tempo addietro, nelle due settimane in cui fu ammalata. In quel lasso di tempo si erano avvicendate al suo posto altre due monache. Madre Ermenegilda le intervistò.  Una di queste ricordò che ci furono alcuni giorni in cui il forno del monastero non funzionava e la cottura del pane, preparato dalle cuciniere, era stata affidata al fornaio del paese. “Ricordo che il figlio del fornaio, Luigi, venne a ritirare la massa da cuocere e lo feci entrare nel monastero”. “Non sai che l’ordine è di non fare accedere nessuno senza autorizzazione della badessa?”, replicò la decana. Percorrendo il vialetto del giardino Luigi aveva raggiunto la cucina ed era entrato dalla porta che dava sul cortile. Ritirata la massa da cuocere era ritornato al cancello. “L’avete accompagnato?”. “Sì, all’andata, non al ritorno perché il percorso era facile da compiere a ritroso”. “Quanto tempo si fermò in cucina?”. “Cinque minuti, poco più, così mi pare, ma non ci feci gran caso”. “Ritornò altre volte al monastero?”, incalzò madre Ermenegilda. “Sì, per tre o quattro giorni, fino a quando il forno fu riparato”. “Entrarono altri nel monastero mentre supplivi alla madre portinaia?”. “Mi pare di ricordare che entrarono due ragazzini per consegnare un attrezzo per la raccolta delle albicocche”. “Quanti anni ha il figlio del fornaio?”. “Ad occhio”, rispose la monaca, “direi pochi più di venti”. “Ah”, commentò la madre tesoriera, “non ci voleva!”.

Le monache in cucina erano cinque. Tutte le monache dovevano essere in grado di svolgere qualsiasi mansione e, come previsto dalla prassi, si alternavano in cucina ogni mese. Facendo un po’ di conti sulla gestazione delle due monache, madre Ermenegilda calcolò che il fattaccio doveva essere stato commesso qualche mese prima, al tempo in cui il forno era in riparazione. Giunse così alla conclusione che il colpevole del misfatto avrebbe potuto essere il figlio del fornaio. Di uno dei misfatti o di entrambi? E se sì, come e quando? Una delle monache incinte, madre Matilde, era di turno come cuciniera il mese in cui era avvenuto il fattaccio. Il turno dell’altra, madre Agata, era stato molto tempo prima. Come poteva essere accaduto? Allora la madre tesoriera convocò madre Matilde. Sebbene non avesse alcuna prova, le disse di essere certa che a ingravidarla era stato Luigi, il figlio del fornaio, e le intimò di confessare la verità. Esitando, la giovane monaca confermò che sì, era stato Luigi, da lei conosciuto quando la cottura del pane fu affidata al fornaio nei giorni in cui il forno era stato in riparazione. A seguito dei suoi complimenti e avance aveva acconsentito a un primo appuntamento, poi seguito da altri tre. “Quattro volte!? Dove?”, chiese madre Ermenegilda. “In cucina”. “Quando?”. “Di notte, quando tutte dormivano”. “Come?”. “Luigi scalava la cinta del convento aiutandosi con i rami di un noce che penzolavano sulla strada al di là del muro. Raggiungeva il pollaio ed entrava dalla porta che collega il pollaio alla cucina … la lasciavo socchiusa perché non facesse rumore”. “Per altre tre volte!?”, incalzò madre Ermenegilda. “Sì, a distanza di una settimana una dall’altra. Ci davamo appuntamento una volta per l’altra”. “E a madre Agata, come è successo?”. “Non so, dovrebbe chiedere a lei. So che la penultima sera in cui incontrai Luigi, madre Agata mi vide uscire dal cubicolo e mi seguì fino alla cucina. Si nascose, vide tutto e, quando Luigi se ne andò, mi affrontò e mi ricattò. Voleva provare anche lei la stessa estasi che aveva visto in me”. “Con Luigi?”, chiese con enfasi la decana. “Con lui o con un altro di bell’aspetto come lui”.

Fu così che la settimana seguente madre Matilde raccontò a Luigi l’accaduto di quella notte. Gli disse che gli voleva bene ma non se la sentiva di continuare e gli chiese di trovare un amico fidato per Agata che … voleva provare anche lei.  Luigi rispose che l’avrebbe detto a suo fratello Claudio. Loro stessi fissarono l’incontro di Claudio con Agata per la settimana seguente, con le stesse modalità. Madre Ermenegilda interrogò madre Agata che non poté che confessare tutto, il ricatto e gli incontri con Claudio, ben cinque, che terminarono non appena si rese conto di essere incinta. Madre Ermenegilda riferì tutto alla badessa che, con il cuore straziato dal dolore e soprattutto dalla vergogna, scrisse al vescovo visitatore chiedendo come avrebbe dovuto comportarsi, fermo restando che la punizione per le due monache era già stata comminata. Il vescovo rispose che, per evitare che lo scandalo si diffon-desse in tutto il paese e oltre, la badessa avrebbe dovuto informare il parroco di tutta la vicenda. Don Eugenio avrebbe dovuto parlarne confidenzialmente con i consoli e fare in modo che fosse il fornaio a infliggere la punizione ai due figli malintenzionati. Raccomandò che questi fossero allontanati dal paese ed entrassero a fare parte dell’esercito del duca Alfonso II d’Este. In tal senso si adoperò uno dei tre consoli del paese.

Le monache partorirono a distanza di qualche settimana l’una dall’altra. A parto avvenuto, secondo il volere del visitatore apostolico le monache furono trasferite al monastero della diocesi di Chieti. I neonati furono affidati alle cure di gente del paese, come avveniva per i bimbi esposti alla ruota del monastero.

Nel 1580, tre anni dopo le vicende qui raccontate, le monache dovettero abbandonare il monastero di Santa Caterina a distanza di 250 anni dalla fondazione.

I figli del fornaio combatterono per la difesa e l’espansione dei confini del ducato. Claudio morì eroicamente in una sanguinosa battaglia. Luigi ne uscì ferito ma indenne. Si fece onore e divenne un glorioso ufficiale. Un giorno, deciso di avere notizie delle due monache, si recò a Chieti, al monastero di San Candido. Seppe che le monache erano state trasferite ad altro monastero di cui, però, non riuscì ad ottenere alcun riferimento.

Le chiavi di Portofino e altri racconti


Da qualche giorno è stato pubblicato da Youcanprint (www.youcanprint.it) il mio secondo libro di racconti intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. In questo articolo presento l’indice del libro con una breve sintesi di ognuno dei 19 capitoli. Alcuni di questi, evidenziati, sono già stati pubblicati sul blog nei mesi scorsi. Il libro riunisce racconti di contenuto vario, genuinamente prodotti dalla fantasia su spunti di fatti realmente accaduti.

Le chiavi di Portofino e altri racconti, disponibile presso Youcanprint, si può trovare anche presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it.

INDICE

Premessa

Diciannove racconti inediti di vario genere dei quali cinque, i più corposi, occupano metà del libro. Il primo, intitolato Le chiavi di Portofino, è di genere poliziesco. Un furto inspiegabile viene risolto da un brigadiere dei carabinieri con l’aiuto del RIS e dei padroni di casa. Il monastero di Santa Caterina, secondo racconto, di genere storico, trae ispirazione dalla ricerca condotta su un monastero di clausura lombardo soppresso alla fine del ‘500. Il terzo racconto, Patagonia, è dedicato alla terra argentina di natura selvaggia e di paesaggi incredibili sotto un cielo sterminato di stelle che paiono caderti addosso. Il modello, il quarto, è frutto della fantasia con spunti e riferimenti tecnico-scientifici. Uno studente di fisica sperimenta con un modello la possibilità di mitigare la temperatura dell’atmosfera di una città utilizzando d’estate il freddo invernale e d’inverno il caldo estivo. La pranoterapia è il tema del quinto racconto, Il guaritore, tratto da esperienze e fatti di cronaca conditi dalla fantasia. Un avvocato si scopre pranoterapeuta e, nonostante l’opposizione della moglie, decide di cambiare professione e stile di vita.

Gli altri racconti traggono spunto da fatti realmente accaduti, a livello personale o di amici. Anche in questi, la fantasia è sempre presente, come il prezzemolo.

Patagonia, Il modello, e Tuoni e fulmini hanno ragazzi come co-protagonisti e sono idonei a essere considerati racconti tutorial.

Le chiavi di Portofino

Una sera due coniugi anziani ricevono la visita dei ladri nella loro casa di vacanze mentre si trovano al ristorante con amici. Non riescono a capacitarsi di come possa essere avvenuto il furto perché le serrande della casa erano chiuse e l’allarme inserito. Svelerà il mistero un brigadiere dei carabinieri con l’aiuto del RIS e degli stessi coniugi.

La crostata di mele

Si crea confusione tra il marito e la cagnetta di una signora che chiede a un cameriere tre fette di torta.

Il crisantemo e la spada

Un ingegnere brasiliano, manager di una società di ingegneria e costruzione, impegnato in Giappone per l’acquisizione del controllo di un’azienda locale, scopre la vera natura della cultura giapponese. Ciò gli consente di concludere felicemente la trattativa entrata in stallo.

Il manuale

Il capo reparto di un importante impianto tecnologico aspira da tempo ad entrare in possesso del manuale in dotazione al tecnico tedesco che interviene per riparare i guasti all’impianto. Una volta fotocopiate, con uno stratagemma, tutte le pagine del manuale, si rende conto che avrebbe potuto averne una copia tutta per sé, semplicemente chiedendola al tecnico.

Il monastero di Santa Caterina

Alla fine del ‘500, in occasione di una visita apostolica a un monastero di clausura di montagna, una badessa cerca di tenere nascosto al vescovo visitatore l’esistenza di due monache incinte, temendo conseguenze per il monastero e per lei stessa. Una monaca è però costretta ad ammettere al vescovo d’esserne a conoscenza. Le due monache confessano di avere infranto il voto di castità e vengono punite severamente, così come tocca a due giovani, colpevoli di averle ingravidate. Il visitatore raccomanda la soppressione del monastero a causa della vulnerabilità e fatiscenza, e richiede che le monache siano trasferite in città ad altro monastero.

Reset

Resettare, ovvero ripristinare la configurazione usuale di un cellulare o di un tablet, è un’operazione che, soprattutto le prime volte, dà un po’ d’ansia anche alle persone non ansiose. Il trucco è tenere duro. Come si dovrebbe fare nella nostra vita, anche se in questo caso non appare un segnale (la melina bianca nel caso di Apple) che ci avverte che tutto andrà a posto.

Il portafoglio

Durante un viaggio in treno in uno scompartimento di prima classe, un manager è costretto ad assistere alle effusioni di una giovane coppia distesa comodamente sul divano opposto al proprio. Dopo avere bevuto un caffè bollente servito da uno strano addetto, cade addormentato. Al risveglio il portafoglio e la coppia sono scomparsi. Chi l’avrà alleggerito?

Titito mi amor

Un ingegnere italiano è impegnato nella costruzione di un impianto in Argentina, lontano dalla moglie. Invitato a pranzo dal Project Manager del cliente per seguire alla televisione la partita Italia-Argentina, per una serie di coincidenze finisce sotto le coperte con i padroni di casa. Non succede nulla, ma il ricordo di quel pomeriggio é ancora presente nella sua mente.

Patagonia

Un tributo all’Argentina e in particolare alla Patagonia terra di paesaggi incredibili, di natura selvaggia sotto un cielo sterminato di stelle che paiono caderti addosso. E il ricordo di una bella e duratura amicizia.

L’equivoco

Un manager milanese rivede dopo dieci anni una ex fiamma da lui rispettata in ogni senso durante il fidanzamento e dalla quale, causa una scivolata d’ala della madre, era stato lasciato. Si incontrano di nuovo e fanno l’amore con passione come lui avrebbe voluto se avesse potuto. Saputo il motivo dell’astinenza durante il fidanzamento, l’ex fiamma gli dà una notizia che lo lascia di sasso.

Tuoni e fulmini

In primavera inoltrata, durante un temporale, un nonno si trova sulla terrazza con due nipoti che lo interrogano sulla pericolosità dei fulmini e sull’origine e propagazione dei tuoni, domande cui puntualmente risponde. Spiega loro anche come calcolare la distanza di caduta dei fulmini.

Semplice curiosità

Al circolo, un giocatore di golf di una certa età viene invitato a giocare da un’ospite svizzero-tedesco, mancino e con la fede all’anulare sinistro. Il golfista, curioso, vuole avere conferma della religione dell’ospite che risponde dichiarandosi protestante fidanzato e non cattolico sposato, come poteva sembrare.

Il modello

Uno studente di fisica, con il consenso e supporto economico del padre, costruisce il modello di un sistema di mitigazione delle temperature per verificare la possibilità di mantenere l’atmosfera di una città alla temperatura di 20-22° durante tutto l’anno. Sperimenta positivamente il modello con il quale partecipa a un concorso per giovani inventori vincendo il secondo premio. Nonostante gli evidenti benefici in temimi di risparmio energetico e di miglioramento delle condizioni ambientali, la sperimentazione non trova pratica applicazione per l’elevato costo iniziale.

La relatività della vita

Tre amici dibattono sulla durata della vita di una farfalla e di una formica per concludere che anche la vita dell’uomo è effimera se comparata alla storia conosciuta del mondo. Pertanto, grande è l’insipienza di coloro che si comportano come fossero eterni.

La cumbia e il rock

Un ingegnere texano di Houston si trova a La Paz per un incontro di lavoro. Fa conoscenza con una bella ragazza uruguaiana e tra i due nasce grande simpatia. La invita al ristorante dell’hotel dov’è alloggiato e dopo una lauta cena perde conoscenza mentre si scatena in un rock nella discoteca dello stesso albergo. Si risveglia con una maschera d’ossigeno mentre viene portato in camera.

Moscerini pungenti

Tre amici discutono sull’origine e natura di moscerini pungenti di dimensione infinitesima che affliggono due di essi ed esprimono ipotesi sulla loro genesi.

Il guaritore

Un avvocato crede di essere in grado di guarire attraverso l’imposizione delle mani. Sebbene la moglie e il cognato medico lo scoraggino, ottiene da un’associazione qualificata la conferma di avere capacità pranoterapeutiche. Per un tempo continua ad esercitare la professione, coltivando la pranoterapia durante i weekend. A seguito degli ottimi risultati ottenuti, decide di dedicarsi esclusivamente alla nuova professione, cambiando stile di vita.

Cambio epocale

Tre amici discorrono sulla situazione di stallo creatasi a seguito del risultato delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 che attribuiscono al cambiamento epocale nella relazione tra partiti e cittadini, elettori e simpatizzanti. Due di loro sostengono che il cambiamento sia dovuto al migliore utilizzo di internet nella propaganda elettorale da parte di tre dei cinque principali partiti in lizza, attraverso le social app.

Anni 50

Alcune rimembranze degli anni ‘50 per coloro che non hanno vissuto quei tempi affinché abbiano un’idea di come si viveva allora e possano valutare il differenziale con i tempi attuali.

Il portafoglio


O006_NOSEDA_COVER_15X21_25062018 copiaRacconto pubblicato nel libro intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. Trae spunto da un fatto realmente accaduto qualche anno fa. Durante un viaggio in treno in uno scompartimento di prima classe, un manager è costretto ad assistere alle effusioni di una giovane coppia distesa comodamente sul divano opposto al suo. Dopo avere bevuto un caffè bollente servito da uno strano addetto, cade addormentato. Al risveglio il portafoglio e la coppia sono scomparsi. Chi l’avrà alleggerito. Le chiavi di Portofino e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Il portafoglio

Giorgio, un manager milanese quarantacinquenne, era di ritorno da Buenos Aires via Francoforte e Zurigo dove avrebbe preso il treno per Milano. Era stato a Buenos Aires per la chiusura di un contratto con un gruppo alimentare americano con importanti attività in Argentina. Lì era rimasto il suo vice, ingegnere, per concordare gli allegati tecnici. Era febbraio, in quei giorni la pianura padana era avvolta dalla nebbia che impediva atterraggi e decolli all’aeroporto della Malpensa. Per questa ragione aveva deciso di prendere il treno da Zurigo a Milano. Il volo Lufthansa era partito da Buenos Aires alle 16.55 e, dopo lo scalo a Francoforte, era atterrato in orario a Zurigo, alle 17.20 del giorno seguente. Dall’aeroporto aveva raggiunto direttamente la stazione ferroviaria con il treno navetta. Il treno per Milano era partito puntuale alle 19.09. L’arrivo alla stazione centrale era previsto dopo circa quattro ore.

Salito sul treno, Giorgio entrò in uno scompartimento di prima classe dove si ritrovò ad essere l’unico passeggero. Sedette vicino al finestrino in direzione della marcia del treno. Ad Arth Goldau, la seconda stazione dopo la partenza, entrò nello scompartimento una coppia. Lei snella, sui trent’anni, bruna con una grande capigliatura nera. Lui, biondo, ben vestito, con una barba leggera e occhiali di tartaruga con montatura spessa. Entrati, salutarono, lui con un cenno del capo, lei con un sorriso, e posero voluminose e pesanti valigie sul ripiano portabagagli. Una volta seduti di fronte sul divano a tre posti, si misero a parlare sommessamente. Giorgio cercò di captare qualche parola per capire da dove venissero. L’atteggiamento della ragazza era di grande apprezzamento per le parole del compagno. Si abbracciarono e a poco a poco finirono distesi sul divano, una di fianco all’altro. All’inizio Giorgio segui distrattamente le loro effusioni poi, con un po’ di imbarazzo, soprattutto per la sfacciataggine, chiuse gli occhi e si mise a pensare alla moglie e ai figli ai quali aveva portato un regalino. Rilassato, si appisolò.

Subito dopo, così gli parve, arrivarono a Bellinzona dove il treno si fermò qualche minuto. Erano appena ripartiti quando la porta dello scompartimento si aprì e si affacciò un viso sorridente di colore ambrato che chiese gentilmente se qualcuno volesse un caffè. I due erano troppo impegnati per rispondere. Giorgio, che aveva cenato in aereo poco prima di arrivare a Francoforte e fatto uno spuntino sulla tratta Francoforte Zurigo, pensò che un caffè caldo gli avrebbe fatto bene. “Quale caffè?”, chiese. “Moka bello caldo”, fu la risposta. Giorgio accettò, prese il portafoglio dalla tasca interna caffè, pagò il caffè ma non poté berlo subito tanto era bollente. Lo fece raffreddare un po’ sul tavolino. Mentre sorseggiava il caffè la performance dei due passò a uno stadio più avanzato. Le carezze e le effusioni divennero più evidenti, al limite della decenza. Sempre più imbarazzato si mise a guardare fuori dal finestrino. Le montagne innevate scorrevano veloci davanti ai suoi occhi, illuminate dalla luna che le faceva scintillare. A poco a poco, con lo scorrere del paesaggio, il rumore ritmico delle ruote del treno sulle rotaie e il caffè caldo, si appisolò, nonostante facesse il possibile per non addormentarsi, e cadde in un sonno profondo.

Si svegliò di soprassalto quando il treno stava ripartendo da Lugano. Non si era neanche accorto che il treno si era fermato. I due libertini erano scomparsi, così come le loro voluminose valigie. Valigie? Alzò subito gli occhi per vedere se c’era ancora il suo trolley e, soprattutto, se non fosse scomparsa la borsa con i documenti. Tutto a posto, per fortuna! Si stava mettendo tranquillo quando si ricordò del portafoglio nella tasca interna della giacca. Era stato in dubbio se rimetterlo dopo avere pagato il caffè ma aveva pensato che sarebbe stato come dire ai due amanti “non mi fido di voi”. E non lo fece. Fece male, perché il portafoglio era scomparso. Fermò il capotreno che stava passando in quel momento, spiegò l’accaduto, fece presente i suoi sospetti nei confronti dei due passeggeri che erano con lui nello scompartimento. Il capotreno disse di averli visti scendere a Lugano e che, comunque, furti come quello che aveva subito erano all’ordine del giorno. Disse: “Molte volte i malintenzionati, una volta rubate le banconote, gettano il portafoglio nei cestini dei corridoi dei vagoni o dei bagni”. Poi aiutò Giorgio a cercare il portafoglio nei cestini del vagone, senza esito.

Arrivato a Milano alle 23.00, quasi in orario, andò a casa dove la moglie gli spiegò che era tutta colpa sua. Che ben gli stava. Non doveva bere il caffè offerto da un inserviente senza divisa. Poteva essere drogato. Non doveva tenere il portafoglio nella tasca interna della giacca appesa all’attaccapanni e, tantomeno, rimettervelo dopo avere acquistato il caffè. Avrebbe dovuto fregarsene dei due sporcaccioni. Il giorno seguente Giorgio sporse denuncia in Questura dove attese il suo turno con una moltitudine di persone che doveva denunciare, come lui, un furto. Gli avevano rubato ottocento dollari, qualche decina di euro, la patente, due carte di credito, la carta d’identità e la tessera sanitaria.

Due mesi dopo, quasi per miracolo, ricevette una telefonata dalla Questura. Lo si informava di avere ricevuto, tramite la polizia cantonale di Lugano, un portafoglio contenente un documento di identità a lui intestato. Non appena possibile, andò a ritirare il portafoglio. Non mancava nulla a parte i dollari e i pochi euro! All’appuntato che glielo stava consegnando, commentò: “Ho fatto bene a sporgere la denuncia!”. “Sì. Ma non creda. Il portafoglio le è stato restituito, senza banconote, solo perché è stato trovato presso la stazione ferroviaria di Lugano da un cittadino svizzero molto rispettabile che l’ha portato alla polizia cantonale”. “Evviva”, disse Giorgio, “ci sono ancora persone per bene!”.

Tuoni e fulmini


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Racconto pubblicato nel libro intitolato Le chiavi di portofino e altri racconti. In primavera inoltrata, durante un temporale, un nonno si trova sulla terrazza con due nipoti che lo interrogano sulla pericolosità dei fulmini e sull’origine e propagazione dei tuoni, domande cui puntualmente risponde. Spiega loro anche come calcolare la distanza di caduta dei fulmini. Le chiavi di Portofino e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Tuoni e fulmini

Una terrazza di una casa di vacanze che domina un lago circondato da alte colline, in primavera inoltrata, stagione di forti temporali. Il paesaggio era di colore verde acceso poiché i prati, le piante e, in generale, la vegetazione, erano irrorati da frequenti piogge. Quel giorno, mentre il cielo era plumbeo verso nord est, a sud apparve una schiarita. La brezza assunse via via più forza fino a che le fronde degli alberi iniziarono a ondeggiare sotto la spinta delvento. Il lago si increspò con le ochette, piccole onde di grande frequenza. I primi goccioloni di pioggia batterono sulla terrazza come fossero proiettili. In lontananza, da dietro le montagne provenivano tuoni con rimbombi fragorosi. Un fulmine disegnò nel cielo una ragnatela incandescente. Dal paese sottostante, in riva al lago, giunse il suono di allerta delle campane per annunciare l’arrivo di un forte temporale.

Edoardo, un ragazzo di otto anni, ormai prossimo alle vacanze estive, seduto a fianco del nonno con la sorella Sofia, poco più grande di lui, domandò: “Nonno, qual è la differenza tra lampi e fulmini? Ho sentito che si chiamano anche saette”. “Pure baleni, folgori. Sono sinonimi, ovvero parole che hanno un significato sostanzialmente uguale a un’altra parola. Potete utilizzate indifferentemente tutti i sinonimi. Alcuni sono di uso comune, altri un po’ meno”. “Nonno, sono pericolose le saette?”, chiese Sofia, “A me fanno paura perché sembrano frustare l’aria. Anche i tuoni mi spaventano perché fanno un gran fracasso e mi prendono alla sprovvista”. “I fulmini sono pericolosi quando cadono vicini”, rispose il nonno. “Possono ridurre in cenere un essere vivente. Se foste colti da un forte temporale quando siete in montagna o in aperta campagna, non riparatevi sotto gli alberi, specialmente sotto pini o abeti, perché attirano i fulmini. Sfruttando il potere di attrazione delle punte, Beniamino Franklin, famoso scienziato americano vissuto nel ‘700, inventò il parafulmine, ovvero una punta di metallo capace di attrarre i fulmini e convogliarli nel terreno attraverso una grossa corda di rame”.

“Certe volte si odono tuoni fortissimi ma non si vedono i fulmini”, disse Edoardo.             “È vero”, rispose il nonno, “il fulmine si scarica nell’atmosfera propagandosi alla velocità della luce, che è di ben 300.000 chilometri al secondo. Poiché questa velocità é difficile da immaginare, per avere un’idea pensate alla circonferenza della terra che misura 40.000 km, mille volte la distanza tra Como e Milano. Bene, la luce in un secondo farebbe poco meno di otto volte il giro della terra!”. “Mamma mia”. “È incredibile”, commentarono i nipoti. “Invece il tuono”, continuò il nonno, “scaturisce quando il fulmine si scarica nell’atmosfera e si propaga nell’aria alla velocità di circa 350 metri al secondo. La velocità della luce è quindi quasi 1 milione di volte più elevata di quella del suono nell’aria. Ho detto nell’aria e non nel metallo perché la velocità del suono nel metallo, nell’acciaio, è più elevata di quella nell’aria”. “Quanto più elevata?”, chiese Sofia. “Quasi venti volte di più. Prova ad appoggiare l’orecchio a quella estremità del corrimano della ringhiera”. Poi rivolto al nipote disse: “Edoardo, colpisci l’altra estremità del corrimano con questa moneta”. Edoardo seguì le istruzioni. “Ora, Sofia, tu dovresti sentire, oltre al freddo del metallo, che il suono arriva al tuo orecchio prima attraverso il corrimano che non nell’aria”. “Nonno, posso provare anch’io?”, chiese Edoardo. “Certo. Sofia, prendi questo cucchiaino e colpisci il corrimano quando Edoardo appoggia l’orecchio. Tutto chiaro? Ora che l’esperimento è finito ritornate da me”. “Nonno, anche nei liquidi il suono va più veloce che nell’aria?”, domandò Edoardo. “Sì, nell’acqua il suono si propaga a una velocità pari a circa cinque volte quella nell’aria”. “Mi era sembrato, quando nuotavo in piscina”, commentò Edoardo.

“Tornando a tuoni e fulmini”, continuò il nonno, “quando vedete un fulmine, contate di seguito mille-uno, mille-due, mille-tre, e così via fino a quando udite il fragore del tuono. Dovete contare mille, seguito da un numero progressivo, perché mentre lo pronunciate passa suppergiù un secondo. Pensate che una volta gli artificieriutilizzavano un metodo simile quando facevano esplodere le mine. La miccia si consumava alla velocità di un centimetro ogni secondo, per cui gli artificieri, che conoscevano la lunghezza della miccia, contando allo stesso modo potevano conoscere quanto tempo avevano a disposizione per raggiungere il riparo. Ad esempio, se dopo avere visto il fulmine, arrivaste a contare mille-sette, ovvero 7 secondi, vorrebbe dire che il fulmine è caduto a una distanza in linea d’aria di circa 7 volte 350, ovvero 2.450 metri, circa 2,5 chilometri. Quindi dovreste stare tranquilli perché non sarebbe caduto così vicino”. “Ok, nonno, veramente molto interessante”, ripeté Edo-ardo. “Grazie, lo ricorderemo sempre quando assisteremo a un temporale”, confermò Sofia.

 

 

Patagonia


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Racconto pubblicato nel libro intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. Vuole rappresentare un tributo all’Argentina e in particolare alla Patagonia terra di paesaggi incredibili, di natura selvaggia sotto un cielo sterminato di stelle che paiono caderti addosso. E anche il ricordo di una bella e duratura amicizia. Le chiavi di Portofino e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Patagonia

“Nonno, guarda cosa abbiamo trovato nella libreria. Un libro con la copertina pelosa, proprio pelosa”. “E’ il Martin Fierro!”, rispose il nonno che stava scrivendo nel suo studio quando Lucio e Ginevra, due dei suoi nipoti, si avvicinarono con un libro voluminoso, con la copertina di pelle di vitello da latte, un regalo ricevuto da amici e colleghi argentini quasi cinquant’anni prima. “E’ un libro molto famoso in Argentina. Per me e la nonna rappresenta un ricordo del bellissimo tempo trascorso in quel paese tanti anni fa” “Ma … cos’è il Martin Fierro”, chiese Ginevra.                                                                 “Dovresti dire chi è, perché Martin Fierro era un gaucho, un cowboy della pampa argentina. Il libro narra la sua storia e ne esalta il carattere fiero e indipendente. È molto popolare in Argentina dove tanti considerano il gaucho l’autentico rappresentante del paese”. I nonni avevano ricevuto in regalo il Martin Fierro alla despedida, la festa di commiato che in Argentina si dà in onore degli amici che partono. Il nonno mostrò ai nipoti la pagina del libro con la lunga dedica e le firme degli amici e colleghi argentini.   “Il libro è molto bello”, disse Lucio accarezzando la copertina. “Quando siete stati in Argentina?”, chiese Ginevra. “Vedo che siete molto interessati. Pertanto, vi racconterò alcune storie dell’Argentina e della Patagonia, il territorio che occupa il cosiddetto cono sud del Sudamerica. Divisa tra Argentina e Cile, la Patagonia è grande circa tre volte l’Italia, se si include la Terra del Fuoco, la parte estrema del cono”. “Sì, nonno! Raccontale”, dissero in coro i nipoti.

“Poco meno di cinquant’anni fa, quando ero un giovane ingegnere di un gruppo italiano attivo nella produzione e commercio del cemento, fui inviato a fare esperienza presso un impianto che si trovava vicino a La Plata, la capitale della provincia di Buenos Aires. Con me c’era la nonna. Eravamo giovani, io non ancora trentenne, lei poco più che ventenne. Lì passammo venti mesi molto belli e formativi sia per il lavoro che per la vita. Avevamo tanti amici, con i quali partecipavamo a pantagrueliche grigliate di carne [asados] e passavamo lunghe serate a parlare di tutto. A quell’età, fu un’esperienza entusiasmante. Ricordo che il capodanno fummo invitati da Carlos Giuliani, un collega argentino di origine italiana, alla festa della famiglia che si teneva a Buenos Aires in casa del padre, noto imprenditore locale. Quella sera giungemmo, da italiani nordisti, puntualissimi all’appuntamento. Ci ricevettero con grande meraviglia. La festa non era ancora iniziata e gli invitati non erano ancora arrivati. Ci fecero accomodare e ci misero a nostro agio. Non sapevamo che in Argentina non si usa arrivare in orario alle feste! Dopo mezzanotte il padre di Carlos ci raccontò la storia della famiglia. Ci mostrò le fotografie di Luca, nonno di Carlos, che arrivò in Argentina nell’anno 1880 all’età di venticinque anni. Veniva dall’Abruzzo dove la numerosa famiglia aveva un allevamento di pecore, troppo piccolo per bastare a tutti. Emigrò in Argentina con un amico. Esperto di pastorizia, creò nella provincia di Buenos Aires un allevamento di pecore che incrementò molto in pochi anni. Nel frattempo, aveva sposato Lucia, la nonna di Carlos, una bella signora di origine lucana. Poi, a seguito dell’introduzione degli allevamenti bovini nella provincia di Buenos Aires – che scalzarono quelli ovini – gli interessi della famiglia si spostarono in Patagonia dove nonno Luca trasferì la numerosa figliolanza. Un luogo magnifico con spazi enormi e selvaggi battuti dai venti, che danno la sensazione di essere in una terra alla fine del mondo. Una natura maestosa e incontaminata fatta di laghi, montagne, vulcani, ghiacciai e cascate. Lì nonno Luca sviluppò ulteriormente l’attività di produzione e commercio della lana. Così nacque la fortuna della famiglia Giuliani in Argentina”. “Molto interessante, molto bravo il nonno di Carlos!”, commentò Ginevra, Lucio consenziente.

“Da quanto avete sentito”, continuò il nonno”, nacque il desiderio, di vostra nonna e mio, di fare un viaggio in Patagonia che, nei mesi in cui stemmo, non riuscimmo a visitare. Esattamente venti anni dopo il nostro rientro in Italia organizzammo, con una coppia di nostri amici, un viaggio in Patagonia e Terra del Fuoco, a cavallo di fine d’anno. Rivedemmo Buenos Aires dove avevamo passato molti week end, da soli o con gli amici. Teatro, film in lingua italiana, ristoranti di tutti i tipi e gusti, caffè, spettacoli di tango, i barrios [quartieri] di San Telmo, della Recoleta, di Palermo, le avenidas [grandi viali] con otto, dieci corsie. Il giorno dopo il nostro arrivo a Buenos Aires, Carlos organizzò un grande asado con gli amici dei vecchi tempi. Passammo una bellissima e simpatica serata. Dopo la rimpatriata, volammo per tre ore al sud per arrivare a Rio Gallegos, la capitale della provincia di Santa Cruz, nella Patagonia meridionale. L’Argentina è molto vasta, è nove volte più grande dell’Italia! In auto, percorrendo strade sterrate, dalla mattina alla sera attraversammo la Patagonia argentina dall’Oceano atlantico fino a El Calafate, sul Lago Argentino, alle pendici delle Ande. Una distesa sterminata di colline verdi e ondulate con pochi alberi, tutti con la chioma piegata, in centinaia d’anni, nella direzione del vento. Il nostro albergo era lo stesso usato dai famosi rocciatori Ragni dì Lecco quando si trovavano a El Calafate per scalare le difficili pareti delle montagne più famose delle Ande. Il giorno dopo andammo ad ammirare da vicino il grandioso ghiacciaio Perito Moreno, conosciuto in tutto il mondo. Vedemmo staccarsi dal ghiacciaio enormi ammassi di ghiaccio che, come piccoli iceberg, galleggiavano sul lago. Il giorno successivo facemmo una crociera sul lago fino agli immensi ghiacciai, un’estesa e accecante barriera all’ovest del bacino. Un altro giorno, ancora, attraversammo il confine con il Cile, presidiato da giganteschi gendarmi, con uniformi simili a quelle dei soldati tedeschi della seconda guerra mondiale, e giungemmo alle famose Torres del Paine. Uno spettacolo indimenticabile. Ritornati a Rio Gallegos, con un’ora di volo arrivammo a Ushuaia, la città più a sud della Terra del Fuoco argentina. In auto, attraversando un paesaggio da favola, raggiungemmo una estancia [grande fattoria] che ci avevano raccomandato di visitare. La proprietaria [estanciera] non c’era, Ci dissero che due giorni prima aveva lasciato l’estancia a cavallo con il gregge – 25.000 pecore! – e che sarebbe tornata dopo qualche giorno. Ci permisero egualmente di visitare l’estancia. Vedemmo i recinti [corrales] attraverso i quali le pecore sono avviate, incolonnate, al capannone [galpon] per essere tosate con macchinette elettriche. Ci spiegarono che nel capannone, la lana viene lavata ed essiccata prima di essere imballata con presse di fabbricazione tedesca, datate 1880! Toccammo così con mano l’industria della lana descrittaci vent’anni prima dal padre di Carlos. Ritornammo a Buenos Aires per una cena e un ultimo spettacolo di tango, prima di rientrare in Italia. Un viaggio magnifico che ricorderemo per sempre”.

Lucio e Ginevra avevano ascoltato il racconto in silenzio e con attenzione. “Non siete più tornati in Argentina?”, chiese Ginevra. “Sì, sei anni dopo, per una crociera in Antartide”. “Antartide?”, domandò Lucio. “Sì, il continente dove si trova il Polo Sud. Ci andammo pressappoco nello stesso periodo dell’anno, ai primi di gennaio, sempre con gli stessi amici. Arrivammo a Buenos Aires, dove ci fermammo un paio di giorni, proseguimmo con un lungo volo diretto fino a Ushuaia, nella Terra del Fuoco dove eravamo già stati nel precedente viaggio. Ci imbarcammo su una nave rompighiaccio tedesca – mi pare si chiamasse Bremen, con 160 passeggeri e 120 persone di equipaggio – e attraversammo tranquillamente, di notte, lo stretto di Drake, che separa il Sudamerica dall’Antartide, fino alla penisola antartica. Lì arrivati, raggiungemmo alcune isole, completamente coperte di neve e ghiacci, navigando su gommoni pilotati dal personale della nave. Sulle isole visitammo colonie di migliaia di pinguini – una grande puzza di guano, i loro escrementi -, vedemmo cormorani e altri uccelli marini, foche, trichechi, leoni ed elefanti marini. Un grande spettacolo! In Antartide alcune nazioni dispongono di basi stabili raggiungibili anche con aerei dotati di pattini. Attraccammo al pontile di una base argentina e la visitammo in lungo e in largo. Durante la crociera vedemmo anche paesaggi lunari, grigi come il piombo. Navigavamo nei canali tra le isole e la terraferma frantumando con il rompighiaccio il leggero strato solido che ricopriva la superficie del mare. Ricordo che al ritorno a Ushuaia attraversammo nuovamente lo stretto di Drake, questa volta con il mare molto agitato. Tranne me e qualche altro, tutti i passeggeri soffrivano il mal di mare e si erano rifugiati in cabina. Sebbene non sia un gran marinaio, raggiunsi la plancia di comando da dove assistetti con emozione allo spettacolo della prua che si inabissava nel mare per poi riemergere con prepotenza dalle onde.

Da Ushuaia volammo a Bariloche, località di montagna, anche sciistica, a circa 1.500 chilometri a sud-ovest di Buenos Aires, invitati da Alberto, vecchio amico ed ex compagno di università. Con Alberto e Dora, la moglie, facemmo un’escursione in battello sul lago. Immaginate il lago di Como, come poteva essere migliaia d’anni fa, libero da paesi sulle rive e sulle pendici dei monti. Da Bariloche volammo a Buenos Aires dove Carlos organizzò in nostro onore una simpatica cena con gli amici dei vecchi tempi e le mogli. Con Carlos sono rimasto sempre in contatto, oggi via mail”. “Una bella e lunga amicizia”, conclusero in coro i nipoti.

La cumbia e il rock


o006_noseda_cover_15x21_25062018 copiaRacconto pubblicato nel libro intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. Trae spunto da un fatto realmente accaduto qualche anno fa. Un ingegnere texano di Houston si trova a La Paz per un incontro di lavoro. Fa conoscenza con una bella ragazza uruguaiana e tra i due nasce grande simpatia. La invita al ristorante dell’hotel dov’è alloggiato e dopo una lauta cena perde conoscenza mentre si scatena in un rock nella discoteca dello stesso albergo. Si risveglia con una maschera d’ossigeno mentre viene accompagnato in camera dal personale dell’albergoLe chiavi di Portofino e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

La cumbia e il rock

Non tutti conoscono La Paz, la capitale amministrativa della Bolivia, fondata dai conquistadores spagnoli nel 1548, ai tempi della colonizzazione delle Ande. In origine fu detta Nuestra Señora de La Paz per commemorare il ripristino della pace. È una città piena di contrasti dove il mix di culture, tra cui la spagnola e l’indigena, crea un’atmosfera magica. Si trova a un’altitudine media di 3.650 metri sopra il livello del mare ed è la capitale più alta nel mondo.

L’Hotel Camino Real, cinque stelle, si trova nelle vicinanze di un grande parco, non distante dal centro. Lì Ray Carter, ingegnere minerario texano sui quarant’anni, si registrò un martedì di aprile, a fine mattinata, dopo essere atterrato all’aeroporto internazionale di El Alto. Era partito da Houston il pomeriggio del giorno precedente. Il giorno dopo l’arrivo gli era stato fissato un appuntamento con il direttore generale del Ministero delle risorse minerarie. Scopo dell’incontro ottenere maggiori informazioni su una gara indetta per lo sfruttamento di un campo del giacimento di litio di Uyuni, il più grande del mondo, con una superficie pari al 3% dell’Italia. Secondo riviste specializzate, sotto il lago salato di Uyuni, si troverebbe addirittura la metà delle riserve mondiali di litio!

Dopo il check-in in albergo, un ragazzo lo guidò alla camera, molto spaziosa ed elegante. Per riprendersi dal lungo viaggio fece una doccia e si sdraiò sul letto per una siesta. Si svegliò alle quattro del pomeriggio. Chiese al servizio in camera un club sandwich e una birra, si vestì con jeans, camicia e golf, prese un taxi e si fece portare alla Plaza Mayor, nel centro della città, dove sedette a un caffè all’aperto. Al tavolino vicino sedeva una bella ragazza bruna sui trent’anni, che stava leggendo con attenzione una guida turistica. Vistasi osservata, la ragazza accennò un leggero sorriso che Ray scambiò per un invito a scambiare quattro chiacchiere. “Mi chiamò Ray, texano di Houston”, disse, “lavoro nel settore minerario. Mi trovo qui, per la prima volta, per affari. Mi fermerò un paio di giorni”. Le chiese se conoscesse luoghi caratteristici della città da visitare. Lei disse di chiamarsi Selene, uruguaiana, turista, da due giorni a la Paz dopo avere visitato Sucre, l’altra capitale della Bolivia. “La guida”, precisò, “cita, da non perdere, la Cattedrale, il Museo Nacional de Etnografia y Folklore, il mercato centrale, Plaza Murillo, dove si trovano il Palacio Legislativo e il Palacio Presidencial, e il Mirador Killi Killi, un punto panoramico da cui si gode una vista della città a 360 gradi”. Prima che scendesse la sera, decisero di andare insieme al Mirador che si trova su una collina non distante dal centro. Una vista mozzafiato sulla città e sui monti che la circondano tra cui l’Illamani che si staglia imponente con le tre cime sempre innevate. I custodi del Mirador spiegarono loro che il nome dell’osservatorio deriva da un piccolo uccello rapace che un tempo viveva da quelle parti. Selene era molto carina e si trovavano bene insieme. Ray pensò di invitarla a cena al ristorante del Camino Real. La ragazza accettò volentieri e disse che si sarebbe trovata nella hall dell’hotel alle 20.00, dopo essersi cambiata d’abito.

Puntualissima, Selene si presentò con un vestito molto elegante, con una scollatura vertiginosa che colpì immediatamente la fantasia di Ray. Si sedettero a un bel tavolo d’angolo, ordinarono una cena coi fiocchi e bevvero ottimo vino rosso spagnolo. La conoscenza si era rapidamente trasformata in amicizia e, secondo Ray, in qualcosa di più. Decisero di andare alla discoteca dell’hotel, una delle meglio frequentate della città, pregustando entrambi quanto sarebbe seguito. Ray volle ballare la cumbia, una danza a coppie accompagnata da musica popolare colombiana. Poi si scatenò in un rock fino a quando, senza rendersi conto, perse conoscenza. Si svegliò con una maschera d’ossigeno sul volto mentre il personale dell’hotel lo accompagnava in camera. Selene era scomparsa. Si era dileguata pensando a un infarto. Sconcertata e preoccupata, non voleva essere coinvolta.

La mattina seguente Ray era tornato in forma a seguito di una lunga e pesante dormita, un caffè bollente e una doccia giusta. Andò all’appuntamento con il direttore generale del Ministero ed ebbe tutte le informazioni per le quali era andato a La Paz. Al Ministero incrociò l’addetto commerciale dell’ambasciata americana, pure lui texano, di Dallas, che, sentito il racconto della serata, gli raccomandò: “Se vuoi fare l’amore a La Paz devi bere tè di coca e non vino. Dovresti cenare leggero, per esempio con una trota di lago che, tra l’altro, qui è molto buona. Non dovresti andare in discoteca a ballare in modo sfrenato come hai fatto ma, piuttosto, dovresti andare direttamente in camera con l’amica. In ogni caso, per prudenza, sarebbe meglio avere a portata di mano una maschera di ossigeno!”

Semplice curiosità


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Racconto pubblicato nel libro intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. Al circolo, un giocatore di golf di una certa età viene invitato a giocare da un’ospite svizzerotedesco, mancino e con la fede all’anulare sinistro. Il golfista, curioso, vuole avere conferma della religione dell’ospite che risponde dichiarandosi protestante fidanzato e non cattolico sposato, come poteva sembrare. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura. Le chiavi di Portofino e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. 

Semplice curiosità

Claudio arrivò al circolo di primo mattino. Andò al bar per un caffè, chiese una bottiglietta d’acqua, proseguì per gli spogliatoi e si cambiò. Raggiunse il caddie-master, prese il carrello elettrico con la sacca e si recò al tee della buca #1. Ormai non più giovane, discreto giocatore di golf, per tenersi in forma faceva nove buche un paio di volte la settimana. Talvolta solo, il più delle volte con altri abituè del circolo o, saltuariamente, con ospiti stranieri. Al tee della buca #1 incrociò un giocatore che gli sembrò straniero, sui cinquant’anni, che gli chiese se volesse giocare con lui. Accettò volentieri anche perché quella mattina avrebbe voluto giocare con qualcuno. Franz e Claudio si presentarono, dandosi subito del tu, come si usa tra golfisti. Franz era svizzero-tedesco, di Zugo, vicino a Zurigo, simpatico e cordiale. Portava il guanto alla mano destra, era mancino. [I giocatori di golf portano un guanto aderente in pelle o materiale sintetico, per migliorare la presa dell’impugnatura del bastone. I destri lo portano alla mano sinistra, i mancini alla destra]. “No problem”, pensò Claudio, “il golf non è come la scherma o la box. I mancini possono non essere avversari difficili”.

Iniziarono a giocare. Franz giocava discretamente bene, appena al di sopra del livello di Claudio, quindi un buon compagno. Giunti al tee della buca #3, Claudio notò che Franz aveva la fede all’anulare della mano sinistra. “È un cattolico”, pensò, “nonostante sia della Svizzera interna. Se fosse protestante avrebbe la fede all’anulare della mano destra, ora nascosta dal guanto”. La curiosità, però, lo spinse ad avere la conferma da Franz. “Anche tu cattolico, vedo”, gli chiese indicando la sua mano sinistra. “No, sono protestante, un pastore protestante, fidanzato”, rispose Franz. “Un prete protestante?” Pensò Claudio, “passi che giochi a golf, ma addirittura fidanzato” “Fidanzato?” Domandò Claudio con un sorriso, senza fare cenno al fatto del pastore. “Sì, fidanzato. Non tutti i cattolici sanno che i protestanti portano la fede all’anulare della mano sinistra quando sono fidanzati e della mano destra quando sono sposati. Avendo la fede all’anulare della mano sinistra potrei essere un cattolico sposato o, piuttosto, un protestante fidanzato. Ed io sono protestante. Tutto chiaro?”. “Sì, grazie”. “Come mai la domanda?” Chiese Franz. “Semplice curiosità”.

Alla fine delle prime nove buche, prima che Franz iniziasse le seconde, si fermarono alla buvette per un aperitivo. Franz gli presentò Brigitte, la fidanzata, una splendida bionda, trentenne, con un sorriso accattivante. “Lei non gioca?”, le chiese Claudio, mostrando grande interesse alla risposta. “Sto imparando, da quando ho conosciuto Franz. Sono ancora a livello di campo pratica. Però, vorrei accelerare il tirocinio per dedicarmi al più presto, con Franz, a questo bellissimo sport”. Franz, assentì con un sorriso alle parole della fidanzata. Claudio ordinò Campari shakerato per tutti. E, alla faccia delle guerre di religione, brindarono alla salute dei fidanzati.

La moglie nuora (Daniela)


La moglie nuora e altri racconti. Copertina

A grande richiesta, di seguito troverete La moglie Nuora, il racconto che ha dato il titolo al libro La moglie nuora e altri racconti che raccoglie sedici storie briose, più o meno brevi e di piacevole lettura. Narra la storia di Luca, un imprenditore di una certa età, vedovo, attivo e sportivo, che si innamora di Daniela, la giovane moglie di Giovanni, uno dei figli. Con il sovoir-faire dei grandi corteggiatori, poco a poco la irretisce fino a farla cedere. L’ars amatoria e le disponibilità economiche di Luca convincono Daniela a chiedere il divorzio a Giovanni che accetta in cambio del controllo azionario dell’azienda del padre. Trascorso un anno, Luca sposa la ex nuora e passa con lei tempi felici fintanto che un giorno si rende conto che Daniela lo tradisce con un giovane di bell’aspetto.

La moglie nuora e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

La moglie nuora (Daniela)

Luca, bell’uomo sui sessant’anni, ancora molto attivo e sportivo, era proprietario di una rinomata fabbrica di viti e bulloni cui dedicava ormai solo metà del suo tempo, destinando l’altra metà ad attività sportive: golf, nuoto, sci e, d’estate, barca a vela. Vedovo, viveva da solo nella bella villa di famiglia. Coltivava un fisico di tutto rispetto, asciutto e aggraziato, a differenza di quello di Giovanni, il figlio trentaduenne, sposato da due anni con Daniela, che lavorava senza grande convinzione nella bulloneria. Giovanni non praticava sport se non qualche rara partita di calcetto con gli amici coi quali aveva passato la giovinezza prima di conoscere la moglie. Non avere ancora avuto figli era un cruccio per Daniela, ma non per Giovanni che si diceva desideroso di godere della libertà, ancora per qualche tempo.

Daniela era un’attraente ragazza ventiseienne, un fiore nel vero senso della parola. Non aveva bisogno di truccarsi tanto il viso era stupendo né portare il reggiseno tanto i seni erano perfetti. Aveva gambe lunghe e affusolate e il lato “b” alto e modellato come quello di molte ragazze africane. Luca si rese conto direttamente di tanta grazia il giorno in cui entrò senza bussare nello spogliatoio della piscina della villa mentre la nuora stava indossando un costume da bagno. Daniela non si era preoccupata – dopotutto era suo suocero – e, senza fretta, aveva terminato di indossarlo in sua presenza. Luca fu colpito dalla visione di Daniela e ne ebbe un grande turbamento: aveva fantasticato sul fisico della nuora ma non aveva mai avuto l’occasione di vedere tutto quel ben di Dio. Fu un colpo di fulmine. Si innamorò di Daniela e da quel momento desiderò fare l’amore con lei. E Giovanni? Non aveva un grande concetto del figlio. A differenza degli altri due, Marco e Gabriella, che lavoravano e vivevano da tempo in altre città – Marco nella finanza, a Londra, e Gabriella col marito e il figlio ad Ancona, nel settore oceanografico – Giovanni non si era mai dato molto da fare. Il colpo della vita era stato avere sposato Daniela. Nel lavoro non si era ancora distinto nonostante fosse il figlio del proprietario.

Pertanto Luca non si sentì tanto in colpa nel desiderare la nuora anche se ogni tanto gli rigirava nel cervello il comandamento “Non desiderare la donna d’altri” e ciò, essendo religioso, gli dava qualche remora. Si mise così a fare, se si può dire, una corte discreta a Daniela, senza forzare, in modo che lei sapesse e gli altri, figli, amici e servitù non capissero. Piccoli regali, complimenti gentili su quanto da lei indossato o fatto, l’offrirsi d’accompagnarla in centro con l’auto per fare acquisti – Giovanni e Daniela abitavano in campagna, appena fuori città -. Fu proprio durante una di queste scorte che, arrivati in centro, Luca chiese alla nuora di accompagnarlo a una gioielleria di fiducia per acquistarle il regalo del compleanno, che sarebbe caduto dopo due settimane. Daniela fu colpita dall’invito – il primo da quando aveva conosciuto Giovanni – e lo seguì nella gioielleria dove Luca le regalò una lunga collana di perle naturali e oro. Un oggetto di grande valore che una persona non molto competente avrebbe potuto scambiare per una bigiotteria, nonostante costasse diverse migliaia di euro. Così, quando Giovanni notò il nuovo gioiello, Daniela poté rispondere che si trattava di una bigiotteria ben riuscita che aveva acquistato di saldo. E tutto finì lì.

Suocero e nuora continuarono a frequentarsi sempre più, senza che nessun altro si insospettisse. Alcuni pensarono che Luca avesse più tempo a disposizione perché Giovanni aveva aumentato notevolmente il suo impegno in fabbrica: rientrava a casa alle nove di sera, lavorava di sabato e talvolta di domenica. Diceva che i clienti non dovevano attendere. Rimanendo Daniela sempre più sola, Luca propose a Giovanni e a lei di lasciare la casa in campagna per trasferitisi nella villa di famiglia dove Daniela avrebbe potuto avere più compagnia. Giovanni accettò con slancio, anche perché la villa si trovava a poco più di un chilometro dalla fabbrica e ciò gli avrebbe permesso di andare e tornare dal lavoro camminando e in poco tempo. Daniela non fece alcuna obiezione.

Luca stava imbastendo la ragnatela: aveva tirato i fili di sostegno che convergono al centro e ora era pronto a tessere la trama a spirale, per catturare chi sapeva. Una volta trasferiti gli sposi nella villa, Daniela e Luca ebbero più occasioni di stare insieme. Con la bella stagione si moltiplicarono le possibilità di frequentazione con l’uso della piscina, i bagni e lo spogliatoio. Daniela si sentiva lusingata dalle attenzioni e dai regali di Luca e, a dimostrazione dell’apprezzamento delle sue gentilezze, in qualche occasione lasciò che la scorgesse, di sfuggita, senza veli, nello splendore dei suoi anni e, in altre, la abbracciasse. Un giorno, dopo il bagno, al bordo della piscina, Luca spiegò a Daniela il suo stato d’animo:  “Sono passati dieci anni dalla scomparsa di mia moglie e in tutto questo periodo non ho toccato donna. Sono ancora in gamba, nonostante l’età, e tu hai risvegliato in me un desiderio assopito da tempo. Potresti essermi di grande aiuto: toccherei il cielo con un dito se, anche per una sola volta, potessi fare l’amore con una ragazza magnifica come te, per la quale provo un forte desiderio e che sogno ogni notte!”.

Daniela, in segreto compiaciuta dalle parole di Luca e dalla rappresentazione della sua situazione, rispose ringraziando per i complimenti ma di non potere accogliere l’invito che andava al di là della relazione poco più che platonica che li legava da qualche tempo. Era la moglie di Giovanni, suo figlio, che non meritava un simile trattamento. Luca insistette molto garbatamente: “La richiesta non sottintende una relazione durevole. Come detto, si tratterebbe di una volta sola, un episodio che sarebbe noto solo a noi due e di cui nessuno verrebbe a sapere. Sarei l’uomo più felice del mondo”.

Dietro la garbata insistenza di Luca, Daniela non sapeva più come comportarsi. Sicuramente la cosa non sarebbe trapelata perché entrambi non ne avevano alcun interesse. Inoltre, non sarebbe stato un grave peccato perché non si sarebbe trattato di fare l’amore con un estraneo ma con Luca, che era pur sempre della famiglia. Il giorno dopo Daniela confermò a Luca la disponibilità: “E sia, però, per una volta sola, poi … amici come prima”. Luca fu felicissimo della risposta e le propose il successivo mercoledì pomeriggio, quando la servitù sarebbe stata di riposo settimanale.

E così fu. Il giorno stabilito si incontrarono nella camera matrimoniale principale della villa e passarono un pomeriggio bellissimo. Essendo l’accordo valido per una volta sola, quel pomeriggio Luca non perse un solo colpo e di colpi ne portò a segno almeno tre. Daniela, che aveva conosciuto solo Giovanni, rimase impressionata da tanta potenza e, rapita dall’ars amatoria di Luca, espresse nel modo più affettuoso il riconoscimento per tale superba attuazione. A sua volta, a dimostrazione del suo apprezzamento, Luca le regalò una Smart che da tempo Daniela aveva desiderato per muoversi autonomamente. Luca spiegò a Giovanni di avere pensato di venire incontro direttamente al desiderio di Daniela, in modo che l’acquisto non pesasse sul loro bilancio famigliare.

Qualora pensaste che la faccenda sia terminata così, sbagliereste, come si dice …. di grosso. La sempre garbata ma decisa insistenza di Luca e, soprattutto, il ricordo, da parte di Daniela, di un lungo e duraturo godimento – mai riscontrato prima -, li portarono a incontrarsi spesso, quasi sempre nel pomeriggio di mercoledì, libero dalla servitù. In più, di quando in quando, in altro giorno della settimana, si recavano a pranzo in un paesino fuori città, lontano da occhi indiscreti, presso una locanda con alloggio, dove si riposavano qualche ora dopo il pranzo.

Giovanni, preso come non mai dalla frenesia del lavoro, trascurava sempre più la moglie, felice che avesse acquisito più confidenza con il padre e non sospettando nulla di quanto stava accadendo. Trascorsi alcuni mesi di ménage à trois, Luca decise di chiedere a Daniela di diventare la sua donna. Come fare per convincerla? A seguito di delicate indagini, concluse che Daniela avrebbe acconsentito solamente se l’avesse sposata. E come? Escluse innominabili alternative, l’unica possibilità sarebbe stata il divorzio. E nessuno avrebbe dovuto pensare che causa del divorzio fosse la loro relazione. Quindi il divorzio doveva essere concesso per colpa di Giovanni. Ma per quale colpa? Lavorare troppo o non essere troppo affettuoso con la moglie difficilmente sarebbero stati considerati elementi sufficienti per ottenere il divorzio.

A questo punto Luca decise di assegnare a un’agenzia investigativa l’incarico di acquisire informazioni sull’attività del figlio. Dopo circa un mese, il responsabile dell’agenzia presentò a Luca un rapporto completo da cui emerse che le partite di calcetto erano uno dei pretesti per incontrare Lorenzo, l’amico con il quale Giovanni intratteneva da anni una relazione! Sebbene la notizia del figlio gay non fosse stata assolutamente gradita da Luca, fu comunque una manna per i due amanti perché avrebbe consentito a Daniela di motivare la richiesta di divorzio. Avrebbe lasciato Giovanni senza alcun rimpianto, con gratitudine nei confronti di Luca per averla salvata da un futuro infelice.

Daniela richiese a Giovanni un incontro in presenza di Luca. Esordì dicendo: “Ho saputo che intrattieni con Lorenzo una relazione che risale ai tempi del liceo, tresca che mi hai sempre nascosto. Questa tendenza spiega perché in due anni di matrimonio abbiamo avuto rapporti poco frequenti e non sono rimasta incinta. Non ho alcuna intenzione di continuare con un marito che si divide tra me e l’amico e per questo chiederò il divorzio al più presto. Sono certa che me lo concederai, senza problemi, per fare chiarezza nei nostri rapporti, una volta per tutte”.

Luca, presente per volere di Daniela, a supporto disse solo poche parole: “Se questa è la situazione, peraltro a me non nota, non vedo altra alternativa al divorzio. Giovanni non puoi tenere il piede in due scarpe! Lascia libera Daniela!”.

Giovanni, sorpreso dell’atteggiamento di entrambi, rispose che ci avrebbe pensato e dato una risposta nel giro di un paio di giorni. Il giorno seguente Luca lo incontrò: gli promise che, qualora avesse accettato di concedere il divorzio, l’avrebbe nominato amministratore delegato della società. In più, essendo giunto il tempo di ritirarsi dall’attività, pur mantenendo simbolicamente la carica di Presidente, gli avrebbe ceduto gratuitamente il 60% delle azioni della società – che possedeva integralmente – lasciando il 20% a ciascuno dei fratelli. Giovanni, dopo avere consultato Lorenzo, accettò di concedere il divorzio.

Era tale l’amore per Daniela che, per averla tutta per sé, Luca aveva ceduto l’azienda creata e sviluppata in quarant’anni di lavoro. Unico grande beneficio immediato, derivante dalle concessioni fatte a Giovanni, fu il privilegio di passare ancora più tempo con lei. Daniela continuò a vivere nella villa mentre Giovanni si trasferì con Lorenzo nella casa fuori città dove aveva vissuto con Daniela. Ottenuto il divorzio, dopo un anno di rapporti discreti, più che altro per salvare la reputazione della famiglia, il padre sposò l’ex nuora. Per acconsentire al matrimonio, Daniela chiese e ottenne che le fosse intestata la proprietà della villa e assegnata una rendita mensile di diverse migliaia di euro, sotto forma di vitalizio.

Nove mesi dopo il matrimonio nacque Gianluca: il bambino era figlio di Luca, di cui avrebbe potuto essere nipote e fratellastro di Giovanni, di cui avrebbe potuto essere figlio. Luca era rinato a nuova giovinezza, fiero di essere ancora padre, nonostante l’età, e di avere per moglie una donna affascinante che tutti gli amici gli invidiavano. Uno di questi un giorno gli fece uno strano discorso a proposito delle signore che vanno a fare acquisti e che talvolta si fanno suggerire cosa comperare da un amico. “Vuoi dire amica, immagino”. “No, no, amico”.

Insospettito dal discorso, il giorno seguente Luca seguì Daniela al centro della città dove si era recata, come altre volte, a fare acquisti, dopo avere lasciato Gianluca alla tata. Aveva detto a Luca che non sarebbe tornata per pranzo perché aveva un impegno con un’amica. Luca parcheggiò l’auto e seguì Daniela che, lasciata la Smart, raggiunse i portici della piazza, entrò nella gioielleria dove tempo addietro le aveva acquistato la collana di perle e, dopo qualche minuto, uscì dal negozio con Roberto, il figlio del gioielliere. Luca pedinò la coppia fino al garage dove Roberto aveva parcheggiato l’auto e li vide andarsene. Non fece in tempo a seguirli perché aveva parcheggiato l’auto a un centinaio di metri di distanza dal garage.

La settimana seguente Luca pedinò di nuovo Daniela che gli aveva detto che sarebbe andata a fare acquisti e poi a pranzo con un’amica. Questa volta lasciò l’auto in prossimità del garage usato dal figlio del gioielliere e quando i due, lasciata la gioielleria, salirono sull’auto, li seguì con la sua, mantenendosi a rispettosa distanza. Uscirono dalla città in direzione a lui nota, per giungere, poco tempo dopo, alla locanda dove aveva passato bellissimi pomeriggi con Daniela, prima del loro matrimonio!

Anni 50


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Racconto inedito pubblicato nel libro intitolato Le chiavi di Portofino e altri raccontiAlcune rimembranze degli anni ‘50 per coloro che non hanno vissuto quei tempi affinché abbiano un’idea di come si viveva allora e possano valutare il differenziale con i tempi attuali. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura. Le chiavi di Portofino e altri racconti, disponibile presso Youcanprint, si può trovare anche presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it.

Anni 50

Quando alle elementari chi poteva portava in cartella un pezzo di legno per alimentare la stufa di terracotta che riscaldava l’aula.

Quando alle elementari si raccoglievano pacchi di indumenti per gli alluvionati del Polesine.

Quando d’estate c’erano le ghiacciaie con grossi pezzi di ghiaccio venduti ogni giorno per strada da un addetto che segnalava il passaggio con il suono di una trombetta.

Quando le case erano riscaldate da stufe e si andava a letto con il pigiama di lana e, se faceva più freddo, con la bottiglia di ottone piena di acqua calda.

Quando dopo cena la famiglia riunita ascoltava la radio e l’immaginazione dei ragazzi correva aiutata dalla fantasia.

Quando un vecchietto entrava nel cortile di casa suonando il mandolino per raccogliere monete di poche lire che gli venivano buttate dalle finestre.

Quando l’arrotino passava per le strade con la bicicletta che funzionava anche come molatrice e la gente accorreva con coltelli e forbici da affilare.

Quando lo stagnino si accampava in uno spiazzo con gli attrezzi per riparare le pentole.

Quando all’oratorio con la mancia settimanale di 50 lire era possibile mangiare una granita, vedere un film e comperare dieci Golia!

Quando si giocava al pallone in cortile.

Quando le partite di calcio si ascoltavano alla radio commentate da maestri della comunicazione che facevano vivere ogni attimo del gioco.

Quando i gelati si vendevano per la strada sui carrettini.

Quando si facevano gli esami alla fine della seconda e della quinta elementare e per essere ammessi alle medie.

Quando alle medie si studiava il latino.

Quando alle medie, all’intervallo, un bidello vendeva meline caramellate infilate su bastoncini di legno.

Quando per un ragazzo la bicicletta rappresentava il premio di un risultato importante.

Quando Coppi e Bartali si sfidavano sulle montagne del Giro d’Italia

Quando per simulare il rumore di un motorino mosquito una cartolina veniva infilata nei raggi della bicicletta e fissata alla forcella con una molletta dei panni.

Quando i tabaccai vendevano le sigarette a numero in bustine di carta velina.

Quando andare in vacanza al mare era un lusso che non tutte le famiglie potevano permettersi.

Quando si andava in vacanza in campagna tutta l’estate nella casa dei nonni.

Quando in campagna si attaccava il rotolo di carta moschicida al lampadario della cucina.

Quando in campagna ci si lavava in camera con una brocca d’acqua e un catino.

Quando in campagna i wc erano ancora alla turca.

Quando durante le vacanze nelle giornate di pioggia si facevano partite interminabili di Monopoli con gli amici.

Quando a Pasqua si mangiava il prosciutto crudo con l’insalata russa in cestini coperti di gelatina.

Quando a Natale con il panettone si mangiavano i fichi ripieni di mandorle spediti dalla Sicilia da qualche conoscente.

Quando al liceo si facevano chilometri a piedi per andare a scuola e per passeggiare in “vasca” con gli amici e le amiche.

Quando al liceo i bidelli vendevano all’intervallo rosette imbottite di salame o di prosciutto cotto.

Quando al liceo si andava in gita scolastica per qualche giorno e come bagaglio si portava una borsa.

Quando lo scooter era il sogno di ogni liceale.

Quando imperversava il Rock and Roll.

Quando gli italiani erano innamorati di Brigitte Bardot.

Quando la Fiat 500 era l’auto per tutti.

Quando la prima Fiat 1100 costava 1.000 lire al chilo (oggi una berlina equivalente costa quasi 20 € al chilo).

Quando la gente andava dal vicino per seguire alla televisione “Lascia o raddoppia”.

Quando al cinema la proiezione del film iniziava alla fine di “Lascia o raddoppia”.

Quando tutti impazzivano per i Beatles.

Quando le canzoni di Frank Sinatra andavano per la maggiore.

Quando fu eletto papa Giovanni XXIII, il papa buono.