Il portafoglio


Racconto inedito pubblicato nel libro intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. Trae spunto da un fatto realmente accaduto qualche anno fa. Durante un viaggio in treno in uno scompartimento di prima classe, un manager è costretto ad assistere alle effusioni di una giovane coppia distesa comodamente sul divano opposto al suo. Dopo avere bevuto un caffè bollente servito da uno strano addetto, cade addormentato. Al risveglio il portafoglio e la coppia sono scomparsi. Chi l’avrà alleggerito. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Il portafoglio

Giorgio, un manager milanese quarantacinquenne, era di ritorno da Buenos Aires via Francoforte e Zurigo dove avrebbe preso il treno per Milano. Era stato a Buenos Aires per la chiusura di un contratto con un gruppo alimentare americano con importanti attività in Argentina. Lì era rimasto il suo vice, ingegnere, per concordare gli allegati tecnici. Era febbraio, in quei giorni la pianura padana era avvolta dalla nebbia che impediva atterraggi e decolli all’aeroporto della Malpensa. Per questa ragione aveva deciso di prendere il treno da Zurigo a Milano. Il volo Lufthansa era partito da Buenos Aires alle 16.55 e, dopo lo scalo a Francoforte, era atterrato in orario a Zurigo, alle 17.20 del giorno seguente. Dall’aeroporto aveva raggiunto direttamente la stazione ferroviaria con il treno navetta. Il treno per Milano era partito puntuale alle 19.09. L’arrivo alla stazione centrale era previsto dopo circa quattro ore.

Salito sul treno, Giorgio entrò in uno scompartimento di prima classe dove si ritrovò ad essere l’unico passeggero. Sedette vicino al finestrino in direzione della marcia del treno. Ad Arth Goldau, la seconda stazione dopo la partenza, entrò nello scompartimento una coppia. Lei snella, sui trent’anni, bruna con una grande capigliatura nera. Lui, biondo, ben vestito, con una barba leggera e occhiali di tartaruga con montatura spessa. Entrati, salutarono, lui con un cenno del capo, lei con un sorriso, e posero voluminose e pesanti valigie sul ripiano portabagagli. Una volta seduti di fronte sul divano a tre posti, si misero a parlare sommessamente. Giorgio cercò di captare qualche parola per capire da dove venissero. L’atteggiamento della ragazza era di grande apprezzamento per le parole del compagno. Si abbracciarono e a poco a poco finirono distesi sul divano, una di fianco all’altro. All’inizio Giorgio segui distrattamente le loro effusioni poi, con un po’ di imbarazzo, soprattutto per la sfacciataggine, chiuse gli occhi e si mise a pensare alla moglie e ai figli ai quali aveva portato un regalino. Rilassato, si appisolò.

Subito dopo, così gli parve, arrivarono a Bellinzona dove il treno si fermò qualche minuto. Erano appena ripartiti quando la porta dello scompartimento si aprì e si affacciò un viso sorridente di colore ambrato che chiese gentilmente se qualcuno volesse un caffè. I due erano troppo impegnati per rispondere. Giorgio, che aveva cenato in aereo poco prima di arrivare a Francoforte e fatto uno spuntino sulla tratta Francoforte Zurigo, pensò che un caffè caldo gli avrebbe fatto bene. “Quale caffè?”, chiese. “Moka bello caldo”, fu la risposta. Giorgio accettò, prese il portafoglio dalla tasca interna caffè, pagò il caffè ma non poté berlo subito tanto era bollente. Lo fece raffreddare un po’ sul tavolino. Mentre sorseggiava il caffè la performance dei due passò a uno stadio più avanzato. Le carezze e le effusioni divennero più evidenti, al limite della decenza. Sempre più imbarazzato si mise a guardare fuori dal finestrino. Le montagne innevate scorrevano veloci davanti ai suoi occhi, illuminate dalla luna che le faceva scintillare. A poco a poco, con lo scorrere del paesaggio, il rumore ritmico delle ruote del treno sulle rotaie e il caffè caldo, si appisolò, nonostante facesse il possibile per non addormentarsi, e cadde in un sonno profondo.

Si svegliò di soprassalto quando il treno stava ripartendo da Lugano. Non si era neanche accorto che il treno si era fermato. I due libertini erano scomparsi, così come le loro voluminose valigie. Valigie? Alzò subito gli occhi per vedere se c’era ancora il suo trolley e, soprattutto, se non fosse scomparsa la borsa con i documenti. Tutto a posto, per fortuna! Si stava mettendo tranquillo quando si ricordò del portafoglio nella tasca interna della giacca. Era stato in dubbio se rimetterlo dopo avere pagato il caffè ma aveva pensato che sarebbe stato come dire ai due amanti “non mi fido di voi”. E non lo fece. Fece male, perché il portafoglio era scomparso. Fermò il capotreno che stava passando in quel momento, spiegò l’accaduto, fece presente i suoi sospetti nei confronti dei due passeggeri che erano con lui nello scompartimento. Il capotreno disse di averli visti scendere a Lugano e che, comunque, furti come quello che aveva subito erano all’ordine del giorno. Disse: “Molte volte i malintenzionati, una volta rubate le banconote, gettano il portafoglio nei cestini dei corridoi dei vagoni o dei bagni”. Poi aiutò Giorgio a cercare il portafoglio nei cestini del vagone, senza esito.

Arrivato a Milano alle 23.00, quasi in orario, andò a casa dove la moglie gli spiegò che era tutta colpa sua. Che ben gli stava. Non doveva bere il caffè offerto da un inserviente senza divisa. Poteva essere drogato. Non doveva tenere il portafoglio nella tasca interna della giacca appesa all’attaccapanni e, tantomeno, rimettervelo dopo avere acquistato il caffè. Avrebbe dovuto fregarsene dei due sporcaccioni. Il giorno seguente Giorgio sporse denuncia in Questura dove attese il suo turno con una moltitudine di persone che doveva denunciare, come lui, un furto. Gli avevano rubato ottocento dollari, qualche decina di euro, la patente, due carte di credito, la carta d’identità e la tessera sanitaria.

Due mesi dopo, quasi per miracolo, ricevette una telefonata dalla Questura. Lo si informava di avere ricevuto, tramite la polizia cantonale di Lugano, un portafoglio contenente un documento di identità a lui intestato. Non appena possibile, andò a ritirare il portafoglio. Non mancava nulla a parte i dollari e i pochi euro! All’appuntato che glielo stava consegnando, commentò: “Ho fatto bene a sporgere la denuncia!”. “Sì. Ma non creda. Il portafoglio le è stato restituito, senza banconote, solo perché è stato trovato presso la stazione ferroviaria di Lugano da un cittadino svizzero molto rispettabile che l’ha portato alla polizia cantonale”. “Evviva”, disse Giorgio, “ci sono ancora persone per bene!”.

Tuoni e fulmini


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Racconto inedito pubblicato nel libro intitolato Le chiavi di portofino e altri racconti. In primavera inoltrata, durante un temporale, un nonno si trova sulla terrazza con due nipoti che lo interrogano sulla pericolosità dei fulmini e sull’origine e propagazione dei tuoni, domande cui puntualmente risponde. Spiega loro anche come calcolare la distanza di caduta dei fulmini. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Tuoni e fulmini

Una terrazza di una casa di vacanze che domina un lago circondato da alte colline, in primavera inoltrata, stagione di forti temporali. Il paesaggio era di colore verde acceso poiché i prati, le piante e, in generale, la vegetazione, erano irrorati da frequenti piogge. Quel giorno, mentre il cielo era plumbeo verso nord est, a sud apparve una schiarita. La brezza assunse via via più forza fino a che le fronde degli alberi iniziarono a ondeggiare sotto la spinta delvento. Il lago si increspò con le ochette, piccole onde di grande frequenza. I primi goccioloni di pioggia batterono sulla terrazza come fossero proiettili. In lontananza, da dietro le montagne provenivano tuoni con rimbombi fragorosi. Un fulmine disegnò nel cielo una ragnatela incandescente. Dal paese sottostante, in riva al lago, giunse il suono di allerta delle campane per annunciare l’arrivo di un forte temporale.

Edoardo, un ragazzo di otto anni, ormai prossimo alle vacanze estive, seduto a fianco del nonno con la sorella Sofia, poco più grande di lui, domandò: “Nonno, qual è la differenza tra lampi e fulmini? Ho sentito che si chiamano anche saette”. “Pure baleni, folgori. Sono sinonimi, ovvero parole che hanno un significato sostanzialmente uguale a un’altra parola. Potete utilizzate indifferentemente tutti i sinonimi. Alcuni sono di uso comune, altri un po’ meno”. “Nonno, sono pericolose le saette?”, chiese Sofia, “A me fanno paura perché sembrano frustare l’aria. Anche i tuoni mi spaventano perché fanno un gran fracasso e mi prendono alla sprovvista”. “I fulmini sono pericolosi quando cadono vicini”, rispose il nonno. “Possono ridurre in cenere un essere vivente. Se foste colti da un forte temporale quando siete in montagna o in aperta campagna, non riparatevi sotto gli alberi, specialmente sotto pini o abeti, perché attirano i fulmini. Sfruttando il potere di attrazione delle punte, Beniamino Franklin, famoso scienziato americano vissuto nel ‘700, inventò il parafulmine, ovvero una punta di metallo capace di attrarre i fulmini e convogliarli nel terreno attraverso una grossa corda di rame”.

“Certe volte si odono tuoni fortissimi ma non si vedono i fulmini”, disse Edoardo.             “È vero”, rispose il nonno, “il fulmine si scarica nell’atmosfera propagandosi alla velocità della luce, che è di ben 300.000 chilometri al secondo. Poiché questa velocità é difficile da immaginare, per avere un’idea pensate alla circonferenza della terra che misura 40.000 km, mille volte la distanza tra Como e Milano. Bene, la luce in un secondo farebbe poco meno di otto volte il giro della terra!”. “Mamma mia”. “È incredibile”, commentarono i nipoti. “Invece il tuono”, continuò il nonno, “scaturisce quando il fulmine si scarica nell’atmosfera e si propaga nell’aria alla velocità di circa 350 metri al secondo. La velocità della luce è quindi quasi 1 milione di volte più elevata di quella del suono nell’aria. Ho detto nell’aria e non nel metallo perché la velocità del suono nel metallo, nell’acciaio, è più elevata di quella nell’aria”. “Quanto più elevata?”, chiese Sofia. “Quasi venti volte di più. Prova ad appoggiare l’orecchio a quella estremità del corrimano della ringhiera”. Poi rivolto al nipote disse: “Edoardo, colpisci l’altra estremità del corrimano con questa moneta”. Edoardo seguì le istruzioni. “Ora, Sofia, tu dovresti sentire, oltre al freddo del metallo, che il suono arriva al tuo orecchio prima attraverso il corrimano che non nell’aria”. “Nonno, posso provare anch’io?”, chiese Edoardo. “Certo. Sofia, prendi questo cucchiaino e colpisci il corrimano quando Edoardo appoggia l’orecchio. Tutto chiaro? Ora che l’esperimento è finito ritornate da me”. “Nonno, anche nei liquidi il suono va più veloce che nell’aria?”, domandò Edoardo. “Sì, nell’acqua il suono si propaga a una velocità pari a circa cinque volte quella nell’aria”. “Mi era sembrato, quando nuotavo in piscina”, commentò Edoardo.

“Tornando a tuoni e fulmini”, continuò il nonno, “quando vedete un fulmine, contate di seguito mille-uno, mille-due, mille-tre, e così via fino a quando udite il fragore del tuono. Dovete contare mille, seguito da un numero progressivo, perché mentre lo pronunciate passa suppergiù un secondo. Pensate che una volta gli artificieriutilizzavano un metodo simile quando facevano esplodere le mine. La miccia si consumava alla velocità di un centimetro ogni secondo, per cui gli artificieri, che conoscevano la lunghezza della miccia, contando allo stesso modo potevano conoscere quanto tempo avevano a disposizione per raggiungere il riparo. Ad esempio, se dopo avere visto il fulmine, arrivaste a contare mille-sette, ovvero 7 secondi, vorrebbe dire che il fulmine è caduto a una distanza in linea d’aria di circa 7 volte 350, ovvero 2.450 metri, circa 2,5 chilometri. Quindi dovreste stare tranquilli perché non sarebbe caduto così vicino”. “Ok, nonno, veramente molto interessante”, ripeté Edo-ardo. “Grazie, lo ricorderemo sempre quando assisteremo a un temporale”, confermò Sofia.


 

Patagonia


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Racconto inedito pubblicato nel libro intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. Vuole rappresentare un tributo all’Argentina e in particolare alla Patagonia terra di paesaggi incredibili, di natura selvaggia sotto un cielo sterminato di stelle che paiono caderti addosso. E anche il ricordo di una bella e duratura amicizia. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Patagonia

“Nonno, guarda cosa abbiamo trovato nella libreria. Un libro con la copertina pelosa, proprio pelosa”. “E’ il Martin Fierro!”, rispose il nonno che stava scrivendo nel suo studio quando Lucio e Ginevra, due dei suoi nipoti, si avvicinarono con un libro voluminoso, con la copertina di pelle di vitello da latte, un regalo ricevuto da amici e colleghi argentini quasi cinquant’anni prima. “E’ un libro molto famoso in Argentina. Per me e la nonna rappresenta un ricordo del bellissimo tempo trascorso in quel paese tanti anni fa” “Ma … cos’è il Martin Fierro”, chiese Ginevra.                                                                 “Dovresti dire chi è, perché Martin Fierro era un gaucho, un cowboy della pampa argentina. Il libro narra la sua storia e ne esalta il carattere fiero e indipendente. È molto popolare in Argentina dove tanti considerano il gaucho l’autentico rappresentante del paese”. I nonni avevano ricevuto in regalo il Martin Fierro alla despedida, la festa di commiato che in Argentina si dà in onore degli amici che partono. Il nonno mostrò ai nipoti la pagina del libro con la lunga dedica e le firme degli amici e colleghi argentini.   “Il libro è molto bello”, disse Lucio accarezzando la copertina. “Quando siete stati in Argentina?”, chiese Ginevra. “Vedo che siete molto interessati. Pertanto, vi racconterò alcune storie dell’Argentina e della Patagonia, il territorio che occupa il cosiddetto cono sud del Sudamerica. Divisa tra Argentina e Cile, la Patagonia è grande circa tre volte l’Italia, se si include la Terra del Fuoco, la parte estrema del cono”. “Sì, nonno! Raccontale”, dissero in coro i nipoti.

“Poco meno di cinquant’anni fa, quando ero un giovane ingegnere di un gruppo italiano attivo nella produzione e commercio del cemento, fui inviato a fare esperienza presso un impianto che si trovava vicino a La Plata, la capitale della provincia di Buenos Aires. Con me c’era la nonna. Eravamo giovani, io non ancora trentenne, lei poco più che ventenne. Lì passammo venti mesi molto belli e formativi sia per il lavoro che per la vita. Avevamo tanti amici, con i quali partecipavamo a pantagrueliche grigliate di carne [asados] e passavamo lunghe serate a parlare di tutto. A quell’età, fu un’esperienza entusiasmante. Ricordo che il capodanno fummo invitati da Carlos Giuliani, un collega argentino di origine italiana, alla festa della famiglia che si teneva a Buenos Aires in casa del padre, noto imprenditore locale. Quella sera giungemmo, da italiani nordisti, puntualissimi all’appuntamento. Ci ricevettero con grande meraviglia. La festa non era ancora iniziata e gli invitati non erano ancora arrivati. Ci fecero accomodare e ci misero a nostro agio. Non sapevamo che in Argentina non si usa arrivare in orario alle feste! Dopo mezzanotte il padre di Carlos ci raccontò la storia della famiglia. Ci mostrò le fotografie di Luca, nonno di Carlos, che arrivò in Argentina nell’anno 1880 all’età di venticinque anni. Veniva dall’Abruzzo dove la numerosa famiglia aveva un allevamento di pecore, troppo piccolo per bastare a tutti. Emigrò in Argentina con un amico. Esperto di pastorizia, creò nella provincia di Buenos Aires un allevamento di pecore che incrementò molto in pochi anni. Nel frattempo, aveva sposato Lucia, la nonna di Carlos, una bella signora di origine lucana. Poi, a seguito dell’introduzione degli allevamenti bovini nella provincia di Buenos Aires – che scalzarono quelli ovini – gli interessi della famiglia si spostarono in Patagonia dove nonno Luca trasferì la numerosa figliolanza. Un luogo magnifico con spazi enormi e selvaggi battuti dai venti, che danno la sensazione di essere in una terra alla fine del mondo. Una natura maestosa e incontaminata fatta di laghi, montagne, vulcani, ghiacciai e cascate. Lì nonno Luca sviluppò ulteriormente l’attività di produzione e commercio della lana. Così nacque la fortuna della famiglia Giuliani in Argentina”. “Molto interessante, molto bravo il nonno di Carlos!”, commentò Ginevra, Lucio consenziente.

“Da quanto avete sentito”, continuò il nonno”, nacque il desiderio, di vostra nonna e mio, di fare un viaggio in Patagonia che, nei mesi in cui stemmo, non riuscimmo a visitare. Esattamente venti anni dopo il nostro rientro in Italia organizzammo, con una coppia di nostri amici, un viaggio in Patagonia e Terra del Fuoco, a cavallo di fine d’anno. Rivedemmo Buenos Aires dove avevamo passato molti week end, da soli o con gli amici. Teatro, film in lingua italiana, ristoranti di tutti i tipi e gusti, caffè, spettacoli di tango, i barrios [quartieri] di San Telmo, della Recoleta, di Palermo, le avenidas [grandi viali] con otto, dieci corsie. Il giorno dopo il nostro arrivo a Buenos Aires, Carlos organizzò un grande asado con gli amici dei vecchi tempi. Passammo una bellissima e simpatica serata. Dopo la rimpatriata, volammo per tre ore al sud per arrivare a Rio Gallegos, la capitale della provincia di Santa Cruz, nella Patagonia meridionale. L’Argentina è molto vasta, è nove volte più grande dell’Italia! In auto, percorrendo strade sterrate, dalla mattina alla sera attraversammo la Patagonia argentina dall’Oceano atlantico fino a El Calafate, sul Lago Argentino, alle pendici delle Ande. Una distesa sterminata di colline verdi e ondulate con pochi alberi, tutti con la chioma piegata, in centinaia d’anni, nella direzione del vento. Il nostro albergo era lo stesso usato dai famosi rocciatori Ragni dì Lecco quando si trovavano a El Calafate per scalare le difficili pareti delle montagne più famose delle Ande. Il giorno dopo andammo ad ammirare da vicino il grandioso ghiacciaio Perito Moreno, conosciuto in tutto il mondo. Vedemmo staccarsi dal ghiacciaio enormi ammassi di ghiaccio che, come piccoli iceberg, galleggiavano sul lago. Il giorno successivo facemmo una crociera sul lago fino agli immensi ghiacciai, un’estesa e accecante barriera all’ovest del bacino. Un altro giorno, ancora, attraversammo il confine con il Cile, presidiato da giganteschi gendarmi, con uniformi simili a quelle dei soldati tedeschi della seconda guerra mondiale, e giungemmo alle famose Torres del Paine. Uno spettacolo indimenticabile. Ritornati a Rio Gallegos, con un’ora di volo arrivammo a Ushuaia, la città più a sud della Terra del Fuoco argentina. In auto, attraversando un paesaggio da favola, raggiungemmo una estancia [grande fattoria] che ci avevano raccomandato di visitare. La proprietaria [estanciera] non c’era, Ci dissero che due giorni prima aveva lasciato l’estancia a cavallo con il gregge – 25.000 pecore! – e che sarebbe tornata dopo qualche giorno. Ci permisero egualmente di visitare l’estancia. Vedemmo i recinti [corrales] attraverso i quali le pecore sono avviate, incolonnate, al capannone [galpon] per essere tosate con macchinette elettriche. Ci spiegarono che nel capannone, la lana viene lavata ed essiccata prima di essere imballata con presse di fabbricazione tedesca, datate 1880! Toccammo così con mano l’industria della lana descrittaci vent’anni prima dal padre di Carlos. Ritornammo a Buenos Aires per una cena e un ultimo spettacolo di tango, prima di rientrare in Italia. Un viaggio magnifico che ricorderemo per sempre”.

Lucio e Ginevra avevano ascoltato il racconto in silenzio e con attenzione. “Non siete più tornati in Argentina?”, chiese Ginevra. “Sì, sei anni dopo, per una crociera in Antartide”. “Antartide?”, domandò Lucio. “Sì, il continente dove si trova il Polo Sud. Ci andammo pressappoco nello stesso periodo dell’anno, ai primi di gennaio, sempre con gli stessi amici. Arrivammo a Buenos Aires, dove ci fermammo un paio di giorni, proseguimmo con un lungo volo diretto fino a Ushuaia, nella Terra del Fuoco dove eravamo già stati nel precedente viaggio. Ci imbarcammo su una nave rompighiaccio tedesca – mi pare si chiamasse Bremen, con 160 passeggeri e 120 persone di equipaggio – e attraversammo tranquillamente, di notte, lo stretto di Drake, che separa il Sudamerica dall’Antartide, fino alla penisola antartica. Lì arrivati, raggiungemmo alcune isole, completamente coperte di neve e ghiacci, navigando su gommoni pilotati dal personale della nave. Sulle isole visitammo colonie di migliaia di pinguini – una grande puzza di guano, i loro escrementi -, vedemmo cormorani e altri uccelli marini, foche, trichechi, leoni ed elefanti marini. Un grande spettacolo! In Antartide alcune nazioni dispongono di basi stabili raggiungibili anche con aerei dotati di pattini. Attraccammo al pontile di una base argentina e la visitammo in lungo e in largo. Durante la crociera vedemmo anche paesaggi lunari, grigi come il piombo. Navigavamo nei canali tra le isole e la terraferma frantumando con il rompighiaccio il leggero strato solido che ricopriva la superficie del mare. Ricordo che al ritorno a Ushuaia attraversammo nuovamente lo stretto di Drake, questa volta con il mare molto agitato. Tranne me e qualche altro, tutti i passeggeri soffrivano il mal di mare e si erano rifugiati in cabina. Sebbene non sia un gran marinaio, raggiunsi la plancia di comando da dove assistetti con emozione allo spettacolo della prua che si inabissava nel mare per poi riemergere con prepotenza dalle onde.

Da Ushuaia volammo a Bariloche, località di montagna, anche sciistica, a circa 1.500 chilometri a sud-ovest di Buenos Aires, invitati da Alberto, vecchio amico ed ex compagno di università. Con Alberto e Dora, la moglie, facemmo un’escursione in battello sul lago. Immaginate il lago di Como, come poteva essere migliaia d’anni fa, libero da paesi sulle rive e sulle pendici dei monti. Da Bariloche volammo a Buenos Aires dove Carlos organizzò in nostro onore una simpatica cena con gli amici dei vecchi tempi e le mogli. Con Carlos sono rimasto sempre in contatto, oggi via mail”. “Una bella e lunga amicizia”, conclusero in coro i nipoti.

La cumbia e il rock


o006_noseda_cover_15x21_25062018 copiaRacconto inedito pubblicato nel libro intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. Trae spunto da un fatto realmente accaduto qualche anno fa. Un ingegnere texano di Houston si trova a La Paz per un incontro di lavoro. Fa conoscenza con una bella ragazza uruguaiana e tra i due nasce grande simpatia. La invita al ristorante dell’hotel dov’è alloggiato e dopo una lauta cena perde conoscenza mentre si scatena in un rock nella discoteca dello stesso albergo. Si risveglia con una maschera d’ossigeno mentre viene accompagnato in camera dal personale dell’albergo. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

La cumbia e il rock

Non tutti conoscono La Paz, la capitale amministrativa della Bolivia, fondata dai conquistadores spagnoli nel 1548, ai tempi della colonizzazione delle Ande. In origine fu detta Nuestra Señora de La Paz per commemorare il ripristino della pace. È una città piena di contrasti dove il mix di culture, tra cui la spagnola e l’indigena, crea un’atmosfera magica. Si trova a un’altitudine media di 3.650 metri sopra il livello del mare ed è la capitale più alta nel mondo.

L’Hotel Camino Real, cinque stelle, si trova nelle vicinanze di un grande parco, non distante dal centro. Lì Ray Carter, ingegnere minerario texano sui quarant’anni, si registrò un martedì di aprile, a fine mattinata, dopo essere atterrato all’aeroporto internazionale di El Alto. Era partito da Houston il pomeriggio del giorno precedente. Il giorno dopo l’arrivo gli era stato fissato un appuntamento con il direttore generale del Ministero delle risorse minerarie. Scopo dell’incontro ottenere maggiori informazioni su una gara indetta per lo sfruttamento di un campo del giacimento di litio di Uyuni, il più grande del mondo, con una superficie pari al 3% dell’Italia. Secondo riviste specializzate, sotto il lago salato di Uyuni, si troverebbe addirittura la metà delle riserve mondiali di litio!

Dopo il check-in in albergo, un ragazzo lo guidò alla camera, molto spaziosa ed elegante. Per riprendersi dal lungo viaggio fece una doccia e si sdraiò sul letto per una siesta. Si svegliò alle quattro del pomeriggio. Chiese al servizio in camera un club sandwich e una birra, si vestì con jeans, camicia e golf, prese un taxi e si fece portare alla Plaza Mayor, nel centro della città, dove sedette a un caffè all’aperto. Al tavolino vicino sedeva una bella ragazza bruna sui trent’anni, che stava leggendo con attenzione una guida turistica. Vistasi osservata, la ragazza accennò un leggero sorriso che Ray scambiò per un invito a scambiare quattro chiacchiere. “Mi chiamò Ray, texano di Houston”, disse, “lavoro nel settore minerario. Mi trovo qui, per la prima volta, per affari. Mi fermerò un paio di giorni”. Le chiese se conoscesse luoghi caratteristici della città da visitare. Lei disse di chiamarsi Selene, uruguaiana, turista, da due giorni a la Paz dopo avere visitato Sucre, l’altra capitale della Bolivia. “La guida”, precisò, “cita, da non perdere, la Cattedrale, il Museo Nacional de Etnografia y Folklore, il mercato centrale, Plaza Murillo, dove si trovano il Palacio Legislativo e il Palacio Presidencial, e il Mirador Killi Killi, un punto panoramico da cui si gode una vista della città a 360 gradi”. Prima che scendesse la sera, decisero di andare insieme al Mirador che si trova su una collina non distante dal centro. Una vista mozzafiato sulla città e sui monti che la circondano tra cui l’Illamani che si staglia imponente con le tre cime sempre innevate. I custodi del Mirador spiegarono loro che il nome dell’osservatorio deriva da un piccolo uccello rapace che un tempo viveva da quelle parti. Selene era molto carina e si trovavano bene insieme. Ray pensò di invitarla a cena al ristorante del Camino Real. La ragazza accettò volentieri e disse che si sarebbe trovata nella hall dell’hotel alle 20.00, dopo essersi cambiata d’abito.

Puntualissima, Selene si presentò con un vestito molto elegante, con una scollatura vertiginosa che colpì immediatamente la fantasia di Ray. Si sedettero a un bel tavolo d’angolo, ordinarono una cena coi fiocchi e bevvero ottimo vino rosso spagnolo. La conoscenza si era rapidamente trasformata in amicizia e, secondo Ray, in qualcosa di più. Decisero di andare alla discoteca dell’hotel, una delle meglio frequentate della città, pregustando entrambi quanto sarebbe seguito. Ray volle ballare la cumbia, una danza a coppie accompagnata da musica popolare colombiana. Poi si scatenò in un rock fino a quando, senza rendersi conto, perse conoscenza. Si svegliò con una maschera d’ossigeno sul volto mentre il personale dell’hotel lo accompagnava in camera. Selene era scomparsa. Si era dileguata pensando a un infarto. Sconcertata e preoccupata, non voleva essere coinvolta.

La mattina seguente Ray era tornato in forma a seguito di una lunga e pesante dormita, un caffè bollente e una doccia giusta. Andò all’appuntamento con il direttore generale del Ministero ed ebbe tutte le informazioni per le quali era andato a La Paz. Al Ministero incrociò l’addetto commerciale dell’ambasciata americana, pure lui texano, di Dallas, che, sentito il racconto della serata, gli raccomandò: “Se vuoi fare l’amore a La Paz devi bere tè di coca e non vino. Dovresti cenare leggero, per esempio con una trota di lago che, tra l’altro, qui è molto buona. Non dovresti andare in discoteca a ballare in modo sfrenato come hai fatto ma, piuttosto, dovresti andare direttamente in camera con l’amica. In ogni caso, per prudenza, sarebbe meglio avere a portata di mano una maschera di ossigeno!”

Semplice curiosità


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Racconto inedito pubblicato nel libro intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. Al circolo, un giocatore di golf di una certa età viene invitato a giocare da un’ospite svizzerotedesco, mancino e con la fede all’anulare sinistro. Il golfista, curioso, vuole avere conferma della religione dell’ospite che risponde dichiarandosi protestante fidanzato e non cattolico sposato, come poteva sembrare.     L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Semplice curiosità

Claudio arrivò al circolo di primo mattino. Andò al bar per un caffè, chiese una bottiglietta d’acqua, proseguì per gli spogliatoi e si cambiò. Raggiunse il caddie-master, prese il carrello elettrico con la sacca e si recò al tee della buca #1. Ormai non più giovane, discreto giocatore di golf, per tenersi in forma faceva nove buche un paio di volte la settimana. Talvolta solo, il più delle volte con altri abituè del circolo o, saltuariamente, con ospiti stranieri. Al tee della buca #1 incrociò un giocatore che gli sembrò straniero, sui cinquant’anni, che gli chiese se volesse giocare con lui. Accettò volentieri anche perché quella mattina avrebbe voluto giocare con qualcuno. Franz e Claudio si presentarono, dandosi subito del tu, come si usa tra golfisti. Franz era svizzero-tedesco, di Zugo, vicino a Zurigo, simpatico e cordiale. Portava il guanto alla mano destra, era mancino. [I giocatori di golf portano un guanto aderente in pelle o materiale sintetico, per migliorare la presa dell’impugnatura del bastone. I destri lo portano alla mano sinistra, i mancini alla destra]. “No problem”, pensò Claudio, “il golf non è come la scherma o la box. I mancini possono non essere avversari difficili”.

Iniziarono a giocare. Franz giocava discretamente bene, appena al di sopra del livello di Claudio, quindi un buon compagno. Giunti al tee della buca #3, Claudio notò che Franz aveva la fede all’anulare della mano sinistra. “È un cattolico”, pensò, “nonostante sia della Svizzera interna. Se fosse protestante avrebbe la fede all’anulare della mano destra, ora nascosta dal guanto”. La curiosità, però, lo spinse ad avere la conferma da Franz. “Anche tu cattolico, vedo”, gli chiese indicando la sua mano sinistra. “No, sono protestante, un pastore protestante, fidanzato”, rispose Franz. “Un prete protestante?” Pensò Claudio, “passi che giochi a golf, ma addirittura fidanzato” “Fidanzato?” Domandò Claudio con un sorriso, senza fare cenno al fatto del pastore. “Sì, fidanzato. Non tutti i cattolici sanno che i protestanti portano la fede all’anulare della mano sinistra quando sono fidanzati e della mano destra quando sono sposati. Avendo la fede all’anulare della mano sinistra potrei essere un cattolico sposato o, piuttosto, un protestante fidanzato. Ed io sono protestante. Tutto chiaro?”. “Sì, grazie”. “Come mai la domanda?” Chiese Franz. “Semplice curiosità”.

Alla fine delle prime nove buche, prima che Franz iniziasse le seconde, si fermarono alla buvette per un aperitivo. Franz gli presentò Brigitte, la fidanzata, una splendida bionda, trentenne, con un sorriso accattivante. “Lei non gioca?”, le chiese Claudio, mostrando grande interesse alla risposta. “Sto imparando, da quando ho conosciuto Franz. Sono ancora a livello di campo pratica. Però, vorrei accelerare il tirocinio per dedicarmi al più presto, con Franz, a questo bellissimo sport”. Franz, assentì con un sorriso alle parole della fidanzata. Claudio ordinò Campari shakerato per tutti. E, alla faccia delle guerre di religione, brindarono alla salute dei fidanzati.

La moglie nuora (Daniela)


La moglie nuora e altri racconti. Copertina

A grande richiesta, di seguito troverete La moglie Nuora, il racconto che ha dato il titolo al libro La moglie nuora e altri racconti che raccoglie sedici storie briose, più o meno brevi e di piacevole lettura. Narra la storia di Luca, un imprenditore di una certa età, vedovo, attivo e sportivo, che si innamora di Daniela, la giovane moglie di Giovanni, uno dei figli. Con il sovoir-faire dei grandi corteggiatori, poco a poco la irretisce fino a farla cedere. L’ars amatoria e le disponibilità economiche di Luca convincono Daniela a chiedere il divorzio a Giovanni che accetta in cambio del controllo azionario dell’azienda del padre. Trascorso un anno, Luca sposa la ex nuora e passa con lei tempi felici fintanto che un giorno si rende conto che Daniela lo tradisce con un giovane di bell’aspetto.

La moglie nuora e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

La moglie nuora (Daniela)

Luca, bell’uomo sui sessant’anni, ancora molto attivo e sportivo, era proprietario di una rinomata fabbrica di viti e bulloni cui dedicava ormai solo metà del suo tempo, destinando l’altra metà ad attività sportive: golf, nuoto, sci e, d’estate, barca a vela. Vedovo, viveva da solo nella bella villa di famiglia. Coltivava un fisico di tutto rispetto, asciutto e aggraziato, a differenza di quello di Giovanni, il figlio trentaduenne, sposato da due anni con Daniela, che lavorava senza grande convinzione nella bulloneria. Giovanni non praticava sport se non qualche rara partita di calcetto con gli amici coi quali aveva passato la giovinezza prima di conoscere la moglie. Non avere ancora avuto figli era un cruccio per Daniela, ma non per Giovanni che si diceva desideroso di godere della libertà, ancora per qualche tempo.

Daniela era un’attraente ragazza ventiseienne, un fiore nel vero senso della parola. Non aveva bisogno di truccarsi tanto il viso era stupendo né portare il reggiseno tanto i seni erano perfetti. Aveva gambe lunghe e affusolate e il lato “b” alto e modellato come quello di molte ragazze africane. Luca si rese conto direttamente di tanta grazia il giorno in cui entrò senza bussare nello spogliatoio della piscina della villa mentre la nuora stava indossando un costume da bagno. Daniela non si era preoccupata – dopotutto era suo suocero – e, senza fretta, aveva terminato di indossarlo in sua presenza. Luca fu colpito dalla visione di Daniela e ne ebbe un grande turbamento: aveva fantasticato sul fisico della nuora ma non aveva mai avuto l’occasione di vedere tutto quel ben di Dio. Fu un colpo di fulmine. Si innamorò di Daniela e da quel momento desiderò fare l’amore con lei. E Giovanni? Non aveva un grande concetto del figlio. A differenza degli altri due, Marco e Gabriella, che lavoravano e vivevano da tempo in altre città – Marco nella finanza, a Londra, e Gabriella col marito e il figlio ad Ancona, nel settore oceanografico – Giovanni non si era mai dato molto da fare. Il colpo della vita era stato avere sposato Daniela. Nel lavoro non si era ancora distinto nonostante fosse il figlio del proprietario.

Pertanto Luca non si sentì tanto in colpa nel desiderare la nuora anche se ogni tanto gli rigirava nel cervello il comandamento “Non desiderare la donna d’altri” e ciò, essendo religioso, gli dava qualche remora. Si mise così a fare, se si può dire, una corte discreta a Daniela, senza forzare, in modo che lei sapesse e gli altri, figli, amici e servitù non capissero. Piccoli regali, complimenti gentili su quanto da lei indossato o fatto, l’offrirsi d’accompagnarla in centro con l’auto per fare acquisti – Giovanni e Daniela abitavano in campagna, appena fuori città -. Fu proprio durante una di queste scorte che, arrivati in centro, Luca chiese alla nuora di accompagnarlo a una gioielleria di fiducia per acquistarle il regalo del compleanno, che sarebbe caduto dopo due settimane. Daniela fu colpita dall’invito – il primo da quando aveva conosciuto Giovanni – e lo seguì nella gioielleria dove Luca le regalò una lunga collana di perle naturali e oro. Un oggetto di grande valore che una persona non molto competente avrebbe potuto scambiare per una bigiotteria, nonostante costasse diverse migliaia di euro. Così, quando Giovanni notò il nuovo gioiello, Daniela poté rispondere che si trattava di una bigiotteria ben riuscita che aveva acquistato di saldo. E tutto finì lì.

Suocero e nuora continuarono a frequentarsi sempre più, senza che nessun altro si insospettisse. Alcuni pensarono che Luca avesse più tempo a disposizione perché Giovanni aveva aumentato notevolmente il suo impegno in fabbrica: rientrava a casa alle nove di sera, lavorava di sabato e talvolta di domenica. Diceva che i clienti non dovevano attendere. Rimanendo Daniela sempre più sola, Luca propose a Giovanni e a lei di lasciare la casa in campagna per trasferitisi nella villa di famiglia dove Daniela avrebbe potuto avere più compagnia. Giovanni accettò con slancio, anche perché la villa si trovava a poco più di un chilometro dalla fabbrica e ciò gli avrebbe permesso di andare e tornare dal lavoro camminando e in poco tempo. Daniela non fece alcuna obiezione.

Luca stava imbastendo la ragnatela: aveva tirato i fili di sostegno che convergono al centro e ora era pronto a tessere la trama a spirale, per catturare chi sapeva. Una volta trasferiti gli sposi nella villa, Daniela e Luca ebbero più occasioni di stare insieme. Con la bella stagione si moltiplicarono le possibilità di frequentazione con l’uso della piscina, i bagni e lo spogliatoio. Daniela si sentiva lusingata dalle attenzioni e dai regali di Luca e, a dimostrazione dell’apprezzamento delle sue gentilezze, in qualche occasione lasciò che la scorgesse, di sfuggita, senza veli, nello splendore dei suoi anni e, in altre, la abbracciasse. Un giorno, dopo il bagno, al bordo della piscina, Luca spiegò a Daniela il suo stato d’animo:  “Sono passati dieci anni dalla scomparsa di mia moglie e in tutto questo periodo non ho toccato donna. Sono ancora in gamba, nonostante l’età, e tu hai risvegliato in me un desiderio assopito da tempo. Potresti essermi di grande aiuto: toccherei il cielo con un dito se, anche per una sola volta, potessi fare l’amore con una ragazza magnifica come te, per la quale provo un forte desiderio e che sogno ogni notte!”.

Daniela, in segreto compiaciuta dalle parole di Luca e dalla rappresentazione della sua situazione, rispose ringraziando per i complimenti ma di non potere accogliere l’invito che andava al di là della relazione poco più che platonica che li legava da qualche tempo. Era la moglie di Giovanni, suo figlio, che non meritava un simile trattamento. Luca insistette molto garbatamente: “La richiesta non sottintende una relazione durevole. Come detto, si tratterebbe di una volta sola, un episodio che sarebbe noto solo a noi due e di cui nessuno verrebbe a sapere. Sarei l’uomo più felice del mondo”.

Dietro la garbata insistenza di Luca, Daniela non sapeva più come comportarsi. Sicuramente la cosa non sarebbe trapelata perché entrambi non ne avevano alcun interesse. Inoltre, non sarebbe stato un grave peccato perché non si sarebbe trattato di fare l’amore con un estraneo ma con Luca, che era pur sempre della famiglia. Il giorno dopo Daniela confermò a Luca la disponibilità: “E sia, però, per una volta sola, poi … amici come prima”. Luca fu felicissimo della risposta e le propose il successivo mercoledì pomeriggio, quando la servitù sarebbe stata di riposo settimanale.

E così fu. Il giorno stabilito si incontrarono nella camera matrimoniale principale della villa e passarono un pomeriggio bellissimo. Essendo l’accordo valido per una volta sola, quel pomeriggio Luca non perse un solo colpo e di colpi ne portò a segno almeno tre. Daniela, che aveva conosciuto solo Giovanni, rimase impressionata da tanta potenza e, rapita dall’ars amatoria di Luca, espresse nel modo più affettuoso il riconoscimento per tale superba attuazione. A sua volta, a dimostrazione del suo apprezzamento, Luca le regalò una Smart che da tempo Daniela aveva desiderato per muoversi autonomamente. Luca spiegò a Giovanni di avere pensato di venire incontro direttamente al desiderio di Daniela, in modo che l’acquisto non pesasse sul loro bilancio famigliare.

Qualora pensaste che la faccenda sia terminata così, sbagliereste, come si dice …. di grosso. La sempre garbata ma decisa insistenza di Luca e, soprattutto, il ricordo, da parte di Daniela, di un lungo e duraturo godimento – mai riscontrato prima -, li portarono a incontrarsi spesso, quasi sempre nel pomeriggio di mercoledì, libero dalla servitù. In più, di quando in quando, in altro giorno della settimana, si recavano a pranzo in un paesino fuori città, lontano da occhi indiscreti, presso una locanda con alloggio, dove si riposavano qualche ora dopo il pranzo.

Giovanni, preso come non mai dalla frenesia del lavoro, trascurava sempre più la moglie, felice che avesse acquisito più confidenza con il padre e non sospettando nulla di quanto stava accadendo. Trascorsi alcuni mesi di ménage à trois, Luca decise di chiedere a Daniela di diventare la sua donna. Come fare per convincerla? A seguito di delicate indagini, concluse che Daniela avrebbe acconsentito solamente se l’avesse sposata. E come? Escluse innominabili alternative, l’unica possibilità sarebbe stata il divorzio. E nessuno avrebbe dovuto pensare che causa del divorzio fosse la loro relazione. Quindi il divorzio doveva essere concesso per colpa di Giovanni. Ma per quale colpa? Lavorare troppo o non essere troppo affettuoso con la moglie difficilmente sarebbero stati considerati elementi sufficienti per ottenere il divorzio.

A questo punto Luca decise di assegnare a un’agenzia investigativa l’incarico di acquisire informazioni sull’attività del figlio. Dopo circa un mese, il responsabile dell’agenzia presentò a Luca un rapporto completo da cui emerse che le partite di calcetto erano uno dei pretesti per incontrare Lorenzo, l’amico con il quale Giovanni intratteneva da anni una relazione! Sebbene la notizia del figlio gay non fosse stata assolutamente gradita da Luca, fu comunque una mannaper i due amanti perché avrebbe consentito a Daniela di motivare la richiesta di divorzio. Avrebbe lasciato Giovanni senza alcun rimpianto, con gratitudine nei confronti di Luca per averla salvata da un futuro infelice.

Daniela richiese a Giovanni un incontro in presenza di Luca. Esordì dicendo: “Ho saputo che intrattieni con Lorenzo una relazione che risale ai tempi del liceo, tresca che mi hai sempre nascosto. Questa tendenza spiega perché in due anni di matrimonio abbiamo avuto rapporti poco frequenti e non sono rimasta incinta. Non ho alcuna intenzione di continuare con un marito che si divide tra me e l’amico e per questo chiederò il divorzio al più presto. Sono certa che me lo concederai, senza problemi, per fare chiarezza nei nostri rapporti, una volta per tutte”.

Luca, presente per volere di Daniela, a supporto disse solo poche parole: “Se questa è la situazione, peraltro a me non nota, non vedo altra alternativa al divorzio. Giovanni non puoi tenere il piede in due scarpe! Lascia libera Daniela!”.

Giovanni, sorpreso dell’atteggiamento di entrambi, rispose che ci avrebbe pensato e dato una risposta nel giro di un paio di giorni. Il giorno seguente Luca lo incontrò: gli promise che, qualora avesse accettato di concedere il divorzio, l’avrebbe nominato amministratore delegato della società. In più, essendo giunto il tempo di ritirarsi dall’attività, pur mantenendo simbolicamente la carica di Presidente, gli avrebbe ceduto gratuitamente il 60% delle azioni della società – che possedeva integralmente – lasciando il 20% a ciascuno dei fratelli. Giovanni, dopo avere consultato Lorenzo, accettò di concedere il divorzio.

Era tale l’amore per Daniela che, per averla tutta per sé, Luca aveva ceduto l’azienda creata e sviluppata in quarant’anni di lavoro. Unico grande beneficio immediato, derivante dalle concessioni fatte a Giovanni, fu il privilegio di passare ancora più tempo con lei. Daniela continuò a vivere nella villa mentre Giovanni si trasferì con Lorenzo nella casa fuori città dove aveva vissuto con Daniela. Ottenuto il divorzio, dopo un anno di rapporti discreti, più che altro per salvare la reputazione della famiglia, il padre sposò l’ex nuora. Per acconsentire al matrimonio, Daniela chiese e ottenne che le fosse intestata la proprietà della villa e assegnata una rendita mensile di diverse migliaia di euro, sotto forma di vitalizio.

Nove mesi dopo il matrimonio nacque Gianluca: il bambino era figlio di Luca, di cui avrebbe potuto essere nipote e fratellastro di Giovanni, di cui avrebbe potuto essere figlio. Luca era rinato a nuova giovinezza, fiero di essere ancora padre, nonostante l’età, e di avere per moglie una donna affascinante che tutti gli amici gli invidiavano. Uno di questi un giorno gli fece uno strano discorso a proposito delle signore che vanno a fare acquisti e che talvolta si fanno suggerire cosa comperare da un amico. “Vuoi dire amica, immagino”. “No, no, amico”.

Insospettito dal discorso, il giorno seguente Luca seguì Daniela al centro della città dove si era recata, come altre volte, a fare acquisti, dopo avere lasciato Gianluca alla tata. Aveva detto a Luca che non sarebbe tornata per pranzo perché aveva un impegno con un’amica. Luca parcheggiò l’auto e seguì Daniela che, lasciata la Smart, raggiunse i portici della piazza, entrò nella gioielleria dove tempo addietro le aveva acquistato la collana di perle e, dopo qualche minuto, uscì dal negozio con Roberto, il figlio del gioielliere. Luca pedinò la coppia fino al garage dove Roberto aveva parcheggiato l’auto e li vide andarsene. Non fece in tempo a seguirli perché aveva parcheggiato l’auto a un centinaio di metri di distanza dal garage.

La settimana seguente Luca pedinò di nuovo Daniela che gli aveva detto che sarebbe andata a fare acquisti e poi a pranzo con un’amica. Questa volta lasciò l’auto in prossimità del garage usato dal figlio del gioielliere e quando i due, lasciata la gioielleria, salirono sull’auto, li seguì con la sua, mantenendosi a rispettosa distanza. Uscirono dalla città in direzione a lui nota, per giungere, poco tempo dopo, alla locanda dove aveva passato bellissimi pomeriggi con Daniela, prima del loro matrimonio!

Anni 50


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Racconto inedito pubblicato nel libro intitolato Le chiavi di Portofino e altri racconti. Alcune rimembranze degli anni ‘50 per coloro che non hanno vissuto quei tempi affinché abbiano un’idea di come si viveva allora e possano valutare il differenziale con i tempi attuali. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

Anni 50

Quando alle elementari chi poteva portava in cartella un pezzo di legno per alimentare la stufa di terracotta che riscaldava l’aula.

Quando alle elementari si raccoglievano pacchi di indumenti per gli alluvionati del Polesine.

Quando d’estate c’erano le ghiacciaie con grossi pezzi di ghiaccio venduti ogni giorno per strada da un addetto che segnalava il passaggio con il suono di una trombetta.

Quando le case erano riscaldate da stufe e si andava a letto con il pigiama di lana e, se faceva più freddo, con la bottiglia di ottone piena di acqua calda.

Quando dopo cena la famiglia riunita ascoltava la radio e l’immaginazione dei ragazzi correva aiutata dalla fantasia.

Quando un vecchietto entrava nel cortile di casa suonando il mandolino per raccogliere monete di poche lire che gli venivano buttate dalle finestre.

Quando l’arrotino passava per le strade con la bicicletta che funzionava anche come molatrice e la gente accorreva con coltelli e forbici da affilare.

Quando lo stagnino si accampava in uno spiazzo con gli attrezzi per riparare le pentole.

Quando all’oratorio con la mancia settimanale di 50 lire era possibile mangiare una granita, vedere un film e comperare dieci Golia!

Quando si giocava al pallone in cortile.

Quando le partite di calcio si ascoltavano alla radio commentate da maestri della comunicazione che facevano vivere ogni attimo del gioco.

Quando i gelati si vendevano per la strada sui carrettini.

Quando si facevano gli esami alla fine della seconda e della quinta elementare e per essere ammessi alle medie.

Quando alle medie si studiava il latino.

Quando alle medie, all’intervallo, un bidello vendeva meline caramellate infilate su bastoncini di legno.

Quando per un ragazzo la bicicletta rappresentava il premio di un risultato importante.

Quando Coppi e Bartali si sfidavano sulle montagne del Giro d’Italia

Quando per simulare il rumore di un motorino mosquito una cartolina veniva infilata nei raggi della bicicletta e fissata alla forcella con una molletta dei panni.

Quando i tabaccai vendevano le sigarette a numero in bustine di carta velina.

Quando andare in vacanza al mare era un lusso che non tutte le famiglie potevano permettersi.

Quando si andava in vacanza in campagna tutta l’estate nella casa dei nonni.

Quando in campagna si attaccava il rotolo di carta moschicida al lampadario della cucina.

Quando in campagna ci si lavava in camera con una brocca d’acqua e un catino.

Quando in campagna i wc erano ancora alla turca.

Quando durante le vacanze nelle giornate di pioggia si facevano partite interminabili di Monopoli con gli amici.

Quando a Pasqua si mangiava il prosciutto crudo con l’insalata russa in cestini coperti di gelatina.

Quando a Natale con il panettone si mangiavano i fichi ripieni di mandorle spediti dalla Sicilia da qualche conoscente.

Quando al liceo si facevano chilometri a piedi per andare a scuola e per passeggiare in “vasca” con gli amici e le amiche.

Quando al liceo i bidelli vendevano all’intervallo rosette imbottite di salame o di prosciutto cotto.

Quando al liceo si andava in gita scolastica per qualche giorno e come bagaglio si portava una borsa.

Quando lo scooter era il sogno di ogni liceale.

Quando imperversava il Rock and Roll.

Quando gli italiani erano innamorati di Brigitte Bardot.

Quando la Fiat 500 era l’auto per tutti.

Quando la prima Fiat 1100 costava 1.000 lire al chilo (oggi una berlina equivalente costa quasi 20 € al chilo).

Quando la gente andava dal vicino per seguire alla televisione “Lascia o raddoppia”.

Quando al cinema la proiezione del film iniziava alla fine di “Lascia o raddoppia”.

Quando tutti impazzivano per i Beatles.

Quando le canzoni di Frank Sinatra andavano per la maggiore.

Quando fu eletto papa Giovanni XXIII, il papa buono.

My Princess (Grace)


La moglie nuora e altri racconti. Copertina

Il racconto é tratto dal libro La moglie nuora e altri racconti che raccoglie sedici storie briose, più o meno brevi, e di piacevole lettura. Narra la storia di un direttore commerciale di una società di costruzioni che a Nairobi, Kenya, conosce Grace, una bellissima ragazza di colore della quale s’innamora nonostante sia un’escort. La frequenta durante i viaggi di lavoro e decide di farle cambiare vita. Fa in modo che Grace torni a scuola e, terminati gli studi, le trova un lavoro in Italia dove diviene la sua bellissima amante, invidiata da tutti gli amici.

La moglie nuora e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

My Princess (Grace)

“Sai che Massimo ha un’amante?”

“Un’amante!? Non ci credo”

“Anch’io non lo ritenevo possibile, poi ho dovuto ricredermi. Ho informazioni di prima mano …”

“E come sarebbe?”

“Questa è la storia, come me l’hanno raccontata. È un po’ lunga, però … merita”. Massimo, come sai, è il direttore commerciale di una impresa di costruzioni che era interessata a una gara per la realizzazione di una diga in Kenya. Attraverso una conoscenza a Roma, al Ministero degli Esteri, aveva fissato un incontro a Mombasa con un personaggio che gli avrebbe potuto fornire informazioni sui documenti di gara e dare eventuali dritte. Giunto a Mombasa – la seconda città del Kenya, dove si respira il profumo intenso dell’Africa – la sera incontrò il contatto il quale, dopo avergli dato le informazioni che sperava di ricevere, gli chiese di accompagnarlo al casinò della città, noto in tutta l’Africa orientale e centrale. Lì fu presentato a una bellissima ragazza di colore, una gazzella flessuosa con due occhi magnifici e brillanti, niente po’ po’ di meno che miss Kenya! Pensa un po’! Con lei quella sera giocarono a baccarat e alla roulette, vinsero, cenarono, ma tutto finì lì, senza alcun seguito. Al momento del commiato, il contatto gli disse che, per sapere molto di più sulla gara della diga, avrebbe dovuto incontrare a Nairobi un funzionario suo conoscente.

Seguendo le indicazioni avute dal contatto, Massimo si recò a Nairobi e alloggiò all’Hotel Hilton dove sapeva sarebbe stato avvicinato da una ragazza che l’avrebbe messo in contatto col funzionario. Seduto nella hall dell’albergo, mentre stava leggendo un giornale, fu avvicinato da una ragazza di colore che si fece riconoscere come colei che avrebbe dovuto incontrare. La ragazza, molto giovane e bella, assomigliava moltissimo a miss Kenya. Colpito dalla somiglianza, le chiese se fosse parente della miss. “Siamo entrambe di etnia kikuyo e della stessa tribù ed è per questo che ci assomigliamo”. Allora Massimo, non solo per farle un complimento, disse: “Poiché non sei meno bella di miss Kenya, anche tu avresti potuto essere eletta. Perché non hai partecipato al concorso?”. La ragazza, che si chiamava Grace, rispose che non avrebbe mai vinto il beauty contest a causa di una estesa bruciatura della pelle che occupava tutta la spalla destra, causata dalla caduta di una pentola d’acqua bollente quando era piccola. Nonostante il problema della pelle martoriata, il portamento e la fierezza di Grace erano tali che Massimo pensò potesse essere una principessa della tribù e, per questo motivo, da quel giorno la chiamò my princess.

La mattina dopo Grace gli presentò il funzionario con il quale stabilì un rapporto fattivo. La ragazza gli piaceva molto ed era molto simpatica: aveva però capito che, per arrotondare il bilancio, la princess si offriva di quando in quando a personaggi selezionati. E questo lo rendeva un po’ geloso. Ciononostante, anche lui entrò nella stretta cerchia dei privilegiati e continuò a rimanervi tutte le volte che ritornò a Nairobi per seguire la presentazione e il follow up dell’offerta.

Durante il secondo viaggio accompagnò Grace in una boutique esclusiva del centro e le regalò un abito elegante, una borsa di pregio e un paio di scarpe italiane firmate. Grace fu felicissima di “vestire come una signora” e lo ringraziò affettuosamente per tutta la notte. Ogni volta che lasciava Nairobi, Massimo pensava che avrebbe lasciato la sua princess in balìa dei pescecani.

Per evitare ciò, aveva pensato a una soluzione definitiva che le avrebbe permesso di liberarsi da quella schiavitù. L’ultima volta che ritornò a Nairobi fu per l’assegnazione del contratto di costruzione della diga, andata purtroppo a favore di un gruppo tedesco. In tale occasione Massimo le propose di riprendere gli studi presso il collegio delle suore Orsoline di Nairobi fino al compimento del ventunesimo anno. Lui stesso avrebbe pagato la retta e avrebbe versato una somma per le spese personali su un libretto a suo nome. Così Grace avrebbe potuto ottenere i diplomi di interprete swahili-inglese e swahili-italiano, molto richiesti dalle aziende che lavorano con l’Africa orientale e centrale. Sarebbe stata per lei un’altra vita e, inutile dirlo, Grace accettò con grande entusiasmo. Quella volta si dimostrò ancor più riconoscente, sapendo che difficilmente avrebbe rivisto Massimo un’altra volta. Terminati gli studi, che avevano contribuito a migliorare considerevolmente la sua preparazione generale e la sua educazione, Grace informò Massimo col quale aveva mantenuto contatti via posta elettronica. Allora lui mise in opera la seconda parte del piano: le fece avere un visto di lavoro come traduttrice in un’azienda internazionale di spedizioni con sede a Brescia – la città dove viveva con la famiglia e lavorava – e le affittò un appartamentino non distante dal proprio ufficio.

All’arrivo, ricevette la princess all’aeroporto della Malpensa. Pare che qualcuno li abbia visti insieme lì, per la prima volta. Lei è di una bellezza strepitosa, uno schianto senza paragoni. E fu così che divenne la sua amante; pare che ora la spalla destra sia perfetta, dopo un riuscito intervento di chirurgia plastica.

L’agreement (Xian Li)


 

La moglie nuora e altri racconti. Copertina

Il racconto é tratto dal libro La moglie nuora e altri racconti che raccoglie sedici storie briose, più o meno brevi, e di piacevole lettura. Narra la storia di un direttore commerciale di un caseificio lombardo che si reca in Cina per sottoscrivere un agreement di cessione di know how a un gruppo alimentare. L’agente cinese gli affianca come accompagnatrice una bellezza locale con la quale ha un bel rapporto in tutti i sensi. Superati  alcuni problemi con i cinesi sottoscrive l’agreement. Si rende però conto che l’accompagnatrice, spinta dalla controparte che non vorrebbe pagare quanto concordato, cerca di carpirgli le ricette di fabbricazione dei formaggi ….

La moglie nuora e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

L’Agreement (Xian Li)

 “Rappresento un gruppo cinese, attivo nel settore alimentare, che vuole impegnarsi nella produzione di formaggi italiani, i preferiti dai cinesi. Vorrebbero un incontro in Cina, a Luoyang, per conoscervi, discutere e firmare un accordo commerciale, un agreement”.

Giacomo, quarantenne direttore commerciale di un grande caseificio lombardo, noto a livello europeo per la qualità dei prodotti, un giorno fu avvicinato da Ulrich, un distinto ingegnere svizzero, che gli comunicò di essere partner di una società di trading con base a Shanghai che agiva per conto di un grande gruppo alimentare ubicato a Luoyang, a sud-ovest di Pechino, da cui dista circa 700 km.

Verificata nei giorni seguenti l’attendibilità dell’invito, Giacomo confermò l’interesse all’incontro e concordò con Ulrich il programma del viaggio in Cina. Un mese dopo raggiunse Pechino con un assistente e scese all’Hotel Regent, cinque stelle nel centro della città. Lì incontrò Ulrich, accompagnato da Xian Li e da un’interprete cinese-italiano, tutti ospiti dello stesso hotel. Xian Li era una bellissima ragazza cinese, di età indefinita, con portamento e struttura fisica occidentale – si diceva che fosse stata un’attrice – e con un sorriso molto accattivante. Parlava un inglese un po’ stentato però si faceva intendere. Tra lei e Giacomo nacque subito grande simpatia. La sera dell’arrivo i cinque cenarono insieme al ristorante dell’hotel. Dopo cena Ulrich, l’assistente e l’interprete si eclissarono, mentre Giacomo e Xian Li si trattennero al bar bevendo un paio di whisky. Verso mezzanotte Giacomo accompagnò Xian Li alla camera, posta allo stesso piano della sua: sperava in un invito ma rimase deluso. Un bel sorriso, il bacio della buona notte e niente più.

La mattina seguente, i cinque partirono in aereo per Luoyang dove furono ricevuti e invitati a pranzo dal presidente del gruppo alimentare. Al pranzo parteciparono diciotto persone, inclusi loro cinque. Il tavolo era circolare, gigantesco, con una particolarità: l’anello esterno, dove erano stati apparecchiati i coperti, era fisso, mentre il disco centrale, dove erano state poste le pietanze, sotto l’impulso dato da una piccola spinta ruotava dolcemente come fosse una grande trottola. C’erano bevande in abbondanza: tra queste, una simile alla birra e due diverse grappe con le quali il presidente invitò gli ospiti a ripetuti brindisi. Durante il lauto pranzo i partecipanti si scambiarono convenevoli ma non parlarono di lavoro. Alla fine vi fu l’usuale scambio di regali: Giacomo aveva portato alcuni piccoli oggetti d’argento che furono molto apprezzati dai cinesi che, a loro volta, regalarono agli ospiti pergamene e tessuti con disegni molto belli. A Giacomo, il presidente omaggiò un cavallo di ceramica blu smaltata, di finissima fattura.

Tolta rapidamente dal grande tavolo ogni traccia del pranzo, iniziarono le presentazioni del gruppo alimentare cinese e del caseificio, cui seguirono le conversazioni sul tema dell’agreement per la cessione di know how. A seguito di una lunga e incomprensibile discussione tra i cinesi, venne accettata la proposta di Giacomo. Le parti convennero poi che Giacomo avrebbe preparato la bozza dell’agreement per l’incontro conclusivo del giorno dopo. La riunione si sciolse e i nostri raggiunsero l’hotel, prenotato dal gruppo cinese, di tipico stile locale, con camere molto sobrie e con pareti dipinte di colore verde pallido. Terminata la cena nel ristorante dell’hotel, forse per festeggiare l’avvenimento, Xian Li invitò Giacomo a passare da lei. Una volta impostata sul computer la bozza dell’agreement, Giacomo si recò da Xian Li ed ebbe con lei un rapporto molto affettuoso e nuovo: era infatti alla sua prima esperienza asiatica. Rientrato in camera riprese la stesura del documento che completò la mattina presto, non appena desto.

L’incontro conclusivo fu organizzato presso gli uffici del gruppo cinese in una grande sala addobbata con striscioni di benvenuto e inneggianti la cooperazione tra il caseificio e il gruppo alimentare. Il tavolo della riunione era rettangolare, lungo alcuni metri e largo circa due: da un lato – al centro sedeva Giacomo affiancato da Xian Li, Ulrich, l’assistente e l’interprete. Il presidente del gruppo, a sua volta affiancato da diversi funzionari, sedeva di fronte a Giacomo del quale studiava attentamente le reazioni, pur non conoscendo una parola di italiano e di inglese. Non appena iniziata la riunione, mentre una solerte segretaria provvedeva a stampare la bozza dell’agreement in inglese inviatole per posta elettronica da Giacomo, ci fu una sorpresa. I cinesi avevano prodotto – nonostante quanto concordato – una bozza di agreement alternativa che fu distribuita su carta velina verde. Giacomo esaminò rapidamente la bozza e si rese conto che erano state stravolte alcune decisioni prese durante la riunione del giorno prima. Queste riguardavano il maggior numero degli addetti che si sarebbero dovuti trasferire a Luoyang per la cessione del know how, l’allungamento della durata  del  training e la riduzione delle tariffe giornaliere del personale espatriato. Giacomo si mostrò decisamente contrariato e disse che non avrebbe mai firmato l’agreement così come redatto dalla controparte. Ulrich e Xian Li cercarono di convincerlo ad accettare la bozza ma Giacomo fu irremovibile. La riunione fu sospesa. Xian Li allora parlò con la controparte e, dopo un paio d’ore, il presidente riaprì la riunione per accettare -dopo avere letto ad alta voce la traduzione cinese – il testo inglese redatto da Giacomo, affermando che in sostanza coincideva con la loro stesura. “Mah!”, pensò Giacomo, “come sono complicati questi cinesi!”.

Si passò quindi alla firma dell’agreement cui seguì un rinfresco in grande stile con i soliti brindisi a base di grappa. Per finire, in onore degli ospiti, i cinesi organizzarono una visita alle famose grotte di Longmen, a circa mezz’ora d’auto da Luoyang, dove i nostri poterono ammirare santuari rupestri con i Buddha scavati nella roccia delle colline circostanti. Rientrati a Luoyang, i cinque raggiunsero Pechino, in serata, con un treno ad alta velocità. All’arrivo si decise di lasciare serata libera a tutti

Xian Li bussò alla porta della camera mentre Giacomo, al computer, stava preparando il rapporto sull’esito della visita. Al primo momento pensò che Xian Li volesse scusarsi per avere cercato di convincerlo, in mattinata, ad accettare la bozza di agreement proposta dai cinesi. Non era solo per questo, perché Xian Li, una volta entrata in camera, gli si avvicinò, lo baciò teneramente, sussurrandogli che voleva fare l’amore con lui. Giacomo sospese la redazione del rapporto, la prese in braccio e l’adagiò delicatamente sul letto. Seguì uno scambio  di amorose  tenerezze dopo  di che  decisero di scendere al ristorante. Xian Li disse che avrebbe fatto la doccia per prima. Entrò nel box, si lavò rapidamente e lasciò subito il posto a Giacomo che, mentre si trovava sotto la doccia, vide Xian Li, riflessa nel grande specchio del bagno, intenta a maneggiare il computer. Per non destare la sua attenzione lasciò la doccia senza interrompere il flusso dell’acqua e, così come si trovava, irruppe nella camera chiedendole perentoriamente: “Cosa stai facendo?”

“Sto navigando nel sito del caseificio, per conoscervi meglio”

“Ma … sei nell’area riservata del sito. Come hai fatto ad entrare? Chi ti ha dato la password? Cosa stai cercando?”

“Ho captato la password durante la riunione di questa mattina mentre cercavi un’informazione. Volevo accedere alla documentazione tecnica riservata ma ho capito che è necessaria un’altra password, che non conosco”

“Cosa speravi di trovare? Le ricette per la preparazione dei formaggi?”

“Mi hanno obbligato a cercarle. Il gruppo alimentare con il quale hai sottoscritto l’agreement vorrebbe averle per evitare di pagare quanto avete convenuto. Mi sono dovuta prestare a questa ignobile azione perché altrimenti mi avrebbero licenziata”.

“Chi può pensare che nel sito del caseificio si possano trovare i segreti del know how?”, disse Giacomo, “I veri segreti sono riposti nei nostri mastri casari, mentre le ricette presenti sul sito sono artatamente incomplete. Quindi è fatica sprecata cercare quelle giuste. Potrei farti avere le stesse informazioni che si trovano sul sito, senza alcun problema per il caseificio”

“Vieni amore mio. Non perdiamo tempo. Domani partirai e non so se ci rivedremo ancora”, lo pregò Xian Li.

Le monache di San Eulalio


 

Racconto inedito che sarà pubblicato nel libro intitolato Storie brevi. Trae spunto dalla lettura di atti di visite pastorali condotte alla fine del ‘500 alle diocesi a seguito delle disposizioni dettate dal Concilio di Trento. Durante una visita apostolica a un monastero di clausura di montagna, una badessa fa il possibile per tenere nascosto al vescovo visitatore l’esistenza di due monache gravide, temendo conseguenze per il monastero e per lei stessa. Una monaca è però costretta ad ammettere d’esserne a conoscenza. Il visitatore decreta la soppressione del monastero a causa della sua vulnerabilità e fatiscenza e raccomanda il trasferimento delle monache ad altro monastero di città.

Le monache di San Eulalio

Nell’anno 1574 erano trascorsi dieci anni dalla conclusione del Concilio di Trento. Nel 1517 Martin Lutero aveva affisso le 95 tesi riformatrici al portone della chiesa di Wittenberg. La Chiesa reagì, non immediatamente, contrastando Lutero, poi scomunicandolo, ma alla fine si rese necessario un Concilio per definire la riforma della Chiesa, detta poi Controriforma, e la reazione alle dottrine protestanti. Con il Concilio tridentino fu dato grande impulso alle diocesi imponendo ai vescovi la presenza nelle loro sedi e l’effettuazione di visite pastorali. Per testimoniare quanto avvenuto nelle visite venne richiesta la redazione di relazioni o atti. Dalla lettura di alcuni di questi è stato tratto lo spunto per questo racconto.

Le disposizioni del Concilio erano valide anche per il monastero agostiniano di San Eulalio, di clausura, ubicato sull’Appennino e appartenente alla diocesi di Modena. Al monastero era annessa una chiesa che serviva anche la popolazione del piccolo paese ai margini del quale si trovava il monastero. La chiesa era stata costruita a metà del ‘200 da due monaci benedettini che vi officiavano i riti religiosi per il paese. Nel 1330 i benedettini cedettero la chiesa a due monache francescane. Altre consorelle si affiancarono a queste e insieme diedero vita al monastero aggiungendo nuove costruzioni in relazione all’aggregazione delle converse. Le monache abbracciarono la regola di sant’Agostino e divennero agostiniane di clausura.

Grande agitazione regnava nel monastero di San Eulalio per l’annunciato arrivo del visitatore apostolico, vescovo di Chieti, inviato da papa Gregorio XIII per verificare la corretta applicazione delle disposizioni del Concilio e degli ordini lasciati nel 1571 dal vescovo di Modena durante la precedente visita pastorale. La badessa era molto preoccupata perché, inspiegabilmente, due monache erano rimaste incinte e la notizia era circolata nel monastero. Inspiegabilmente, perché era convinta che la clausura fosse ben protetta dalle tentazioni provenienti dall’esterno. Per evitare lo scandalo e l’irrogazione di provvedimenti disciplinari anche nei suoi confronti, la badessa aveva raccomandato a tutte le monache la massima riservatezza. Non avrebbero dovuto parlare delle gravidanze con il visitatore apostolico e i suoi accompagnatori. Sempre che non fosse stata loro diretta un’esplicita domanda.

Il visitatore apostolico fu ricevuto con tutti gli onori dalla badessa e dalle monache anziane. Per propiziare il felice esito della visita fu celebrata una messa accompagnata dal canto sublime delle monache. Subito dopo, il vescovo prese visione delle condizioni del monastero che, per le aggregazioni successive, era più somigliante a un caseggiato. Osservò che la manutenzione era scadente; la motivazione data fu che lo era per i limitati mezzi a disposizione. Per la prima volta il visitatore apostolico avrebbe utilizzato un questionario per porre interrogationes alla badessa e ad alcune monache scelte a caso tra le trentadue presenti nel monastero, con il fine di avere una visione complessiva e, indirettamente, conferma delle risposte della badessa. Questa fu chiamata a dare conto dei temi inerenti alla vita religiosa della comunità monastica quali: consistenza, possesso, lettura e osservanza della regola, regolare recita dell’ufficio, disponibilità di un confessore, frequenza della comunione e della confessione, proprietà comune. La badessa rispose senza esitazioni a tutte le domande del vescovo evitando di sfiorare il noto argomento. Il vescovo passò poi a interrogare le monache scelte a caso con domande riguardanti: obbedienza alla badessa, onestà, continenza rispetto alla clausura, contatti con il mondo esterno, vita comunitaria. Il questionario per le monache non prevedeva domande esplicite sul tema delle gravidanze bensì un quesito di questo tenore. “Non ha mai avuto notizia di gravidanze all’interno del monastero?” A questa domanda le prime due monache intervistate avevano risposto negando. La prima perché non ne era a conoscenza, la seconda mentendo per seguire le indicazioni della badessa. La terza intervistata non riuscì a mentire, cercò di sviare il discorso rispondendo che non era a conoscenza di che cosa fosse una gravidanza perché la sua condizione non glielo consentiva. Allora il vescovo, da buon padre, le disse: “Sorella, le avevo fatto tutt’altra domanda. Le avevo chiesto se avesse avuto sentore di gravidanze di monache all’interno del monastero”. A questo punto dovette per forza rispondere che era a conoscenza di una gravidanza in corso.

Allora il vescovo chiese alla badessa di intervistare tutte le monache, direttamente o tramite il vicario generale che l’accompagnava. Alla fine, risultò che due monache erano incinte. Allora il visitatore volle che fosse eseguito un’ispezione approfondita sulle possibilità di accesso al monastero, cosa che fu immediatamente eseguita da due zelanti accompagnatori. Fu trovato che alcuni rami di un albero sito nell’orto sporgevano oltre il muro di cinta del monastero in modo tale che un malintenzionato avrebbe potuto entrare da lì. Una volta entrato nell’orto avrebbe potuto attraversare il prato e raggiungere il grande pollaio all’interno del quale una porticina, chiusa dall’interno, comunicava direttamente con la cucina del monastero. Diede ordine di tagliare l’albero e, per sicurezza, tutti gli alberi vicini al muro di cinta. Inoltre, chiese di murare la porticina che dalla cucina conduceva al pollaio. Le cuciniere vi sarebbero entrate dall’esterno. Le due monache incinte furono interrogate dal vicario generale in presenza della badessa. Negarono entrambe di conoscere il malintenzionato che le aveva ingravidate e, tantomeno, di poterlo riconoscere perché i malfatti erano stati commessi di notte nell’oscurità della cucina. Dal canto suo la badessa dichiarò di non essere stata messa a conoscenza delle gravidanze. Il visitatore le lasciò il compito di dare una punizione esemplare alle due monache con la sola disposizione che, una volta partorito, fossero trasferite lontano, al monastero agostiniano di San Candido nella diocesi di Chieti. Lui stesso avrebbe dato direttive in tal senso.

La badessa comminò alle due monache uguale punizione. Fino a che non avessero partorito, da brave cuciniere che erano, furono destinate esclusivamente alla pulizia del monastero, ad attingere l’acqua dal pozzo per i fabbisogni della comunità e alla raccolta dell’immondizia e degli escrementi delle monache. Infine il vescovo, resosi conto della situazione generale del monastero in luogo isolato e poco sicuro, con una chiesa non bene suddivisa tra interna (monache) e esterna (popolo), come espressamente disposto dal Concilio per le chiese dei monasteri di clausura, decise di raccomandarne la chiusura e chiedere al vescovo di Modena, superiore diretto della badessa, il trasferimento delle monache a un monastero della città. Lasciò i seguenti ordini: Essendo questo monastero non solo in luogo si può dire solitario ma secolare forma di clausura, oltre che nella chiesa si esercita la cura delle anime, Ill.mo Rev. Vescovo faccia in modo che si trasferisca alla Città e si uniscano le monache ad altri monasteri dello stesso Ordine, il che quando così al presente per qualche legitimo impedimento non si possa fare, non si manchi in questo modo di procedere alla risoluzione delle cose che ci sono parse degne di presentare rimedio.

Fu così che nel 1580, esattamente dopo 250 anni, le monache di San Eulalio dovettero abbandonare il loro monastero.