La moglie nuora (Daniela)


La moglie nuora e altri racconti. Copertina

A grande richiesta, di seguito troverete La moglie Nuora, il racconto che ha dato il titolo al libro La moglie nuora e altri racconti che raccoglie sedici storie briose, più o meno brevi e di piacevole lettura. Narra la storia di Luca, un imprenditore di una certa età, vedovo, attivo e sportivo, che si innamora di Daniela, la giovane moglie di uno dei figli. Con il sovoir-faire dei grandi corteggiatori, poco a poco la irretisce fino a farla cedere. L’ars amatoria e le disponibilità economiche di Luca convincono Daniela a chiedere il divorzio al figlio che accetta in cambio del controllo azionario dell’azienda del padre. Trascorso un anno, Luca sposa la ex nuora e passa con lei tempi felici fintanto che un giorno si rende conto che Daniela lo tradisce con un un giovane di bell’aspetto.

La moglie nuora e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

La moglie nuora (Daniela)

Luca, bell’uomo sui sessant’anni, ancora molto attivo e sportivo, era proprietario di una rinomata fabbrica di viti e bulloni cui dedicava ormai solo metà del suo tempo, destinando l’altra metà ad attività sportive: golf, nuoto, sci e, d’estate, barca a vela. Vedovo, viveva da solo nella bella villa di famiglia. Coltivava un fisico di tutto rispetto, asciutto e aggraziato, a differenza di quello di Giovanni, il figlio trentaduenne, sposato da due anni con Daniela, che lavorava senza grande convinzione nella bulloneria. Giovanni non praticava sport se non qualche rara partita di calcetto con gli amici coi quali aveva passato la giovinezza prima di conoscere la moglie. Non avere ancora avuto figli era un cruccio per Daniela, ma non per Giovanni che si diceva desideroso di godere della libertà, ancora per qualche tempo.

Daniela era un’attraente ragazza ventiseienne, un fiore nel vero senso della parola. Non aveva bisogno di truccarsi tanto il viso era stupendo né portare il reggiseno tanto i seni erano perfetti. Aveva gambe lunghe e affusolate e il lato “b” alto e modellato come quello di molte ragazze africane. Luca si rese conto direttamente di tanta grazia il giorno in cui entrò senza bussare nello spogliatoio della piscina della villa mentre la nuora stava indossando un costume da bagno. Daniela non si era preoccupata – dopotutto era suo suocero – e, senza fretta, aveva terminato di indossarlo in sua presenza. Luca fu colpito dalla visione di Daniela e ne ebbe un grande turbamento: aveva fantasticato sul fisico della nuora ma non aveva mai avuto l’occasione di vedere tutto quel ben di Dio. Fu un colpo di fulmine. Si innamorò di Daniela e da quel momento desiderò fare l’amore con lei. E Giovanni? Non aveva un grande concetto del figlio. A differenza degli altri due, Marco e Gabriella, che lavoravano e vivevano da tempo in altre città – Marco nella finanza, a Londra, e Gabriella col marito e il figlio ad Ancona, nel settore oceanografico – Giovanni non si era mai dato molto da fare. Il colpo della vita era stato avere sposato Daniela. Nel lavoro non si era ancora distinto nonostante fosse il figlio del proprietario.

Pertanto Luca non si sentì tanto in colpa nel desiderare la nuora anche se ogni tanto gli rigirava nel cervello il comandamento “Non desiderare la donna d’altri” e ciò, essendo religioso, gli dava qualche remora. Si mise così a fare, se si può dire, una corte discreta a Daniela, senza forzare, in modo che lei sapesse e gli altri, figli, amici e servitù non capissero. Piccoli regali, complimenti gentili su quanto da lei indossato o fatto, l’offrirsi d’accompagnarla in centro con l’auto per fare acquisti – Giovanni e Daniela abitavano in campagna, appena fuori città -. Fu proprio durante una di queste scorte che, arrivati in centro, Luca chiese alla nuora di accompagnarlo a una gioielleria di fiducia per acquistarle il regalo del compleanno, che sarebbe caduto dopo due settimane. Daniela fu colpita dall’invito – il primo da quando aveva conosciuto Giovanni – e lo seguì nella gioielleria dove Luca le regalò una lunga collana di perle naturali e oro. Un oggetto di grande valore che una persona non molto competente avrebbe potuto scambiare per una bigiotteria, nonostante costasse diverse migliaia di euro. Così, quando Giovanni notò il nuovo gioiello, Daniela poté rispondere che si trattava di una bigiotteria ben riuscita che aveva acquistato di saldo. E tutto finì lì.

Suocero e nuora continuarono a frequentarsi sempre più, senza che nessun altro si insospettisse. Alcuni pensarono che Luca avesse più tempo a disposizione perché Giovanni aveva aumentato notevolmente il suo impegno in fabbrica: rientrava a casa alle nove di sera, lavorava di sabato e talvolta di domenica. Diceva che i clienti non dovevano attendere. Rimanendo Daniela sempre più sola, Luca propose a Giovanni e a lei di lasciare la casa in campagna per trasferitisi nella villa di famiglia dove Daniela avrebbe potuto avere più compagnia. Giovanni accettò con slancio, anche perché la villa si trovava a poco più di un chilometro dalla fabbrica e ciò gli avrebbe permesso di andare e tornare dal lavoro camminando e in poco tempo. Daniela non fece alcuna obiezione.

Luca stava imbastendo la ragnatela: aveva tirato i fili di sostegno che convergono al centro e ora era pronto a tessere la trama a spirale, per catturare chi sapeva. Una volta trasferiti gli sposi nella villa, Daniela e Luca ebbero più occasioni di stare insieme. Con la bella stagione si moltiplicarono le possibilità di frequentazione con l’uso della piscina, i bagni e lo spogliatoio. Daniela si sentiva lusingata dalle attenzioni e dai regali di Luca e, a dimostrazione dell’apprezzamento delle sue gentilezze, in qualche occasione lasciò che la scorgesse, di sfuggita, senza veli, nello splendore dei suoi anni e, in altre, la abbracciasse. Un giorno, dopo il bagno, al bordo della piscina, Luca spiegò a Daniela il suo stato d’animo:  “Sono passati dieci anni dalla scomparsa di mia moglie e in tutto questo periodo non ho toccato donna. Sono ancora in gamba, nonostante l’età, e tu hai risvegliato in me un desiderio assopito da tempo. Potresti essermi di grande aiuto: toccherei il cielo con un dito se, anche per una sola volta, potessi fare l’amore con una ragazza magnifica come te, per la quale provo un forte desiderio e che sogno ogni notte!”.

Daniela, in segreto compiaciuta dalle parole di Luca e dalla rappresentazione della sua situazione, rispose ringraziando per i complimenti ma di non potere accogliere l’invito che andava al di là della relazione poco più che platonica che li legava da qualche tempo. Era la moglie di Giovanni, suo figlio, che non meritava un simile trattamento. Luca insistette molto garbatamente: “La richiesta non sottintende una relazione durevole. Come detto, si tratterebbe di una volta sola, un episodio che sarebbe noto solo a noi due e di cui nessuno verrebbe a sapere. Sarei l’uomo più felice del mondo”.

Dietro la garbata insistenza di Luca, Daniela non sapeva più come comportarsi. Sicuramente la cosa non sarebbe trapelata perché entrambi non ne avevano alcun interesse. Inoltre, non sarebbe stato un grave peccato perché non si sarebbe trattato di fare l’amore con un estraneo ma con Luca, che era pur sempre della famiglia. Il giorno dopo Daniela confermò a Luca la disponibilità: “E sia, però, per una volta sola, poi … amici come prima”. Luca fu felicissimo della risposta e le propose il successivo mercoledì pomeriggio, quando la servitù sarebbe stata di riposo settimanale.

E così fu. Il giorno stabilito si incontrarono nella camera matrimoniale principale della villa e passarono un pomeriggio bellissimo. Essendo l’accordo valido per una volta sola, quel pomeriggio Luca non perse un solo colpo e di colpi ne portò a segno almeno tre. Daniela, che aveva conosciuto solo Giovanni, rimase impressionata da tanta potenza e, rapita dall’ars amatoria di Luca, espresse nel modo più affettuoso il riconoscimento per tale superba attuazione. A sua volta, a dimostrazione del suo apprezzamento, Luca le regalò una Smart che da tempo Daniela aveva desiderato per muoversi autonomamente. Luca spiegò a Giovanni di avere pensato di venire incontro direttamente al desiderio di Daniela, in modo che l’acquisto non pesasse sul loro bilancio famigliare.

Qualora pensaste che la faccenda sia terminata così, sbagliereste, come si dice …. di grosso. La sempre garbata ma decisa insistenza di Luca e, soprattutto, il ricordo, da parte di Daniela, di un lungo e duraturo godimento – mai riscontrato prima -, li portarono a incontrarsi spesso, quasi sempre nel pomeriggio di mercoledì, libero dalla servitù. In più, di quando in quando, in altro giorno della settimana, si recavano a pranzo in un paesino fuori città, lontano da occhi indiscreti, presso una locanda con alloggio, dove si riposavano qualche ora dopo il pranzo.

Giovanni, preso come non mai dalla frenesia del lavoro, trascurava sempre più la moglie, felice che avesse acquisito più confidenza con il padre e non sospettando nulla di quanto stava accadendo. Trascorsi alcuni mesi di ménage à trois, Luca decise di chiedere a Daniela di diventare la sua donna. Come fare per convincerla? A seguito di delicate indagini, concluse che Daniela avrebbe acconsentito solamente se l’avesse sposata. E come? Escluse innominabili alternative, l’unica possibilità sarebbe stata il divorzio. E nessuno avrebbe dovuto pensare che causa del divorzio fosse la loro relazione. Quindi il divorzio doveva essere concesso per colpa di Giovanni. Ma per quale colpa? Lavorare troppo o non essere troppo affettuoso con la moglie difficilmente sarebbero stati considerati elementi sufficienti per ottenere il divorzio.

A questo punto Luca decise di assegnare a un’agenzia investigativa l’incarico di acquisire informazioni sull’attività del figlio. Dopo circa un mese, il responsabile dell’agenzia presentò a Luca un rapporto completo da cui emerse che le partite di calcetto erano uno dei pretesti per incontrare Lorenzo, l’amico con il quale Giovanni intratteneva da anni una relazione! Sebbene la notizia del figlio gay non fosse stata assolutamente gradita da Luca, fu comunque una mannaper i due amanti perché avrebbe consentito a Daniela di motivare la richiesta di divorzio. Avrebbe lasciato Giovanni senza alcun rimpianto, con gratitudine nei confronti di Luca per averla salvata da un futuro infelice.

Daniela richiese a Giovanni un incontro in presenza di Luca. Esordì dicendo: “Ho saputo che intrattieni con Lorenzo una relazione che risale ai tempi del liceo, tresca che mi hai sempre nascosto. Questa tendenza spiega perché in due anni di matrimonio abbiamo avuto rapporti poco frequenti e non sono rimasta incinta. Non ho alcuna intenzione di continuare con un marito che si divide tra me e l’amico e per questo chiederò il divorzio al più presto. Sono certa che me lo concederai, senza problemi, per fare chiarezza nei nostri rapporti, una volta per tutte”.

Luca, presente per volere di Daniela, a supporto disse solo poche parole: “Se questa è la situazione, peraltro a me non nota, non vedo altra alternativa al divorzio. Giovanni non puoi tenere il piede in due scarpe! Lascia libera Daniela!”.

Giovanni, sorpreso dell’atteggiamento di entrambi, rispose che ci avrebbe pensato e dato una risposta nel giro di un paio di giorni. Il giorno seguente Luca lo incontrò: gli promise che, qualora avesse accettato di concedere il divorzio, l’avrebbe nominato amministratore delegato della società. In più, essendo giunto il tempo di ritirarsi dall’attività, pur mantenendo simbolicamente la carica di Presidente, gli avrebbe ceduto gratuitamente il 60% delle azioni della società – che possedeva integralmente – lasciando il 20% a ciascuno dei fratelli. Giovanni, dopo avere consultato Lorenzo, accettò di concedere il divorzio.

Era tale l’amore per Daniela che, per averla tutta per sé, Luca aveva ceduto l’azienda creata e sviluppata in quarant’anni di lavoro. Unico grande beneficio immediato, derivante dalle concessioni fatte a Giovanni, fu il privilegio di passare ancora più tempo con lei. Daniela continuò a vivere nella villa mentre Giovanni si trasferì con Lorenzo nella casa fuori città dove aveva vissuto con Daniela. Ottenuto il divorzio, dopo un anno di rapporti discreti, più che altro per salvare la reputazione della famiglia, il padre sposò l’ex nuora. Per acconsentire al matrimonio, Daniela chiese e ottenne che le fosse intestata la proprietà della villa e assegnata una rendita mensile di diverse migliaia di euro, sotto forma di vitalizio.

Nove mesi dopo il matrimonio nacque Gianluca: il bambino era figlio di Luca, di cui avrebbe potuto essere nipote e fratellastro di Giovanni, di cui avrebbe potuto essere figlio. Luca era rinato a nuova giovinezza, fiero di essere ancora padre, nonostante l’età, e di avere per moglie una donna affascinante che tutti gli amici gli invidiavano. Uno di questi un giorno gli fece uno strano discorso a proposito delle signore che vanno a fare acquisti e che talvolta si fanno suggerire cosa comperare da un amico. “Vuoi dire amica, immagino”. “No, no, amico”.

Insospettito dal discorso, il giorno seguente Luca seguì Daniela al centro della città dove si era recata, come altre volte, a fare acquisti, dopo avere lasciato Gianluca alla tata. Aveva detto a Luca che non sarebbe tornata per pranzo perché aveva un impegno con un’amica. Luca parcheggiò l’auto e seguì Daniela che, lasciata la Smart, raggiunse i portici della piazza, entrò nella gioielleria dove tempo addietro le aveva acquistato la collana di perle e, dopo qualche minuto, uscì dal negozio con Roberto, il figlio del gioielliere. Luca pedinò la coppia fino al garage dove Roberto aveva parcheggiato l’auto e li vide andarsene. Non fece in tempo a seguirli perché aveva parcheggiato l’auto a un centinaio di metri di distanza dal garage.

La settimana seguente Luca pedinò di nuovo Daniela che gli aveva detto che sarebbe andata a fare acquisti e poi a pranzo con un’amica. Questa volta lasciò l’auto in prossimità del garage usato dal figlio del gioielliere e quando i due, lasciata la gioielleria, salirono sull’auto, li seguì con la sua, mantenendosi a rispettosa distanza. Uscirono dalla città in direzione a lui nota, per giungere, poco tempo dopo, alla locanda dove aveva passato bellissimi pomeriggi con Daniela, prima del loro matrimonio!

Vecchi tempi


Alcune rimembranze degli anni ‘50 per coloro che non hanno vissuto quei tempi affinché abbiano un’idea di come si viveva allora e possano valutare il differenziale con i tempi attuali.

Vecchi tempi

Quando alle elementari chi poteva portava in cartella un pezzo di legno per alimentare la stufa di terracotta che riscaldava l’aula.

Quando alle elementari si raccoglievano pacchi di indumenti per gli alluvionati del Polesine.

Quando d’estate c’erano le ghiacciaie con grossi pezzi di ghiaccio venduti ogni giorno per strada da un addetto che segnalava il passaggio con il suono di una trombetta.

Quando le case erano riscaldate da stufe e si andava a letto con il pigiama di lana e, se faceva più freddo, con la bottiglia di ottone piena di acqua calda.

Quando dopo cena la famiglia riunita ascoltava la radio e l’immaginazione dei ragazzi correva aiutata dalla fantasia.

Quando un vecchietto entrava nel cortile di casa suonando il mandolino per raccogliere monete di poche lire che gli venivano buttate dalle finestre.

Quando l’arrotino passava per le strade con la bicicletta che funzionava anche come molatrice e la gente accorreva con coltelli e forbici da affilare.

Quando lo stagnino si accampava in uno spiazzo con gli attrezzi per riparare le pentole.

Quando all’oratorio con la mancia settimanale di 50 lire era possibile mangiare una granita, vedere un film e comperare dieci Golia!

Quando si giocava al pallone in cortile.

Quando le partite di calcio si ascoltavano alla radio commentate da maestri della comunicazione che facevano vivere ogni attimo del gioco.

Quando i gelati si vendevano per la strada sui carrettini.

Quando si facevano gli esami alla fine della seconda e della quinta elementare e per essere ammessi alle medie.

Quando alle medie si studiava il latino.

Quando alle medie, all’intervallo, un bidello vendeva meline caramellate infilate su bastoncini di legno.

Quando per un ragazzo la bicicletta rappresentava il premio di un risultato importante.

Quando Coppi e Bartali si sfidavano sulle montagne del Giro d’Italia

Quando per simulare il rumore di un motorino mosquito una cartolina veniva infilata nei raggi della bicicletta e fissata alla forcella con una molletta dei panni.

Quando i tabaccai vendevano le sigarette a numero in bustine di carta velina.

Quando andare in vacanza al mare era un lusso che non tutte le famiglie potevano permettersi.

Quando si andava in vacanza in campagna tutta l’estate nella casa dei nonni.

Quando in campagna si attaccava il rotolo di carta moschicida al lampadario della cucina.

Quando in campagna ci si lavava in camera con una brocca d’acqua e un catino.

Quando in campagna i wc erano ancora alla turca.

Quando durante le vacanze nelle giornate di pioggia si facevano partite interminabili di Monopoli con gli amici.

Quando a Pasqua si mangiava il prosciutto crudo con l’insalata russa in cestini coperti di gelatina.

Quando a Natale con il panettone si mangiavano i fichi ripieni di mandorle spediti dalla Sicilia da qualche conoscente.

Quando al liceo si facevano chilometri a piedi per andare a scuola e per passeggiare in “vasca” con gli amici e le amiche.

Quando al liceo i bidelli vendevano all’intervallo rosette imbottite di salame o di prosciutto cotto.

Quando al liceo si andava in gita scolastica per qualche giorno e come bagaglio si portava una borsa.

Quando lo scooter era il sogno di ogni liceale.

Quando imperversava il Rock and Roll.

Quando gli italiani erano innamorati di Brigitte Bardot.

Quando la Fiat 500 era l’auto per tutti.

Quando la prima Fiat 1100 costava 1.000 lire al chilo (oggi una berlina equivalente costa quasi 20 € al chilo).

Quando la gente andava dal vicino per seguire alla televisione “Lascia o raddoppia”.

Quando al cinema la proiezione del film iniziava alla fine di “Lascia o raddoppia”.

Quando tutti impazzivano per i Beatles.

Quando le canzoni di Frank Sinatra andavano per la maggiore.

Quando fu eletto papa Giovanni XXIII, il papa buono.

My Princess (Grace)


La moglie nuora e altri racconti. Copertina

Il racconto é tratto dal libro La moglie nuora e altri racconti che raccoglie sedici storie briose, più o meno brevi, e di piacevole lettura. Narra la storia di un direttore commerciale di una società di costruzioni che a Nairobi, Kenya, conosce Grace, una bellissima ragazza di colore della quale s’innamora nonostante sia un’escort. La frequenta durante i viaggi di lavoro e decide di farle cambiare vita. Fa in modo che Grace torni a scuola e, terminati gli studi, le trova un lavoro in Italia dove diviene la sua bellissima amante, invidiata da tutti gli amici.

La moglie nuora e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

My Princess (Grace)

“Sai che Massimo ha un’amante?”

“Un’amante!? Non ci credo”

“Anch’io non lo ritenevo possibile, poi ho dovuto ricredermi. Ho informazioni di prima mano …”

“E come sarebbe?”

“Questa è la storia, come me l’hanno raccontata. È un po’ lunga, però … merita”. Massimo, come sai, è il direttore commerciale di una impresa di costruzioni che era interessata a una gara per la realizzazione di una diga in Kenya. Attraverso una conoscenza a Roma, al Ministero degli Esteri, aveva fissato un incontro a Mombasa con un personaggio che gli avrebbe potuto fornire informazioni sui documenti di gara e dare eventuali dritte. Giunto a Mombasa – la seconda città del Kenya, dove si respira il profumo intenso dell’Africa – la sera incontrò il contatto il quale, dopo avergli dato le informazioni che sperava di ricevere, gli chiese di accompagnarlo al casinò della città, noto in tutta l’Africa orientale e centrale. Lì fu presentato a una bellissima ragazza di colore, una gazzella flessuosa con due occhi magnifici e brillanti, niente po’ po’ di meno che miss Kenya! Pensa un po’! Con lei quella sera giocarono a baccarat e alla roulette, vinsero, cenarono, ma tutto finì lì, senza alcun seguito. Al momento del commiato, il contatto gli disse che, per sapere molto di più sulla gara della diga, avrebbe dovuto incontrare a Nairobi un funzionario suo conoscente.

Seguendo le indicazioni avute dal contatto, Massimo si recò a Nairobi e alloggiò all’Hotel Hilton dove sapeva sarebbe stato avvicinato da una ragazza che l’avrebbe messo in contatto col funzionario. Seduto nella hall dell’albergo, mentre stava leggendo un giornale, fu avvicinato da una ragazza di colore che si fece riconoscere come colei che avrebbe dovuto incontrare. La ragazza, molto giovane e bella, assomigliava moltissimo a miss Kenya. Colpito dalla somiglianza, le chiese se fosse parente della miss. “Siamo entrambe di etnia kikuyo e della stessa tribù ed è per questo che ci assomigliamo”. Allora Massimo, non solo per farle un complimento, disse: “Poiché non sei meno bella di miss Kenya, anche tu avresti potuto essere eletta. Perché non hai partecipato al concorso?”. La ragazza, che si chiamava Grace, rispose che non avrebbe mai vinto il beauty contest a causa di una estesa bruciatura della pelle che occupava tutta la spalla destra, causata dalla caduta di una pentola d’acqua bollente quando era piccola. Nonostante il problema della pelle martoriata, il portamento e la fierezza di Grace erano tali che Massimo pensò potesse essere una principessa della tribù e, per questo motivo, da quel giorno la chiamò my princess.

La mattina dopo Grace gli presentò il funzionario con il quale stabilì un rapporto fattivo. La ragazza gli piaceva molto ed era molto simpatica: aveva però capito che, per arrotondare il bilancio, la princess si offriva di quando in quando a personaggi selezionati. E questo lo rendeva un po’ geloso. Ciononostante, anche lui entrò nella stretta cerchia dei privilegiati e continuò a rimanervi tutte le volte che ritornò a Nairobi per seguire la presentazione e il follow up dell’offerta.

Durante il secondo viaggio accompagnò Grace in una boutique esclusiva del centro e le regalò un abito elegante, una borsa di pregio e un paio di scarpe italiane firmate. Grace fu felicissima di “vestire come una signora” e lo ringraziò affettuosamente per tutta la notte. Ogni volta che lasciava Nairobi, Massimo pensava che avrebbe lasciato la sua princess in balìa dei pescecani.

Per evitare ciò, aveva pensato a una soluzione definitiva che le avrebbe permesso di liberarsi da quella schiavitù. L’ultima volta che ritornò a Nairobi fu per l’assegnazione del contratto di costruzione della diga, andata purtroppo a favore di un gruppo tedesco. In tale occasione Massimo le propose di riprendere gli studi presso il collegio delle suore Orsoline di Nairobi fino al compimento del ventunesimo anno. Lui stesso avrebbe pagato la retta e avrebbe versato una somma per le spese personali su un libretto a suo nome. Così Grace avrebbe potuto ottenere i diplomi di interprete swahili-inglese e swahili-italiano, molto richiesti dalle aziende che lavorano con l’Africa orientale e centrale. Sarebbe stata per lei un’altra vita e, inutile dirlo, Grace accettò con grande entusiasmo. Quella volta si dimostrò ancor più riconoscente, sapendo che difficilmente avrebbe rivisto Massimo un’altra volta. Terminati gli studi, che avevano contribuito a migliorare considerevolmente la sua preparazione generale e la sua educazione, Grace informò Massimo col quale aveva mantenuto contatti via posta elettronica. Allora lui mise in opera la seconda parte del piano: le fece avere un visto di lavoro come traduttrice in un’azienda internazionale di spedizioni con sede a Brescia – la città dove viveva con la famiglia e lavorava – e le affittò un appartamentino non distante dal proprio ufficio.

All’arrivo, ricevette la princess all’aeroporto della Malpensa. Pare che qualcuno li abbia visti insieme lì, per la prima volta. Lei è di una bellezza strepitosa, uno schianto senza paragoni. E fu così che divenne la sua amante; pare che ora la spalla destra sia perfetta, dopo un riuscito intervento di chirurgia plastica.

L’agreement (Xian Li)


 

La moglie nuora e altri racconti. Copertina

Il racconto é tratto dal libro La moglie nuora e altri racconti che raccoglie sedici storie briose, più o meno brevi, e di piacevole lettura. Narra la storia di un direttore commerciale di un caseificio lombardo che si reca in Cina per sottoscrivere un agreement di cessione di know how a un gruppo alimentare. L’agente cinese gli affianca come accompagnatrice una bellezza locale con la quale ha un bel rapporto in tutti i sensi. Superati  alcuni problemi con i cinesi sottoscrive l’agreement. Si rende però conto che l’accompagnatrice, spinta dalla controparte che non vorrebbe pagare quanto concordato, cerca di carpirgli le ricette di fabbricazione dei formaggi ….

La moglie nuora e altri racconti è stato pubblicato ed è disponibile presso Youcanprint. Inoltre si può trovare presso Amazon e le librerie online e fisiche di Mondadori, Hoepli, Feltrinelli, ibs.it. L’editing del racconto è differente da quello del libro a causa dei diversi programmi di scrittura.

L’Agreement (Xian Li)

 “Rappresento un gruppo cinese, attivo nel settore alimentare, che vuole impegnarsi nella produzione di formaggi italiani, i preferiti dai cinesi. Vorrebbero un incontro in Cina, a Luoyang, per conoscervi, discutere e firmare un accordo commerciale, un agreement”.

Giacomo, quarantenne direttore commerciale di un grande caseificio lombardo, noto a livello europeo per la qualità dei prodotti, un giorno fu avvicinato da Ulrich, un distinto ingegnere svizzero, che gli comunicò di essere partner di una società di trading con base a Shanghai che agiva per conto di un grande gruppo alimentare ubicato a Luoyang, a sud-ovest di Pechino, da cui dista circa 700 km.

Verificata nei giorni seguenti l’attendibilità dell’invito, Giacomo confermò l’interesse all’incontro e concordò con Ulrich il programma del viaggio in Cina. Un mese dopo raggiunse Pechino con un assistente e scese all’Hotel Regent, cinque stelle nel centro della città. Lì incontrò Ulrich, accompagnato da Xian Li e da un’interprete cinese-italiano, tutti ospiti dello stesso hotel. Xian Li era una bellissima ragazza cinese, di età indefinita, con portamento e struttura fisica occidentale – si diceva che fosse stata un’attrice – e con un sorriso molto accattivante. Parlava un inglese un po’ stentato però si faceva intendere. Tra lei e Giacomo nacque subito grande simpatia. La sera dell’arrivo i cinque cenarono insieme al ristorante dell’hotel. Dopo cena Ulrich, l’assistente e l’interprete si eclissarono, mentre Giacomo e Xian Li si trattennero al bar bevendo un paio di whisky. Verso mezzanotte Giacomo accompagnò Xian Li alla camera, posta allo stesso piano della sua: sperava in un invito ma rimase deluso. Un bel sorriso, il bacio della buona notte e niente più.

La mattina seguente, i cinque partirono in aereo per Luoyang dove furono ricevuti e invitati a pranzo dal presidente del gruppo alimentare. Al pranzo parteciparono diciotto persone, inclusi loro cinque. Il tavolo era circolare, gigantesco, con una particolarità: l’anello esterno, dove erano stati apparecchiati i coperti, era fisso, mentre il disco centrale, dove erano state poste le pietanze, sotto l’impulso dato da una piccola spinta ruotava dolcemente come fosse una grande trottola. C’erano bevande in abbondanza: tra queste, una simile alla birra e due diverse grappe con le quali il presidente invitò gli ospiti a ripetuti brindisi. Durante il lauto pranzo i partecipanti si scambiarono convenevoli ma non parlarono di lavoro. Alla fine vi fu l’usuale scambio di regali: Giacomo aveva portato alcuni piccoli oggetti d’argento che furono molto apprezzati dai cinesi che, a loro volta, regalarono agli ospiti pergamene e tessuti con disegni molto belli. A Giacomo, il presidente omaggiò un cavallo di ceramica blu smaltata, di finissima fattura.

Tolta rapidamente dal grande tavolo ogni traccia del pranzo, iniziarono le presentazioni del gruppo alimentare cinese e del caseificio, cui seguirono le conversazioni sul tema dell’agreement per la cessione di know how. A seguito di una lunga e incomprensibile discussione tra i cinesi, venne accettata la proposta di Giacomo. Le parti convennero poi che Giacomo avrebbe preparato la bozza dell’agreement per l’incontro conclusivo del giorno dopo. La riunione si sciolse e i nostri raggiunsero l’hotel, prenotato dal gruppo cinese, di tipico stile locale, con camere molto sobrie e con pareti dipinte di colore verde pallido. Terminata la cena nel ristorante dell’hotel, forse per festeggiare l’avvenimento, Xian Li invitò Giacomo a passare da lei. Una volta impostata sul computer la bozza dell’agreement, Giacomo si recò da Xian Li ed ebbe con lei un rapporto molto affettuoso e nuovo: era infatti alla sua prima esperienza asiatica. Rientrato in camera riprese la stesura del documento che completò la mattina presto, non appena desto.

L’incontro conclusivo fu organizzato presso gli uffici del gruppo cinese in una grande sala addobbata con striscioni di benvenuto e inneggianti la cooperazione tra il caseificio e il gruppo alimentare. Il tavolo della riunione era rettangolare, lungo alcuni metri e largo circa due: da un lato – al centro sedeva Giacomo affiancato da Xian Li, Ulrich, l’assistente e l’interprete. Il presidente del gruppo, a sua volta affiancato da diversi funzionari, sedeva di fronte a Giacomo del quale studiava attentamente le reazioni, pur non conoscendo una parola di italiano e di inglese. Non appena iniziata la riunione, mentre una solerte segretaria provvedeva a stampare la bozza dell’agreement in inglese inviatole per posta elettronica da Giacomo, ci fu una sorpresa. I cinesi avevano prodotto – nonostante quanto concordato – una bozza di agreement alternativa che fu distribuita su carta velina verde. Giacomo esaminò rapidamente la bozza e si rese conto che erano state stravolte alcune decisioni prese durante la riunione del giorno prima. Queste riguardavano il maggior numero degli addetti che si sarebbero dovuti trasferire a Luoyang per la cessione del know how, l’allungamento della durata  del  training e la riduzione delle tariffe giornaliere del personale espatriato. Giacomo si mostrò decisamente contrariato e disse che non avrebbe mai firmato l’agreement così come redatto dalla controparte. Ulrich e Xian Li cercarono di convincerlo ad accettare la bozza ma Giacomo fu irremovibile. La riunione fu sospesa. Xian Li allora parlò con la controparte e, dopo un paio d’ore, il presidente riaprì la riunione per accettare -dopo avere letto ad alta voce la traduzione cinese – il testo inglese redatto da Giacomo, affermando che in sostanza coincideva con la loro stesura. “Mah!”, pensò Giacomo, “come sono complicati questi cinesi!”.

Si passò quindi alla firma dell’agreement cui seguì un rinfresco in grande stile con i soliti brindisi a base di grappa. Per finire, in onore degli ospiti, i cinesi organizzarono una visita alle famose grotte di Longmen, a circa mezz’ora d’auto da Luoyang, dove i nostri poterono ammirare santuari rupestri con i Buddha scavati nella roccia delle colline circostanti. Rientrati a Luoyang, i cinque raggiunsero Pechino, in serata, con un treno ad alta velocità. All’arrivo si decise di lasciare serata libera a tutti

Xian Li bussò alla porta della camera mentre Giacomo, al computer, stava preparando il rapporto sull’esito della visita. Al primo momento pensò che Xian Li volesse scusarsi per avere cercato di convincerlo, in mattinata, ad accettare la bozza di agreement proposta dai cinesi. Non era solo per questo, perché Xian Li, una volta entrata in camera, gli si avvicinò, lo baciò teneramente, sussurrandogli che voleva fare l’amore con lui. Giacomo sospese la redazione del rapporto, la prese in braccio e l’adagiò delicatamente sul letto. Seguì uno scambio  di amorose  tenerezze dopo  di che  decisero di scendere al ristorante. Xian Li disse che avrebbe fatto la doccia per prima. Entrò nel box, si lavò rapidamente e lasciò subito il posto a Giacomo che, mentre si trovava sotto la doccia, vide Xian Li, riflessa nel grande specchio del bagno, intenta a maneggiare il computer. Per non destare la sua attenzione lasciò la doccia senza interrompere il flusso dell’acqua e, così come si trovava, irruppe nella camera chiedendole perentoriamente: “Cosa stai facendo?”

“Sto navigando nel sito del caseificio, per conoscervi meglio”

“Ma … sei nell’area riservata del sito. Come hai fatto ad entrare? Chi ti ha dato la password? Cosa stai cercando?”

“Ho captato la password durante la riunione di questa mattina mentre cercavi un’informazione. Volevo accedere alla documentazione tecnica riservata ma ho capito che è necessaria un’altra password, che non conosco”

“Cosa speravi di trovare? Le ricette per la preparazione dei formaggi?”

“Mi hanno obbligato a cercarle. Il gruppo alimentare con il quale hai sottoscritto l’agreement vorrebbe averle per evitare di pagare quanto avete convenuto. Mi sono dovuta prestare a questa ignobile azione perché altrimenti mi avrebbero licenziata”.

“Chi può pensare che nel sito del caseificio si possano trovare i segreti del know how?”, disse Giacomo, “I veri segreti sono riposti nei nostri mastri casari, mentre le ricette presenti sul sito sono artatamente incomplete. Quindi è fatica sprecata cercare quelle giuste. Potrei farti avere le stesse informazioni che si trovano sul sito, senza alcun problema per il caseificio”

“Vieni amore mio. Non perdiamo tempo. Domani partirai e non so se ci rivedremo ancora”, lo pregò Xian Li.

Le monache di San Eulalio


Racconto inedito che sarà pubblicato nel libro provvisoriamente intitolato Storie brevi. Trae spunto dalla lettura di atti di visite pastorali condotte alla fine del ‘500 alle diocesi a seguito delle disposizioni dettate dal Concilio di Trento. Durante una visita apostolica a un monastero di clausura di montagna, una badessa fa il possibile per tenere nascosto al vescovo visitatore l’esistenza di due monache gravide, temendo conseguenze per il monastero e per lei stessa. Una monaca è però costretta ad ammettere d’esserne a conoscenza. Il visitatore decreta la soppressione del monastero a causa della sua vulnerabilità e fatiscenza e raccomanda il trasferimento delle monache ad altro monastero di città.

Le monache di San Eulalio

Nell’anno 1574 erano trascorsi dieci anni dalla conclusione del Concilio di Trento. Nel 1517 Martin Lutero aveva affisso le 95 tesi riformatrici al portone della chiesa di Wittenberg. La Chiesa reagì, non immediatamente, contrastando Lutero, poi scomunicandolo, ma alla fine si rese necessario un Concilio per definire la riforma della Chiesa, detta poi Controriforma, e la reazione alle dottrine protestanti.

Con il Concilio tridentino fu dato grande impulso alle diocesi imponendo ai vescovi la presenza nelle loro sedi e l’effettuazione di visite pastorali. Per testimoniare quanto avvenuto nelle visite venne richiesta la redazione di relazioni o atti. Dalla lettura di alcuni di questi è stato tratto lo spunto per questo racconto.

Le disposizioni del Concilio erano valide anche per il monastero agostiniano di San Eulalio, di clausura, ubicato sull’Appennino e appartenente alla diocesi di Modena. Al monastero era annessa una chiesa che serviva anche la popolazione del piccolo paese ai margini del quale si trovava il monastero. La chiesa era stata costruita a metà del ‘200 da due monaci benedettini che vi officiavano i riti religiosi per il paese. Nel 1330 i benedettini cedettero la chiesa a due monache francescane. Altre consorelle si affiancarono a queste e insieme diedero vita al monastero aggiungendo nuove costruzioni in relazione all’aggregazione delle converse. Le monache abbracciarono la regola di sant’Agostino e divennero agostiniane di clausura.

Grande agitazione regnava nel monastero di San Eulalio per l’annunciato arrivo del visitatore apostolico, vescovo di Chieti, inviato da papa Gregorio XIII per verificare la corretta applicazione delle disposizioni del Concilio e degli ordini lasciati nel 1571 dal vescovo di Modena durante la precedente visita pastorale. La badessa era molto preoccupata perché, inspiegabilmente, due monache erano rimaste incinte e la notizia era circolata nel monastero. Inspiegabilmente, perché era convinta che la clausura fosse ben protetta dalle tentazioni provenienti dall’esterno. Per evitare lo scandalo e l’irrogazione di provvedimenti disciplinari anche nei suoi confronti, la badessa aveva raccomandato a tutte le monache la massima riservatezza. Non avrebbero dovuto parlare delle gravidanze con il visitatore apostolico e i suoi accompagnatori. Sempre che non fosse stata loro diretta un’esplicita domanda.

Il visitatore apostolico fu ricevuto con tutti gli onori dalla badessa e dalle monache anziane. Per propiziare il felice esito della visita fu celebrata una messa accompagnata dal canto sublime delle monache. Subito dopo, il vescovo prese visione delle condizioni del monastero che, per le aggregazioni successive, era più somigliante a un caseggiato. Osservò che la manutenzione era scadente; la motivazione data fu che lo era per i limitati mezzi a disposizione.

Per la prima volta il visitatore apostolico avrebbe utilizzato un questionario per porre interrogationes alla badessa e ad alcune monache scelte a caso tra le trentadue presenti nel monastero, con il fine di avere una visione complessiva e, indirettamente, conferma delle risposte della badessa. Questa fu chiamata a dare conto dei temi inerenti alla vita religiosa della comunità monastica quali: consistenza, possesso, lettura e osservanza della regola, regolare recita dell’ufficio, disponibilità di un confessore, frequenza della comunione e della confessione, proprietà comune. La badessa rispose senza esitazioni a tutte le domande del vescovo evitando di sfiorare il noto argomento.

Il vescovo passò poi a interrogare le monache scelte a caso con domande riguardanti: obbedienza alla badessa, onestà, continenza rispetto alla clausura, contatti con il mondo esterno, vita comunitaria. Il questionario per le monache non prevedeva domande esplicite sul tema delle gravidanze bensì un quesito di questo tenore. “Non ha mai avuto notizia di gravidanze all’interno del monastero?” A questa domanda le prime due monache intervistate avevano risposto negando. La prima perché non ne era a conoscenza, la seconda mentendo per seguire le indicazioni della badessa. La terza intervistata non riuscì a mentire, cercò di sviare il discorso rispondendo che non era a conoscenza di che cosa fosse una gravidanza perché la sua condizione non glielo consentiva. Allora il vescovo, da buon padre, le disse: “Sorella, le avevo fatto tutt’altra domanda. Le avevo chiesto se avesse avuto sentore di gravidanze di monache all’interno del monastero”. A questo punto dovette per forza rispondere che era a conoscenza di una gravidanza in corso.

Allora il vescovo chiese alla badessa di intervistare tutte le monache, direttamente o tramite il vicario generale che l’accompagnava. Alla fine, risultò che due monache erano incinte. Allora il visitatore volle che fosse eseguito un’ispezione approfondita sulle possibilità di accesso al monastero, cosa che fu immediatamente eseguita da due zelanti accompagnatori. Fu trovato che alcuni rami di un albero sito nell’orto sporgevano oltre il muro di cinta del monastero in modo tale che un malintenzionato avrebbe potuto entrare da lì. Una volta entrato nell’orto avrebbe potuto attraversare il prato e raggiungere il grande pollaio all’interno del quale una porticina, chiusa dall’interno, comunicava direttamente con la cucina del monastero. Diede ordine di tagliare l’albero e, per sicurezza, tutti gli alberi vicini al muro di cinta. Inoltre, chiese di murare la porticina che dalla cucina conduceva al pollaio. Le cuciniere vi sarebbero entrate dall’esterno.

Le due monache incinte furono interrogate dal vicario generale in presenza della badessa. Negarono entrambe di conoscere il malintenzionato che le aveva ingravidate e, tantomeno, di poterlo riconoscere perché i malfatti erano stati commessi di notte nell’oscurità della cucina. Dal canto suo la badessa dichiarò di non essere stata messa a conoscenza delle gravidanze. Il visitatore le lasciò il compito di dare una punizione esemplare alle due monache con la sola disposizione che, una volta partorito, fossero trasferite lontano, al monastero agostiniano di San Candido nella diocesi di Chieti. Lui stesso avrebbe dato direttive in tal senso.

La badessa comminò alle due monache uguale punizione. Fino a che non avessero partorito, da brave cuciniere che erano, furono destinate esclusivamente alla pulizia del monastero, ad attingere l’acqua dal pozzo per i fabbisogni della comunità e alla raccolta dell’immondizia e degli escrementi delle monache.

Infine il vescovo, resosi conto della situazione generale del monastero in luogo isolato e poco sicuro, con una chiesa non bene suddivisa tra interna (monache) e esterna (popolo), come espressamente disposto dal Concilio per le chiese dei monasteri di clausura, decise di raccomandarne la chiusura e chiedere al vescovo di Modena, superiore diretto della badessa, il trasferimento delle monache a un monastero della città. Lasciò i seguenti ordini: Essendo questo monastero non solo in luogo si può dire solitario ma secolare forma di clausura, oltre che nella chiesa si esercita la cura delle anime, Ill.mo Rev. Vescovo faccia in modo che si trasferisca alla Città e si uniscano le monache ad altri monasteri dello stesso Ordine, il che quando così al presente per qualche legitimo impedimento non si possa fare, non si manchi in questo modo di procedere alla risoluzione delle cose che ci sono parse degne di presentare rimedio.

Fu così che nel 1580, esattamente dopo 250 anni, le monache di San Eulalio dovettero abbandonare il loro monastero.

Cambiamento epocale


Tre amici discorrono sulla situazione di stallo che si è creata in seguito al risultato delle elezioni politiche del 4 marzo 2018.

A1 Tu affermi che il risultato delle elezioni è dovuto a un cambiamento sostanziale, addirittura epocale, nei rapporti tra partiti e cittadini, dovuto alla nuova strategia attuata per fidelizzare gli elettori mediante internet.

A2 Dico questo a ragion veduta: hai mai sentito di così pochi comizi e visto in giro così pochi manifesti elettorali?

A3 È vero: si sono verificati pochi disordini non solo per la maggiore maturità dei cittadini ma anche perché non ci sono state molte occasioni. E che dire della propaganda cartacea via posta che é praticamente scomparsa? E i famosi santini? Io non li ho più visti!

A2 Sta cambiando, e per alcuni partiti è già cambiato, l’approccio con i cittadini. Cade l’importanza delle sedi del partito, delle adunanze e assemblee per la presa d’atto di decisioni assunte dalla cupola. Oggi gli elettori sono consultati direttamente dai partiti prima di prendere decisioni importanti, via posta come ha fatto recentemente l’SPD in Germania per l’avallo della Grosse Koalition oppure, come fa ormai da tempo il movimento 5 Stelle, via internet.

A3 Personalmente … sono convinto che in futuro tutti i partiti agiranno così.

A1 Cosa intendete dire? Che sta scomparendo il rapporto diretto dei partiti con i cittadini, simpatizzanti ed elettori, così come l’abbiamo sempre visto, e che in futuro il rapporto si svolgerà tramite internet?

A2 Non sarà piū come fino all’altro ieri quando per farsi un’opinione si leggevano i giornali, si seguiva Tribuna Politica oppure Porta a porta, senza vincitori né vinti. In più, si partecipava a comizi o a loro surrogati, come adunanze o riunioni patrocinate dai partiti attraverso i loro clienti (confederazioni, enti e istituti vari).

A3 Per esperienza personale, era comunque difficile farsi un’idea di chi votare. Valeva di più il passaparola tra amici, colleghi e conoscenti.

A2 Oggi il passaparola ha raggiunto una dimensione teoricamente illimitata: attraverso internet é possibile raggiungere molti più amici e conoscenti, facilitati in ciò dalle app social (Facebook, Twitter, LinkedIn, YouTube, WhatsApp, Instagram, ecc.)

A1 Intendete dire che la carta stampata e la televisione siano destinate a sparire dalle campagne elettorali e dal rapporto dei cittadini con la politica?

A2 Non scompariranno, ma la loro influenza sul risultato delle elezioni è destinata a decadere molto più velocemente di quanto si pensi. I giornali prima, la televisione poi, sono stati a loro volta, cambiamenti epocali del modo di fare politica. Fino agli anni 70 del ‘900 la carta stampata, giornali, manifesti, brochure, ecc. sono stati l’unico mezzo a disposizione dei partiti oltre a comizi, riunioni in sede, adunanze e assemblee. Una volta preso piede, la televisione è stata individuata dai partiti come importante strumento di propaganda per entrare nelle case degli italiani. Grande beneficiaria di questa strategia è stata Forza Italia che negli anni ’90, in presenza di una situazione bipolare, ha riscosso un notevole successo elettorale equiparabile a quello odierno dei 5 Stelle. In ogni caso, allora come allora, l’obiettivo era portare gli elettori ai partiti e non i partiti agli elettori.

A3 Attraverso i social su internet i partiti arrivano sullo smartphone di tutti o di quasi tutti i potenziali elettori. Questi possono così ricevere notizie, informazioni e attraverso lo streaming partecipare ad adunanze o assemblee senza riunirsi fisicamente, ma essere presenti in diretta, grazie alla combinazione televisione+internet.

A1 Ma, allora, pensate che tutto vada a cambiare?

A2 I successi di 5 Stelle, Lega e Fratelli d’Italia sono in gran parte dovuti a questa nuova strategia, in aggiunta a un robusto contatto diretto dei leader con il territorio. Tutti i partiti hanno assoldato un guru, inclusi FI e PD che, però, non sono riusciti a sfruttare a fondo i nuovi media privilegiando una campagna elettorale con una componente tradizionale ancora molto importante. L’utilizzo di internet da parte dei leader di FI e PD è risultato ridotto rispetto a quello immediato, sintetico e talvolta dissacrante dei leader degli altri tre partiti.

A3 Il trend è talmente evidente che ormai si può affermare che è (non che sarà) cambiato il modo di fare politica dei partiti. La popolazione anziana per natura è destinata a scomparire sostituita da nuove leve che sono ormai digitalizzate, fino dalle elementari.

A1 Mi é venuto un dubbio: non è che, prima di noi, Brexit e i risultati delle recenti elezioni americane, francesi e tedesche siano stati influenzati dallo stesso fenomeno?

A3 È molto possibile, si dovrebbe dire certo. D’altra parte la nostra esterofilia è nota …..

A1 Il discorso mi pare chiaro anche se non mi avete convinto del tutto. Ho preso molti spunti e li approfondirò. Grazie.

L’equivoco


Racconto inedito che sarà pubblicato nel libro provvisoriamente intitolato Storie brevi. Trae spunto da un fatto realmente accaduto qualche anno fa. Un manager milanese, sposato con figli, rivede dopo dieci anni una ex fiamma da lui rispettata in ogni senso durante il fidanzamento e dalla quale, causa una scivolata d’ala della madre, era stato lasciato. Si incontrano sul lago di Como e fanno l’amore con passione come avrebbe voluto fare se solo avesse potuto. Quando lei viene a sapere il motivo dell’astinenza durante il fidanzamento, gli dà una notizia che lo lascia basito.

L’equivoco

Federico, sui quarant’anni, manager rampante di una società di telecomunicazioni con base a Milano, era sposato da cinque anni con Mariangela, una bella e cara ragazza, figlia di un industriale di Bergamo. Avevano due figli, di quattro e due anni. Vivevano a Milano in centro città.

Un giorno di settembre, a una cena di lavoro Fede fu presentato alla moglie del direttore vendite della controparte. Era, niente po’ po’ di meno, che Francesca, una sua ex fiamma, ora trentacinquenne. Bionda, alta e snella, ancora una splendida ragazza. Alla cena c’era anche Mariangela che subito si ingelosì, gli lanciò sguardi allarmati e per ripicca cominciò a civettare con il marito di Francesca seduto al suo fianco.

Fede aveva sempre avuto due fidanzate: una che rispettava in ogni senso e l’altra con la quale aveva rapporti in ogni senso, come si usava ai tempi di suo padre. C’era stato un momento in cui entrambe le fidanzate si chiamavano Francesca. Una volta la madre di Fede rispose al telefono e chiese: “Quale Francesca sei, quella di Milano o di Como?”. Grande scompiglio perché la bellissima Francesca incontrata a cena si offese e lo lasciò. Nonostante diversi tentativi Fede non potè fare nulla per evitare che quel fiore di ragazza lo abbandonasse. L’altra Francesca non se la sarebbe nemmeno presa!

Dopo qualche giorno dalla cena l’ex fiamma gli telefonò. Voleva che si incontrassero da soli. Presero un aperitivo in Piazza Garibaldi. Ricordarono il passato, i tempi felici trascorsi insieme l’estate a Cala di Volpe, l’inverno a sciare a Skt. Moritz e l’anno seguente a Venezia per il Carnevale. Decisero di rivedersi e fissarono un appuntamento a Cernobbio, al ristorante dell’Hotel Villa D’Este, entrambi con l’obiettivo non dichiarato ma implicito di fare seguire al pranzo la siesta. Organizzò tutto Francesca.

Pranzo ottimo e vino di qualità, anche se non sarebbe stato necessario e, subito dopo, a passo veloce in camera. Grande vista sul magnifico lago di Como, con la sinfonia di colori che il panorama sfodera sempre in autunno.
Entrambi lo desideravano. Dieci anni prima Fede non aveva voluto fare l’amore con lei. Pensava che non si dovessero avere rapporti con la fidanzata da sposare, che sarebbe dovuta arrivare vergine al matrimonio. Lei, invece, voleva toccare con mano come Fede si sarebbe comportato dopo dieci anni. Fecero l’amore con passione, dopotutto erano ancora giovani. Alla fine Francesca, dopo l’intenso godimento, gli chiese:
“Mi vorresti spiegare perché ai tempi non abbiamo mai fatto l’amore?”
Quando Fede le svelò il motivo rispose:
“Sei stato poco furbo. A quel tempo facevo l’amore con Carlo e Giovanni”.
E Carlo e Giovanni erano suoi “cari” amici!

La crostata di mele


Racconto flash inedito che sarà pubblicato nel libro provvisoriamente intitolato Storie brevi. Trae spunto da un fatto realmente accaduto al bar di un circolo di Golf verso mezzogiorno.

Una signora di una certa età si avvicina al bancone del bar.

“Buongiorno signora Tonello, come sono andate le nove buche questa mattina?”.

“Bene, grazie”, Andrea, “il campo era magnifico e il tempo splendido”.

“Oggi abbiamo la crostata di mele, appena sfornata”.

Andrea mostra alla signora un vassoio con una bella crostata non ancora tagliata.

“Molto bene, proprio quella che volevo. Me ne dia due fette, anzi tre: una per me, una per mio marito e una per Giulietta”.

“Giulietta? Sua nipotina?”

“No, la mia cagnetta ……. ‘gli’ piace molto la vostra torta”

“A suo marito …?”

“No, a Giulietta! … ne va matta”.

Titito mi amor


Racconto inedito che sarà pubblicato nel libro provvisoriamente intitolato Storie brevi. Trae spunto da un fatto realmente accaduto anni fa a un ingegnere italiano impegnato nella costruzione di un impianto in Argentina, lontano dalla giovane moglie. Invitato a pranzo dal Project Manager del cliente per seguire alla televisione la partita Italia-Argentina, per una serie di coincidenze finisce sotto le coperte con lui e l’avvenente moglie. Non succede nulla, ma il ricordo di quel pomeriggio é ancora impresso nella sua memoria.

Titito, mi amor

“Hola Leonardo. Como estas?”

“Ciao Tito, come va?”

Julia ed io vorremmo invitarti a pranzo, a casa. Oggi a Roma c’è la partita Italia-Argentina. È un’amichevole ma è sempre uno scontro tra campioni del mondo!”. La partita di calcio fu giocata alla vigilia di ferragosto del 2013 per rendere omaggio a Papa Francesco, da pochi mesi eletto Pontefice.

“Accetto ben volentieri, ringrazia Julia, dille che è molto gentile”. Leonardo era arrivato da qualche mese a Salta, in Argentina, come Resident Engineer di una azienda italiana che stava partecipando alla costruzione di un impianto per l’estrazione del litio, progettato da una società di ingegneria americana.

Il litio, metallo morbido, molto leggero, argenteo, è un componente essenziale delle batterie elettriche moderne ed è utilizzato anche dalle industrie farmaceutica e nucleare. Il prezzo del litio è molto elevato, da 15 a 20 US$ al kg. L’Argentina è uno dei maggiori produttori mondiali di litio di cui dispone grandi riserve. Le miniere del metallo, che si trova sotto forma di carbonato, sono ubicate nelle lagune e laghi prosciugati della regione di Atacama, uno dei deserti costieri più asciutti del mondo. L’impianto minerario alla cui costruzione lavoravano Leonardo ed Ernesto, detto Tito, si trovava nella provincia di Salta. Tito era il Project Manager del cliente, una società argentino-americana. Leo e Tito erano diventati amici nel giro di poco tempo. Sebbene il loro rapporto fosse di cliente/fornitore, andavano molto d’accordo e lavoravano spesso assieme. Leo era arrivato a Salta in febbraio ed era stato in Italia ai primi di luglio per quindici giorni di vacanza. Aveva portato con sé un regalo per Martino, il figlio di Tito e Julia.

Leo non era un tifoso di calcio. Ciononostante, quando giocava la nazionale si trasformava in un fan sfegatato. E poi, come non avrebbe potuto difendere la nazionale azzurra in Argentina? Raggiunse la casa di Tito verso le 13.00. La partita sarebbe iniziata alle 15.00 e non avrebbero pranzato prima delle 14.00.. Tito e Julia vivevano in una villetta immersa in un bel bosco non lontano dal centro della città, verso la Cordigliera. Affinché non fosse turbata la solennità della sfida, Martino era stato mandato a giocare da un cugino. Arrivato, salutò con un bacio Julia, come si usa tra amici, soprattutto in Argentina. Non si conoscevano molto, si erano visti un paio di volte, ma Julia gli aveva porto la guancia. Era una bellissima ragazza bionda con il fisico da modella, gambe lunghe e affusolate esaltate da calzoncini cortissimi, tornati di moda. A Leo piaceva moltissimo. C’erano tante belle ragazze in Argentina, si diceva che ciò fosse dovuto all’incrocio delle razze. Una coppia avrebbe potuto avere quattro ascendenti diversi, ad esempio: spagnolo, italiano, inglese e polacco. Immaginatevi che cocktail! Leo talvolta pensava che se non fosse stato sposato avrebbe sicuramente impalmato un’argentina. Sua moglie era ancora in Italia, l’avrebbe raggiunto alla fine di settembre per restare con lui per altri quindici mesi, tempo necessario per completare la messa in marcia dell’impianto.

Sedettero in soggiorno per un aperitivo con empanadas salteñas, ripiene di un ragù di carne, e di jamón y queso, stuzzichini che gli piacevano molto. Il languore allo stomaco scomparve. Mentre seguivano distrattamente il telegiornale, la televisione si spense e non si riaccese nonostante i loro tentativi. Usarono perciò la televisione della camera matrimoniale dove si accomodarono su sedie in verità non molto comode. Julia li raggiunse e chiese: “Titito mi amor, cosa vuoi che vi prepari per pranzo? Milanesitas?”. “Va bene, mi amor”, rispose Tito. E Julia andò a cucinarle. La scomodità delle sedie fece si che poco dopo Tito gli dicesse: “Mettiamoci sul letto, saremo più comodi”. Sarebbe stato sicuramente meglio, anche se il letto era un Queen size, di una piazza e mezza. Inoltre, sul letto sarebbero stati più comodi ma il freddo non sarebbe diminuito. Faceva infatti un gran freddo. Agosto in Argentina é equivalente a febbraio nell’altro emisfero e la casa non era riscaldata sebbene fossero a mille metri e passa di altitudine. Il piccolo calorifero elettrico non sarebbe stato sufficiente a portare in temperatura la camera da letto.

“Fa freddo, mettiamoci sotto le coperte”. Propose Tito. Leo al primo momento fu perplesso. Non aveva però dubbi su Tito e, comunque, in casa c’era la moglie. “Va bene”, rispose.

La partita era ormai iniziata. Arrivarono le milanesasitas con una bottiglia di Solera del Cigarral, un ottimo vino locale. Leo aveva ancora fame, nonostante l’aperitivo con empanadas. “Muy ricas, provale”, lo invitò Tito. Effettivamente le piccole cotolette alla milanese erano molto buone. Nel frattempo era terminato il primo tempo. La nazionale stava andando male. L’Argentina aveva segnato due gol, uno al 20’ e l’altro al 48’, durante il ricupero. Leo era preoccupato. Gli sarebbe piaciuto un pareggio.

Julia appoggiò il vassoio sopra il comodino presso Leo e disse: “Posso unirmi a voi?”. La preoccupazione di Leo aumentò. Non per la partita, ma per come si stavano mettendo le cose. Ménage a trois? Non gli era mai capitato. Non sapeva cosa fare. Era imbarazzatissimo e si turbò moltissimo, soprattutto quando Julia, scavalcandolo con quelle gambe lunghe, sfiorò il suo viso con una coscia calda, soda e profumata e si mise in mezzo a loro, infilandosi sotto le coperte. Nulla accadde, come doveva essere, però …

Il secondo tempo fu meglio del primo. La nazionale segnò al 76’, ma non fu sufficiente. Leo ringraziò per l’ospitalità e rientrò all’albergo. Sarà stata l’astinenza per amore della giovane moglie o chissà che cosa, ma quel pomeriggio non gli si cancellò più dalla mente, neanche a distanza di anni. Il ricordo rimase pure nella memoria di Tito e di Julia che avevano colto il suo imbarazzo e raccontato agli amici la storia che avete appena finito di leggere.

La relatività della vita


Racconto inedito che sarà pubblicato nel libro provvisoriamente intitolato Storie brevi. Trae spunto dall’insipienza di coloro che si comportano come fossero eterni.

Tre amici dibattono sulla durata della vita in relazione a quella di altre creature.

A1 Quanto vive una farfalla?

A2 Qualche giorno, tutt’al più una settimana o due.

A3 Così poco? Un soffio rispetto alla nostra vita. E una formica?

A2 Un anno, dicono, forse due.

A3 Anche lei, poveretta, che vita breve rispetto alla nostra! Vive l’1 o 2% della nostra vita, considerando la nostra di 100 anni.

A1 Sì, ma chi l’ha detto che un anno da formica non sia equivalente ai nostri cento anni o addirittura cinquecento o mille?

A2 Ne dubito.

A1 Ma … dimmi da quando si conosce la storia del mondo?

A2 Dal tempo degli Egizi. Diciamo 6.000 anni.

A1 Per cui anche la durata della nostra vita è poco meno del 2% della storia conosciuta del mondo.

A3 Immagina quanto rappresenterebbe rispetto alla storia dell’universo, di miliardi d’anni.

A2 Allora la nostra storia personale non sarebbe molto differente da quella della formica.

A1 Perché allora compiangiamo la farfalla e la formica? Perché non facciamo lo stesso con noi?