L’avvento dell’intelligenza artificiale mi ha spinto a ripercorrere i passaggi storici che hanno segnato l’evoluzione dell’umanità. Tra questi, poco più di un secolo fa, l’applicazione alla locomozione del motore elettrico e, subito dopo, del motore a scoppio, ha segnato un passaggio epocale dal mondo dominato dal cavallo.
Per ricordare l’introduzione del motore a scoppio, oggi più propriamente definito motore a combustione interna, e, in particolare, le conseguenze alla sua applicazione, riporto di seguito il testo trascritto nella forma originale dalla memoria orale di Cesare Fontana, commerciante di granaglie di Soresina (Cremona), dettato nel maggio 1924, che conserva le cadenze del parlato dell’epoca.
Quando il mondo aveva l’odore della stalla
«Voi giovani guardate queste automobili come fossero le cose più naturali del mondo. Io ho settantadue anni e ho visto due mondi. Non due epoche ma due mondi. Leggi diverse, odori diversi, un’idea diversa di cosa significhi la parola distanza».
Era il maggio del 1924 quando Cesare Fontana dettò queste parole. Dalla sua bottega di granaglie a Soresina aveva osservato, con la pazienza di chi ha sempre misurato il tempo in raccolti e stagioni, il più grande mutamento che la civiltà rurale padana avesse mai conosciuto.
Il mondo che ricordava aveva un odore preciso. Non il rombo del motore, non il pungente odore delle gomme sull’asfalto caldo: aveva l’odore della stalla. Cuoio bagnato, fieno, letame, il sudore caldo di un animale che aveva lavorato. «Era l’odore del mondo in movimento», dice. «Era l’odore dell’economia».
Il cavallo come unità di misura
C’è un’immagine che Fontana usa e che vale da sola più di molti saggi storici: il cavallo non era uno strumento. Era l’unità di misura del mondo intero. Le distanze si contavano in ore di cavallo. La ricchezza si calcolava in bestie di stalla, non in monete. I fondi agricoli valevano in proporzione agli animali che ci lavoravano.
«I soldi vanno e vengono. La bestia mangiava e respirava insieme a te e invecchiava con te.»
Il cavallo muoveva tutto: il grano dal campo al mulino, il legname dal bosco alla segheria. La posta da Milano a Torino viaggiava su una staffetta di cavalli, uno dopo l’altro, stazione per stazione. Il medico al capezzale del moribondo, il notaio agli atti di compravendita, il prete all’estrema unzione – tutti a cavallo o in carrozza. Nei campi il cavallo trainava gli aratri. In miniera trascinava i carrelli nel buio. Nei porti spostava i carichi dal molo ai magazzini.
E una parte enorme dell’agricoltura – ettari di buona terra – non nutriva gli uomini. Nutriva gli animali che facevano muovere e lavoravano per gli uomini. «Un cavallo mangiava ogni giorno quasi quanto una famiglia povera», ricorda Fontana. Il motore dell’economia aveva fame come un cristiano.
Una civiltà intera costruita intorno a quella fame
Intorno a quella fame si era sviluppata un’intera civiltà: il maniscalco, rispettato quasi come un medico, con duecento anni di sapere nelle mani tramandato di padre in figlio. Il sellaio, il cordaio e il carradore che fabbricava e riparava i cerchioni dei carri. I mercanti di biada, di fieno, di crusca. I cocchieri, gli stallieri e i mulattieri che conoscevano ogni sentiero di montagna.
Le osterie e le locande lungo le strade non erano lì per caso: erano lì perché il cavallo aveva bisogno di bere, riposare e mangiare. Intorno al cavallo si fermava anche il viandante, si scambiavano notizie, si facevano affari, si organizzava il mercato del giovedì. Le città stesse erano costruite su quella misura: distanze sensate, distanze umane, fatte su misura della fatica di una creatura viva.
Il vantaggio terribile del motore
Le primi automobili fecero ridere. Spaventavano gli animali, si rompevano ogni centinaio di metri, emanavano un odore sgradevole. Sembravano giocattoli per ricchi eccentrici. Fontana ricorda la prima volta che ne vide passare uno per il Corso: i cavalli si impennarono, una donna cadde dal marciapiede per lo spavento, e il guidatore con i suoi occhialoni e il pastrano sembrava un personaggio da fiera.
«Nessuno di noi immaginava che le automobili avrebbero cambiato il mondo.»
Ma il motore aveva un vantaggio che si capì troppo tardi per potersi preparare: non si stancava. Non aveva bisogno di essere nutrito ogni giorno. Non si ammalava di coliche. Non moriva all’improvviso dopo anni di paziente addestramento. Bastava il carburante. E diventava sempre più potente, affidabile, conveniente.
Fu allora che si capì: non stava cambiando solo il modo di viaggiare. Stava cambiando l’intera architettura del mondo.
Le città si liberarono delle stalle. Le strade si allargarono e si indurirono. Interi mestieri iniziarono a morire in silenzio – non in una generazione, ma in pochi anni. Il fabbro diventò meccanico. Il carradore scomparve senza lasciare eredi. I produttori di biada persero il mercato rapidamente. Il maniscalco di Soresina chiuse la bottega nel 1919. Aveva sessant’anni e non sapeva fare altro. «Non aveva colpe», dice Fontana.
Quello che la macchina porta via
C’è un momento, verso la fine del racconto, in cui Fontana descrive cosa disse a suo figlio, che gli parlava con gli occhi lucidi di progresso: «Vedi solo quello che la macchina aggiunge. Non vedi quello che porta via».
Cosa porta via? La distanza mentale, innanzitutto. Un luogo raggiungibile in un giorno di viaggio con una notte in locanda – quella fatica era anche radicamento. Il cavallo ti obbligava a restare nel tuo territorio e a conoscere i tuoi vicini, perché erano loro il raggio d’azione che avevi. «Facevi trenta miglia in un giorno ed eri a posto. Quello era il limite del mondo e il limite aveva senso. Ti radicava. Ti rendeva cauto.
E poi c’è l’ultima cosa, quella che pesa di più: il cavallo ti guardava. Aveva paura, aveva fame, voleva correre o riposare. Ci dovevi fare i conti. Ti resisteva. E quella resistenza – quella creatura viva con la sua volontà, i suoi limiti, i suoi giorni buoni e cattivi – ti insegnava qualcosa. Ti insegnava che il mondo non era stato creato su misura per te.
«La macchina non ti guarda. Fai quello che vuoi, vai dove vuoi. Qualcuno dice che sia libertà. Forse è vero. Ma la libertà senza resistenza non forma il carattere».
Il motore ha insegnato agli uomini che tutto poteva essere accelerato. E da allora non abbiamo più smesso di correre.
Fontana chiude la sua memoria con una semplicità disarmante. Dice di aver smesso di correre, perché ha l’età giusta per farlo. Poi si rivolge a chi viene dopo, a chi eredita questo mondo nuovo e veloce, e chiede solo una cosa:
«Ogni tanto fermatevi. Fate quello che il cavallo ci obbligava a fare. Riposate. Bevete. Guardate chi vi sta accanto.»