L’odore del mondo


Per anni il signor Arturo Belardi fu convinto di vivere in un mondo che stava lentamente marcendo. Ogni mattina, appena uscito di casa, arricciava il naso: “Che odore terribile”. Davanti alla panetteria sentiva un sentore acre che gli rovinava il profumo del pane caldo. Sulla metropolitana percepiva una vaga puzza di stantio. In ufficio era certo che qualcuno lasciasse cibi avariati nei cassetti. Perfino nei giardini pubblici, tra le rose e i tigli, trovava sempre qualcosa che non andava.

Gli altri non capivano. <Quale odore?> chiedevano.

<Ma come fate a non sentirlo?>.

Gli amici ridevano. La moglie scuoteva la testa. <Arturo, hai il naso troppo sensibile, io non sento niente>.

Ne era quasi orgoglioso. Considerava il proprio olfatto un dono raro, quasi una forma di lucidità che agli altri mancava. Mentre gli altri percepivano solo aria, lui riusciva a distinguere mille sfumature invisibili.

Col passare degli anni, la situazione peggiorò. Cominciò a cambiare strada per evitare certi quartieri. Entrava nei ristoranti e ne usciva dopo pochi minuti. Smise di viaggiare in metropolitana perché, secondo lui, tutte le carrozze avevano lo stesso odore sgradevole e inconfondibile.

La cosa curiosa era che la puzza sembrava seguirlo ovunque. In città, al mare, in montagna. Sempre. Era come un’ombra fedele. Una volta trascorse una settimana in un albergo isolato tra i boschi dell’Engadina. Aria cristallina, pini e neve sulle cime lontane. Al secondo giorno, si lamentò con il direttore: “C’è qualcosa che non va nell’aria”.

Il direttore lo guardò perplesso. «Signore, i nostri ospiti vengono qui apposta per respirare quest’aria».

Arturo tornò in camera contrariato. Si sedette davanti allo specchio e rimase immobile per qualche istante, più stanco che arrabbiato. Era stanco di vivere in un mondo che puzzava. Poi prese un fazzoletto profumato e se lo portò davanti al naso. Per qualche secondo, il cattivo odore scomparve. Ma appena abbassò il fazzoletto, il cattivo odore tornò. Vicino. Molto vicino. Troppo vicino.

In quel momento gli venne un dubbio che non aveva mai avuto prima. Si alzò lentamente. Fece un passo. La puzza lo seguì. Si spostò verso la finestra. La puzza si spostò verso la finestra. Andò in bagno. La puzza lo seguì. Rimase immobile. Per la prima volta nella sua vita, smise di cercare fuori di sé.

E cercò dentro di sé. Il pensiero gli sembrò assurdo. Poi, inevitabilmente, si chiese: “E se fossi tu?”. Non il suo corpo: era una persona pulita, ordinata, quasi maniacale. Ma lui, la sua presenza, le sue parole. Il modo in cui guardava il mondo.

Per anni aveva criticato tutto e tutti. Nessun collega era abbastanza capace, nessun ristorante era abbastanza buono, nessuna città era abbastanza pulita e nessuna idea era abbastanza valida. Aveva passato la vita a cercare il difetto in ogni cosa, convinto che fosse una forma di intelligenza. Forse ciò che sentiva non era l’odore del mondo. Forse era il riflesso di qualcosa che portava sempre con sé.

Nei mesi successivi, però, cominciò a cambiare. Non diventò improvvisamente buono né allegro. Imparò però ad ascoltare prima di giudicare, a osservare prima di criticare e a stare in silenzio nei momenti in cui prima avrebbe già aperto bocca. Curiosamente, gli odori diminuirono. Non scomparvero del tutto. Ogni tanto percepiva ancora quella nota sgradevole, come un avvertimento sottile. Allora sorrideva. Sapeva che il suo naso stava facendo il suo lavoro: ricordargli che la prima cosa da controllare, quando qualcosa nel mondo sembra andare storto, è sempre ciò che abbiamo dentro.

Spesso passiamo una vita intera a cercare la puzza negli altri, senza renderci conto che la portiamo con noi stessi. E l’odore più difficile da riconoscere è sempre quello che proviene da noi stessi.

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