«Ottantadue.» Il dottor Rinaldi pronunciò il numero senza alzare gli occhi dallo schermo.
Carlo sorrise: «In realtà ottantatré. Li ho compiuti tre mesi fa».
Il medico controllò la tessera sanitaria e scoppiò a ridere. «Ha ragione. È il computer che è rimasto indietro.»
La visita continuò. Pressione perfetta. Cuore regolare. Gli esami del sangue erano migliori di quelli di molti sessantenni. Camminava ogni giorno, giocava a golf due o tre volte a settimana, dormiva bene e assumeva pochi farmaci.
«Le piacerebbe fare un test?»
«Dipende. Fa male?»
«Solo al portafoglio.»
«Allora ci penserò.»
Il medico sorrise. «È un test dell’età biologica. Oggi non si cerca di capire quanti anni ha una persona, ma quanti ne dimostra il suo organismo.»
Carlo rimase in silenzio. La frase gli rimase in testa per giorni.
Una settimana dopo, entrò in un laboratorio specializzato. Prelievo di sangue, qualche domanda, una stretta di mano.
«Riceverà il risultato entro dieci giorni.»
Dieci giorni possono sembrare pochi. Quando si aspetta il risultato di un esame, dieci giorni possono diventare un’eternità. Carlo cercava di convincersi che si trattasse soltanto di curiosità scientifica. Eppure, ogni mattina, davanti allo specchio, si osservava con un’attenzione diversa. Le rughe c’erano. I capelli erano quasi tutti bianchi. Le macchie sulle mani rivelavano la sua età.
Chissà cosa dirà quel test.
Il referto arrivò via e-mail. Età anagrafica: 83 anni. Età biologica stimata: 75 anni. Carlo rilesse due volte. Non provò euforia, ma stupore, come se qualcuno gli avesse detto che il tempo aveva preso la strada sbagliata.
Telefonò al medico.
«Dottore, credo abbiano confuso i risultati.»
«No, è perfettamente possibile.»
«Quindi ho otto anni in meno?»
«No, ha sempre ottantatré anni. Ma il suo organismo, nel complesso, funziona come quello di una persona molto più giovane.»
Carlo restò qualche secondo in silenzio. «È una bella notizia.»
«Sì.»
«Allora vivrò fino a cent’anni?»
Il medico rise. «Questo il test non lo dice.»
Nei giorni successivi, Carlo notò qualcosa di curioso. Nulla era cambiato: le scale erano sempre le stesse, così le buche del campo da golf e l’iPad pesava quanto prima. Era cambiato solo il modo in cui guardava se stesso. Cominciò a fare progetti: un viaggio, un corso di fotografia, qualche buca in più sul campo. Come se quel numero gli avesse restituito un futuro che, senza rendersene conto, aveva iniziato a restringere.
Incontrò l’amico Giovanni. Settantadue anni, sempre stanco, sempre di fretta, sempre arrabbiato.«Sai cosa mi hanno detto? Ho un’età biologica di settantacinque anni.»Giovanni scrollò le spalle. «Io queste cose non le capisco. Conosco ottantenni che sembrano quarantenni e quarantenni che sembrano già vecchi.»
Quelle parole rimasero sospese nell’aria. Forse valevano più del test.
Qualche mese dopo, Carlo tornò dal medico.
«Allora, come va il suo certificato di giovinezza?»
«Eccolo.» Lo porto sempre con me». E lo estrasse dalla tasca interna della giacca. «Non so nemmeno perché lo porto con me. Forse perché avevo cominciato a consultarlo troppo spesso.» Fece una pausa. «Ho comunque capito una cosa: l’età biologica è come una fotografia. Non deve diventare un’identità. Le fotografie servono a ricordare un momento. Ma la vita continua a scorrere».
Carlo salutò, ripiegò il certificato e lo infilò nella tasca interna della giacca. Attraversò lentamente il parco: gli alberi erano sempre gli stessi, le panchine anche, e il vecchio venditore di castagne era fermo al suo posto come ogni autunno.
Un aquilone cadde ai suoi piedi. Lo raccolse e lo porse al bambino che stava correndo per recuperarlo.
«Grazie, signore.»
«Di nulla.»
Il bambino lo guardò con curiosità. «Quanti anni ha?»
Carlo sorrise. «Ottantatré.»
Il bambino scosse la testa. «No, ne ha settantacinque.»
Carlo rimase immobile. «Chi te l’ha detto?»
Il bambino indicò il petto della giacca di Carlo, esattamente in corrispondenza della tasca interna. «Ce l’ha scritto lì.»
Poi corse via verso la donna che lo aspettava in fondo al viale, senza aspettare una risposta che comunque Carlo non avrebbe saputo dare.
Carlo rimase fermo un momento. Poi infilò la mano in tasca, tirò fuori il foglio piegato, lo guardò un’ultima volta e lo lasciò cadere in un cestino senza esitazione, come si lascia andare qualcosa che ha già detto tutto quello che doveva dire.
Riprese a camminare. Da quel giorno, quando qualcuno gli chiedeva quanti anni avesse, lui rispondeva sempre: «L’età giusta per oggi».