La narrazione sull’intelligenza artificiale tende spesso a oscillare tra due estremi: da una parte l’IA che risolverà tutti i problemi dell’umanità, dall’altra l’IA che distruggerà milioni di posti di lavoro, renderà inutile l’uomo e forse finirà addirittura per dominarlo o annientarlo. Probabilmente non accadrà né l’una né l’altra cosa.
Quello che sta avvenendo è però un cambiamento tecnologico di portata straordinaria, paragonabile all’introduzione della macchina a vapore, dell’elettricità, del motore a combustione interna o, più recentemente, dell’informatica. Ogni grande innovazione tecnologica ha distrutto qualcosa e creato qualcos’altro. La macchina a vapore eliminò migliaia di posti di lavoro e ne creò milioni. La meccanizzazione dell’agricoltura ridusse drasticamente il numero delle persone nelle campagne. L’automobile mise progressivamente fine a un’intera economia costruita intorno al cavallo: allevatori, maniscalchi, fabbricanti di carrozze, stallieri, venditori di foraggio. Ma contemporaneamente nacquero fabbriche di automobili, officine, distributori di carburante, autostrade, assicurazioni, trasporti e professioni che prima semplicemente non esistevano.
Lo stesso è avvenuto con l’informatica e con l’automazione industriale. Le macchine hanno sostituito milioni di operazioni manuali, mentre l’economia si spostava progressivamente dall’agricoltura all’industria e dall’industria ai servizi. Non tutti i lavoratori che hanno perso un mestiere hanno automaticamente trovato quello nuovo, e le transizioni hanno avuto costi sociali anche molto pesanti. Ma il lavoro non è scomparso: si è trasformato.
La domanda corretta da porci davanti all’intelligenza artificiale non è «Quanti posti di lavoro distruggerà?», ma: «Come cambierà il lavoro?»
Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, circa un lavoratore su quattro nel mondo svolge oggi una professione che presenta un certo grado di esposizione all’intelligenza artificiale generativa. Ma la stessa ricerca conclude che, nella maggior parte dei casi, è più probabile che l’IA trasformi il lavoro piuttosto che cancellarlo completamente. L’OCSE arriva a conclusioni analoghe: l’intelligenza artificiale può automatizzare alcune attività, affiancare il lavoro umano in altre, aumentare la produttività e contemporaneamente creare nuove mansioni e nuove professioni. Alcuni lavori diminuiranno, altri scompariranno, altri ancora verranno profondamente modificati. Saranno necessarie nuove competenze e probabilmente sarà necessario ripensare formazione, scuola, organizzazione delle imprese e sistemi di protezione sociale.
Cercare di fermare una tecnologia perché può modificare il mercato del lavoro sarebbe come aver cercato di fermare l’automobile per salvare i maniscalchi. Il punto non è impedire il cambiamento. È governarlo. Abbiamo già commesso, nella nostra storia industriale, l’errore di prendere decisioni strategiche sotto la pressione della paura e dell’emotività. Il nucleare dovrebbe almeno averci insegnato quanto sia difficile e costoso ricostruire ciò che una generazione precedente ha deciso di abbandonare.
Con l’intelligenza artificiale abbiamo ancora la possibilità di evitare lo stesso errore. Non dobbiamo accettarla acriticamente. Dobbiamo conoscerne i rischi, stabilire regole, proteggerci dagli abusi e prepararci alle conseguenze sul lavoro e sulla società. Ma prima di giudicarla dobbiamo capirla. Perché tra l’entusiasmo acritico e la paura irrazionale esiste una terza possibilità: la conoscenza.