Quando Giorgio disse che voleva divorziare, sua moglie stava togliendo dal tavolo le tazze della colazione.
«Divorziare?» disse Anna. Non sembrava sconvolta. Sembrava piuttosto che non avesse capito bene la parola.
«Sì.»
«A ottant’anni?»
Giorgio abbassò gli occhi. «Appunto.»
Anna ne aveva settantacinque. Erano sposati da cinquantadue anni.
Si erano conosciuti a una festa universitaria, quando lui studiava ingegneria e lei lettere. Giorgio ricordava ancora il vestito verde che indossava quella sera. Anna sosteneva che fosse azzurro. Era una delle poche cose sulle quali continuavano a discutere. Avevano avuto due figli, comprato due case, una in città e una al mare, viaggiato molto, per lavoro e per svago, attraversato periodi di entusiasmo e di preoccupazione. Avevano visto morire i genitori, nascere quattro nipoti, sposarsi un figlio e separarsi l’altro. Non erano stati infelici. Questo era il problema. Se ci fossero stati tradimenti, urla, rancori, sarebbe stato tutto più semplice. Invece non c’era niente da rimproverarsi.
Da anni dormivano in camere diverse, perché Giorgio russava e Anna si svegliava facilmente. A pranzo e a cena seguivano un telegiornale sul tablet. La sera guardavano insieme un film, poi Anna andava in camera e Giorgio restava ancora un po’ davanti alla televisione, per un torneo di tennis o un open di golf.
Ogni tanto andavano da Giulio, il loro ristorante da sempre.
«Tutto bene?» chiedeva il cameriere.
«Benissimo», rispondevano entrambi.
Ed era vero. Solo che da qualche parte, senza che se ne fossero accorti, il loro matrimonio aveva smesso di essere una storia ed era diventato un’organizzazione.
Anna rimise la tazza nel lavello. «C’è un’altra?»
«No.»
«Allora perché?»
Giorgio impiegò qualche secondo a rispondere.
«Perché non so quanto tempo mi resta.»
Anna sorrise, amara. «Non mi sembra un’ottima ragione per divorziare.»
«A me sembra l’unica.»
La conversazione finì lì.
Per tre giorni non ne parlarono più. Il quarto giorno Anna gli disse che aveva preso un appuntamento con l’avvocato, per andare insieme. L’avvocato aveva poco più di quarant’anni e sembrava sinceramente imbarazzato.
«Dopo cinquantadue anni di matrimonio, siete proprio sicuri?»
Giorgio e Anna si guardarono. Fu uno sguardo strano, quasi divertito. Quante volte avevano sentito quella domanda? Erano sicuri di comprare la casa al mare? Di avere il secondo figlio? Di trasferirsi a Bruxelles? Di andare in pensione? Nella loro vita erano stati sicuri di pochissime cose.
«No», rispose Anna.
L’avvocato rimase interdetto.
«Ma vogliamo farlo lo stesso», aggiunse Giorgio.
Decisero che Anna sarebbe rimasta nella casa. Giorgio avrebbe preso in affitto un piccolo appartamento poco distante.
I figli protestarono. «Ma perché?» «Alla vostra età!»
La frase li fece sorridere. Alla vostra età. Come se dopo una certa età non fosse più consentito prendere decisioni, ma soltanto medicine.
Giorgio si trasferì in novembre. Il primo mattino nel nuovo appartamento si svegliò alle sei e venti. Per qualche istante non capì dove fosse. Poi vide gli scatoloni. Preparò il caffè. Prese due tazze. Se ne accorse solo quando le posò sul tavolo. Rimase a guardarle. Avrebbe potuto telefonare ad Anna. Non lo fece. Uscì, camminò senza una meta precisa e pranzò in un ristorante dove non era mai stato. Chiese una mezza bottiglia di vino, anche se a pranzo non beveva da anni. Provò una sensazione che non seppe definire subito. Non era felicità. Era possibilità.
Anna, la prima sera senza Giorgio, accese tutte le luci della casa. Non perché avesse paura. Perché poteva farlo. Giorgio aveva sempre avuto l’abitudine di spegnerle. «Sembra di essere in un albergo», diceva. Mise della musica, aprì un libro e dopo dieci minuti si accorse che non stava leggendo. La casa era troppo silenziosa. Spense la musica. Il silenzio diventò ancora più grande. Per la prima volta si chiese se non avessero fatto una sciocchezza. Poi pensò che anche le sciocchezze, a settantacinque anni, avevano diritto di esistere.
Passarono alcuni mesi. Giorgio prese a frequentare un club di bridge. Anna a vedere regolarmente due vecchie amiche che aveva trascurato per anni. Nessuno dei due trovò un nuovo amore. Nessuno dei due lo cercò veramente.
Una domenica Giorgio le telefonò. «Ti va di pranzare insieme?»
Anna esitò. «Dove?»
«Da Giulio, alla solita ora.»
Si incontrarono alle dodici e mezza. Giorgio era già seduto al tavolo quando Anna arrivò.
«Sei dimagrito», disse lei.
«Tu hai cambiato pettinatura.»
«Non te ne saresti accorto quando eravamo sposati.»
Giorgio rise.
Mangiarono lentamente. Parlarono dei figli, dei nipoti, della salute, di un viaggio che Anna voleva fare in Portogallo, dei tornei di bridge di Giorgio. A un certo punto ci fu un lungo silenzio. Ma era diverso dai silenzi di casa. Non pesava.
Giorgio guardò Anna. «Siamo stati felici?»
Lei ci pensò. «Tanto.»
«Allora perché abbiamo divorziato?»
Anna prese il bicchiere, bevve un sorso d’acqua, lo rimise sul tavolo. «Forse perché essere stati felici non obbliga a continuare a fare la stessa cosa per sempre.»
Giorgio annuì, senza convinzione piena. Era il genere di frase che si dice volentieri a pranzo, e che si smonta da sola la sera, tornando a casa da soli.
Quando uscirono dal ristorante, camminarono insieme fino all’incrocio. Lì le loro strade si dividevano.
«Domenica prossima?» chiese Giorgio.
Anna sorrise. «Vediamo.»
Si baciarono sulle guance. Poi ciascuno prese la propria strada. Dopo qualche passo Giorgio si voltò. Anche Anna si era voltata. Si salutarono con la mano. Per cinquantadue anni avevano creduto che amarsi significasse andare nella stessa direzione. Solo adesso scoprivano che, qualche volta, significava anche lasciarsi andare altrove.