Cento porte di legno lucido


L’aereo decollò da Malpensa e qualcosa si incrinò. A colazione, in aeroporto, Alberto aveva urtato la gamba di una sedia mentre teneva in una mano la cartella e nell’altra un vassoio con un cornetto e una tazza di caffè troppo piena. Due gocce erano cadute sul tailleur di una signora seduta al tavolo accanto. Si era scusato. Lei aveva sorriso. Nessun problema. Da quel momento, però, Alberto si era sentito come un oggetto posto nello scomparto sbagliato.

Viaggiavano in quattro colleghi verso il Nord. Svezia, forse. Linköping, forse. I nomi nei sogni non hanno mai bordi netti. A Copenhagen, durante lo scalo, mentre l’aereo rullava in pista, si accorse di aver lasciato il golfino sul volo precedente. Quello che portava sempre sotto la giacca.

«Te lo faranno avere in hotel», disse un collega.

Non era il golfino. Era l’aver lasciato indietro qualcosa di sé senza accorgersene.

Un taxi li portò in centro. La città aveva una luce bianca, verticale. La sede del cliente occupava un isolato intero: fuori pietra e finestre ottocentesche, dentro legno ovunque. Boiserie, pavimenti, scale a sbalzo. I piani non erano piani, ma dislivelli collegati da rampe brevi, come un teatro. Alla reception una segretaria bionda li condusse in un open space immenso. Due dirigenti li fecero accomodare in una sala riunioni senza soffitto. Caffè, biscotti, convenevoli sul tempo e sull’economia europea. 

La riunione vera non era ancora iniziata. Alberto chiese di usare un bagno. Gli indicarono una scala. «Di sopra, a destra.»  Lasciò la cartella accanto alla sedia e salì. Il corridoio era di legno. Il pavimento di legno. Le porte, tutte identiche, di legno lucido. Solo un cartellino avorio le distingueva. Ne lesse un paio a caso. Trovò un bagno per disabili, vuoto. Esitò. Se qualcuno l’avesse visto uscire? Proseguì. Aprì la seconda porta. Quattro letti d’ospedale allineati. Due occupati. Richiuse. Uffici e infermeria nello stesso palazzo. Non tornava.

Salì un’altra rampa. Un altro corridoio identico. Trovò finalmente il bagno, abbagliante nel suo nitore. Si lavò le mani e si guardò allo specchio. La camicia stropicciata. La giacca troppo larga sulle spalle, come presa in prestito da un uomo più grosso e più sicuro di lui. Uscì. Il corridoio era vuoto. Non ricordava da quale porta fosse entrato. Andò a destra. Porte chiuse. A sinistra. Porte chiuse. Ne aprì una a caso. Un ballatoio. Sotto, un altro open space identico al suo: stesse boiserie, stesse scrivanie, stesse facce. I suoi colleghi, però, non c’erano. Tornò indietro. Aprì un’altra porta. Un altro open space identico. Un’altra. Una grande sala riunioni, senza persone. Un’altra ancora. Una cucina aziendale, vuota.

Non ricordava il nome dei dirigenti. Non ricordava il nome dell’azienda. Non ricordava il piano in cui erano stati ricevuti. La memoria della riunione si era cancellata nel momento esatto in cui aveva spinto la porta del bagno.

Trovò un ascensore. Premette lo zero. Alla reception avrebbe ricostruito tutto. Le porte si aprirono, invece, su un piano intero, spoglio, poco illuminato. In fondo, una portone vetrato che dava sull’esterno. La spinse e si trovò in una piazza piena di persone, auto, tram, biciclette. Si voltò per osservare l’edificio da cui era uscito, ma non era distinguibile dagli altri: una cortina continua di facciate accostate, stili diversi, stessa altezza, stessi volumi, come le pagine di un unico libro senza titolo sul dorso.

Passò una ragazza. La seguì con gli occhi per un secondo. Quando tornò a guardare l’edificio, non seppe più dire quale fosse il portone da cui era uscito. L’indirizzo era rimasto nella cartella accanto alla sedia. Con i contratti, le lettere, i nomi che non riusciva più a ricordare. Si fermò sul marciapiede. Accanto a lui, immobile a guardare il traffico, c’era un uomo anziano. Alberto gli raccontò tutto, in un fiato. L’uomo ascoltò senza stupirsi, come se avesse già sentito quella storia. O come se l’avesse aspettata. Fece domande, disegnò percorsi nell’aria, indicò edifici. Alla fine tacque. Lo guardò con un’espressione quasi paterna.

«Forse», disse lentamente, «non sta cercando l’edificio.»

Alberto lo fissò.

«Forse sta cercando l’uomo che è entrato in quell’edificio.»

Quando si voltò, l’anziano non c’era più. Poi scomparvero la piazza, il traffico e poi il cielo. Si voltò di nuovo. Dietro di lui c’era solo un corridoio di legno lucido che si allungava all’infinito, e su entrambi i lati cento porte identiche, tutte chiuse. Dietro una c’era la cartella. Dietro un’altra i colleghi che lo aspettavano. Dietro un’altra il suo golfino. Dietro un’altra ancora c’era l’uomo che era stato quella mattina a Malpensa, prima che tutto iniziasse a incrinarsi.

Cominciò ad aprirle una a una. Con calma. Nel sogno il tempo non finisce mai.

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