Il racconto andrà a fare parte del libro intitolato provvisoriamente “Racconti e scritti preferiti” che riunirà i racconti per i quali i lettori hanno mostrato particolare gradimento una volta pubblicati su WordPress, Facebook, Linkedin, Pinterest e Tumblr.
Il fazzoletto
Una mattina di metà dicembre, verso le otto, Ernesto si recò al Centro medico Humanitas non lontano da casa per gli esami del sangue di routine. Come altre volte, dopo il prelievo entrò nel bar vicino al Centro per rompere il digiuno. Il bar è piccolo, profondo e stretto. Due terzi della larghezza sono occupati dal bancone, la parte rimanente ospita piccoli tavolini disposti lungo la parete. Il barista, giovane, cortese e veloce, non vive a Milano, arriva da Meda tutte le mattine per aprire iI bar alle 7.30.
Chiese, come altre volte, un caffè e un mini-croissant. Sollevò la campana di plastica trasparente che preserva paste varie, trecce, sfoglie e croissant grandi e piccoli, posti su un vassoio. Mentre stava prendendo un croissant, un uomo anziano, seduto al tavolino proprio dietro di lui, che aveva gentilmente avvicinato le scarpe alla sedia per agevolare il suo passaggio, salutò con calore Maria, una bella ragazza mora che, lasciato il tavolino vicino, si stava avvicinando all’uscita.
Ernesto si voltò e l’uomo dietro di lui commentò: «Che bel sorriso il suo, la cortesia e l’amore sono il motore della vita».
«Giusto, condivido», replicò Ernesto.
«Amare la vita è amare le piccole cose», continuò l’anziano, «mi piacciono le persone che si comportano bene». Leggermente sdraiato sulla sedia, indossava un loden verde un po’ sdrucito, era ben rasato e aveva una discreta capigliatura bianca, curata. Portava la dentiera che spuntava leggermente dal labbro superiore. Scarpe lucide. Accento milanese, fare gentile, con un leggero sorriso sulle labbra. Occhi scuri, penetranti, un po’ infossati, il viso delle persone molto anziane.
«Non ha messo la tazzina sul bancone», commentò.
«Chi?», chiese Ernesto.
«La ragazza che è appena uscita. È una cortesia!».
Poi, come per ripetere un cliché, disse: «La felicità non esiste. Quando sei felice, dentro, in quel momento iniziano i problemi. Fino a un paio d’anni fa non ho mai avuto nulla. Poi qualcuno lassù ha deciso: mandiamogli qualche fastidio, preoccupazione per la salute, dolori alle spalle, alle ossa».
«Quanti anni ha?» domandò Ernesto, anche per cambiare discorso. Talvolta faceva questa domanda perché, nonostante gli ottant’anni, si sentiva giovane e gli piaceva che con la risposta chiedessero la sua età. «Direi …».
«Me ne dia dieci di più».
«Dieci? Dieci mi sembrano tanti!».
«Sono novantaquattro».
«Avrei detto ottantacinque. In effetti circa dieci di più. Non li dimostra proprio», commentò Ernesto.
«Lei?».
«Ottanta».
«È un giovanotto!», chiosò l’anziano compiacendolo.
Incuriosito, Ernesto chiese quanto ore dormisse per notte.
«Non capisco», rispose leggermente infastidito.
Allora Ernesto ripeté la domanda scandendo le parole. “Un po’ sordo”, pensò, “e senza un apparecchio acustico. Come le persone che non hanno molti rapporti con gli altri”.
«Dodici ore al giorno», rispose.
«Dodici ore?».
«Si», nell’arco della giornata.
«Ma di notte?».
«Vado a letto alle dieci e mi sveglio alle sei. Otto ore».
«Complimenti. Otto ore alla sua età non è poco», commentò di nuovo Ernesto.
«Ha ancora la moglie?», domandò l’anziano.
«Sì».
«Io sono solo. Da quando è morta la mia sono solo. Figli?».
«Due e cinque nipoti».
«Beato lei, ha la sua discendenza».
Ernesto tolse dalla tasca un fazzoletto di cotone bianco che per abitudine portava sempre con sé da quando era un giovanotto.
«Ma guarda che bel fazzoletto. Immacolato, pulito e stirato. Si vede che ha ancora una moglie e … brava. Anch’io ho il fazzoletto ma non fresco come il suo. Non più». Ed estrasse dalla tasca un fazzoletto di seta di colore crema, non stirato.
«Bene! Tanti auguri di buon Natale», lo salutò Ernesto avviandosi all’uscita.
«Altrettanto, che lo passi bene con la famiglia e tutti i suoi nipoti».
«Grazie, alla prossima!».