Il racconto andrà a fare parte del libro provvisoriamente intitolato “Racconti e scritti preferiti” che riunirà i racconti per i quali i lettori hanno mostrato particolare gradimento una volta pubblicati su WordPress, Facebook, Linkedin, Pinterest e Tumblr.
La zanzara (Lia)
C’era una volta una zanzara di nome Titta che un lunedì mattina di uno dei primi giorni di aprile se ne stava tranquilla tra le pieghe del lenzuolo che copre il materasso, alla testata di un letto matrimoniale, in una casa nel centro di Milano. Vi chiederete: com’è possibile che una zanzara sia sopravvissuta all’inverno in una casa di città? Titta era nata quindici giorni prima da una larva formatasi da una delle uova deposte dalla madre nell’acqua stagnante di un sottovaso, nel bagno adiacente la camera da letto. Mamma zanzara era scomparsa da qualche giorno, dopo averle trasmesso il bagaglio di conoscenze ed esperienze necessario per sopravvivere nella stagione fredda. L’unica possibilità di sostentamento e riproduzione era il sangue di Lia, la padrona di casa, signora di una certa età, vedova da qualche anno, ancora attiva, che viveva da sola nella casa. La zanzara era a digiuno da venerdì quando, nel pomeriggio, Lia era partita per la Toscana con Gloria, un’amica facoltosa, da pochi mesi anche lei vedova, per trascorrere il weekend nella sua tenuta. Era la prima volta che Titta resisteva tanto a lungo: da venerdì a lunedì mattina aveva utilizzato tutte le riserve per non perdere conoscenza e morire. Non le era mai capitato che la signora non dormisse nel suo letto; da quando era nata, aveva potuto nutrirsi tutte le notti con il suo nettare, senza problemi. Mamma zanzara non le aveva detto nulla su come comportarsi in una situazione del genere; dopotutto anche lei era nata e cresciuta lì, in inverno, nella stessa casa, dove avevano vissuto i suoi predecessori.
Il ciclo di vita delle zanzare è relativamente breve. Quello della zanzara femmina dura circa sei-otto settimane, mentre quello della zanzara maschio solitamente non supera due settimane. Sono le zanzare femmine a succhiare il sangue, fondamentale per la deposizione delle uova per la perpetuazione della specie.
Passata in bianco la notte di venerdì, ignara di quanto sarebbe accaduto, Titta aveva trascorso il giorno di sabato in attesa del rientro della signora gironzolando tra la camera da letto e il bagno, spingendosi due o tre volte, per rinfrescarsi fino alle piante verdi e umide del soggiorno. Una volta rientrata la signora, si sarebbe nascosta alla testata del letto tra le pieghe del lenzuolo. Da lì sarebbe volata nel buio della notte per succhiarle un po’ di sangue, quanto bastava per sopravvivere, senza esagerare, così da evitare che si svegliasse. L’attesa, però, si era rivelata vana. Alle prime ore di domenica mattina Titta, delusa, si era convinta che la signora sarebbe tornata nel pomeriggio e, nonostante sentisse un gran languore, si era impegnata a resistere cercando di risparmiare le forze. Aveva trascorso la mattinata di domenica in attesa, concedendosi un solo lungo volo per visitare le piante verdi del soggiorno. Venuto il pomeriggio, la signora non si era ancora fatta viva: il weekend, lungo, includeva la domenica notte, anche perché Gloria non amava viaggiare di sera. Non avendo impegni, le amiche avevano deciso di partire dalla tenuta intorno alle dieci del mattino di lunedì per arrivare a Milano nel pomeriggio, dopo una sosta per pranzo in un Autogrill vicino a Parma.
Fatto sta che Titta, dopo avere trascorso anche la notte di domenica senza nutrirsi, lunedì mattina era distrutta, non aveva la forza di volare. Era riuscita a malapena a raggiungere l’acqua del water per dissetarsi. Finalmente, verso metà pomeriggio, la signora fece ritorno a casa. Titta sentì il suo profumo da lontano. La fame era tale che avrebbe voluto pungerla immediatamente ma le raccomandazioni della madre le impedirono di commettere un errore che avrebbe potuto esserle fatale. Il ronzio, inevitabile, l’avrebbe scoperta e sarebbe stata la sua fine. Meglio resistere ancora fino alla notte. Uscì dal bagno e si infilò in una piega del lenzuolo sotto il cuscino del letto, dove il copriletto lasciava uno spiraglio per il passaggio. Insperatamente, la signora, stanca del viaggio, decise di fare un pisolino e si coricò sul copriletto senza spogliarsi. Titta attese che l’anidride carbonica da lei prodotta si facesse più intensa così da essere certa che fosse sprofondata tra le braccia di Morfeo. Cercando di ronzare il meno possibile uscì dal nascondiglio e senza volare troppo raggiunse il collo di Lia, dove la pelle era sottile e tenera, e la punse con rapidità e destrezza senza che se ne rendesse conto. Il più era fatto; ne era valsa la pena, il sangue era così buono! Fece una grande tirata, poi un’altra, e un’altra ancora. Aveva digiunato per molto tempo!
Dopo un paio d’ore di sonno profondo, Lia si svegliò, riposatissima. Aveva un leggero fastidio al collo, un po’ di prurito. Si guardò allo specchio e notò un leggero gonfiore sul lato destro del collo, con il segno di una puntura. Pensò “Guarda un po’, in Toscana ci sono già le zanzare”. Cercò tra le creme un antistaminico, trovò un flacone di Autan Post Pic e spalmò la pomata sul gonfiore. Cenò con quello che aveva nel frigorifero, guardò un paio di puntate della serie preferita e andò a letto appena dopo mezzanotte. Verso l’una di notte Titta si svegliò, dopo avere dormito a lungo, satolla, nella piega del lenzuolo. Poteva sentire il respiro di Lia e l’aroma della sua pelle. L’intensità dell’anidride carbonica non era ancora tale da garantirle che fosse immersa in un sonno profondo. Nonostante avesse digerito bene il nettare succhiato nel pomeriggio, non aveva un desiderio immediato di assumerne altro. Restò tranquilla nella piega del lenzuolo in modo da non produrre un inutile ronzio che avrebbe potuto infastidire la signora.
Giunta ormai l’alba, quando la luce del giorno iniziava a filtrare tra le stecche delle tapparelle, Titta, attratta fortemente dall’aroma della pelle di Lia, pensò che sarebbe stata buona cosa fare colazione, in modo da affrontare serenamente la giornata. Uscì dal nascondiglio e, cercando di fare il minimo ronzio, si diresse al braccio della signora che, stesa sul fianco, era rimasto scoperto. Raggiunse la parte interna del braccio, dove la pelle è più tenera, si mise bene in posizione con le zampe, inserì la proboscide, iniettò con la saliva l’anestetico e l’anticoagulante, e iniziò a succhiare, inebriata dal sapore del sangue a tal punto di non accorgersi che Lia si era girata all’improvviso sull’altro fianco, forse per un cattivo sogno, rimanendo così stritolata dal suo peso.
La mattina Lia vide sulla coperta bianca i resti di una zanzara e una piccola macchia di sangue. Pensò: “Che strano! Zanzare a Milano nei primi giorni di aprile. È proprio arrivata la primavera!”.