La zampata


Alberto si svegliò, come ogni mattina, alle 7:30. In bagno si fece la doccia, indossò l’accappatoio e si fece la barba. Mentre si asciugava, la mano scivolò sulla spalla sinistra e toccò una serie di piccole asperità: tre, forse quattro crosticine, sorprendentemente allineate. Non ricordava nulla che potesse giustificarle. Corrugò la fronte, poi raggiunse la cucina dove Laura stava preparando il caffè.

«Mi dai un’occhiata alla spalla? Ho dei segni strani».

Lei si chinò, inforcando gli occhiali.

«Forse ti sei grattato nel sonno».

«Non credo».

«Fammi vedere meglio». Avvicinò il viso. «Sono proprio in fila. Sembrano… la traccia di una zampata».

Alberto abbozzò un sorriso, ma gli si spense subito. Quel commento gli aveva riportato alla mente un sogno rimasto sospeso, fatto qualche notte prima.

«Ero solo in un deserto», cominciò, «stremato dal caldo. In lontananza ho visto un’oasi che credevo un miraggio. Poi una casa bianca, un portico all’ombra. E all’improvviso è sbucato un puma e mi ha colpito alla spalla sinistra, proprio sulla soglia della casa».

Laura lo guardò, tesa. «E poi?».

«Poi niente. Il sogno finiva lì. Ma è strano: il puma mi ha dato una zampata esattamente dove ho le crosticine».

Lei rimase in silenzio un attimo, come scegliendo con cura le parole.

«È solo una coincidenza, Alberto. Tante volte i sogni frugano nella realtà e la ricombinano a modo loro».

«Sì… immagino».

«Questa notte hai dormito agitato, sono certa. Prima di addormentarmi ho sentito un rumore, come un colpo leggero al vetro della finestra. Sarà stato un ramo, un gatto o qualcosa del genere».

Alberto non rispose. Continuava a sfiorarsi la spalla, come se cercasse un dettaglio sfuggito a entrambi. Più tardi, tornato in camera, notò un graffio sottile sul telaio della finestra: una linea incisa in diagonale. Forse era lì da sempre, ma non avrebbe saputo giurarlo.

Dopo pranzo gli tornò in mente l’accaduto. Aprì il computer e fece una rapida ricerca: segni lineari sulla pelle, disposizioni parallele, cause comuni. Comparvero immagini con segni quasi identici ai suoi. Graffi involontari nel sonno, dermatiti da sfregamento, reazioni cutanee ritardate. Tutto plausibile, razionale, spiegabile.

Quella notte, però, faticò a prendere sonno. Quando infine si addormentò, tornò nel deserto. L’oasi era immobile, come sospesa. Davanti alla casa bianca, sulla sabbia, c’era una traccia: non un’impronta, forse solo un’ombra. Si chinò per vedere meglio. Non era la zampa di un animale, ma un segno allungato, simile a quello lasciato da un ramo trascinato dal vento. Si svegliò di colpo, senza che il sogno prendesse davvero forma. Davanti allo specchio controllò la spalla: nessuna nuova ferita, solo un lieve arrossamento, forse dovuto all’insistenza con cui l’aveva toccata nel dormiveglia.

La mattina seguente, Laura lo trovò davanti alla finestra della camera aperta.

«Controlli ancora?».

«Volevo vedere se il graffio sul telaio c’è davvero».

«E c’è?».

Alberto esitò. La linea era quasi svanita nella trama del legno, confusa tra altre piccole imperfezioni che probabilmente erano sempre state lì.

«Non lo so. Forse ho guardato troppo da vicino».

Lasciò che l’aria del mattino entrasse nella stanza. I segni sulla spalla si stavano già attenuando. Il resto, i sogni, i graffi, le coincidenze, potevano trovare una spiegazione razionale.

Eppure, un filo di incertezza gli rimase, tenue ma ostinato, come quando si osserva un dettaglio marginale e non si riesce più a capire se lo si è davvero visto o solo immaginato.

 

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