
La pampara era un manufatto tradizionale tipico della città di Como, in particolare della festa di Sant’Antonio Abate, celebrata il 17 gennaio nel quartiere di Sant’Agostino, ai piedi del Monte di Brunate. Simbolo popolare della festa invernale, progressivamente scomparso, era un bastone di legno o una canna lacustre decorata con dischi di cartoncino colorato, nastri e piccoli doni destinati ai bambini.
Ricordo ancora l’odore dell’inverno a Como, quando a gennaio il freddo pungente non riusciva a frenare l’entusiasmo di noi bambini. Era il giorno di Sant’Antonio Abate e, davanti alla chiesa di Sant’Agostino, comparivano le bancarelle della festa. Non era una grande fiera: c’erano castagne, qualche cartoccio di dolci e, soprattutto, lei, la pampara, che per un bambino degli anni ’50 sembrava una magia. La si vedeva da lontano: un bastone sottile, quasi una bacchetta, con una sequenza di dischi colorati lungo il suo corpo. Ogni disco aveva un colore acceso: rosso, verde, giallo o blu, e rimaneva fermo grazie a un piccolo intaglio fatto a mano sul bastone. Su quei dischi, legati con fili e nastrini, c’erano una caramella, una cialda dolce, un regalino o un santino. Eppure, quei piccoli oggetti, scaglionati uno sotto l’altro, sembravano un percorso: dall’alto, la sorpresa più importante, e via via fino in fondo, come una scala di premi da conquistare. E poi, in alto, c’era il fiocco rosso, un po’ storto, annodato con generosità. Per noi bambini era il segno di una vera festa. Quando tornavi a casa con la pampara tenuta con due mani, era come avere un trofeo. La tenevi dritta mentre camminavi, per non far cadere nulla. Una volta a casa, la gioia era nel rituale lento di scendere disco per disco, aprire, scoprire e assaggiare. Era un modo semplice per essere felici. E oggi, se chiudo gli occhi, vedo ancora quel bastone colorato.