A metà degli anni Sessanta, quando avevo poco più di vent’anni, un sessantenne, nato nel 1906 come mio padre, aveva raggiunto l’età della pensione ed era considerato anziano. Allora gli ultrasettantenni erano considerati dei sopravvissuti che dovevano stare molto attenti alla salute e spesso venivano ricoverati in case di riposo. Oggi, nel 2025, un sessantenne nato nel 1965 è considerato una persona di mezza età. L’età pensionabile è di 67 anni e si dice che sarà portata prima o poi a 70. Molti ottantenni sono persone attive: alcuni lavorano ancora, altri fanno volontariato o si dedicano al golf, ai nipoti, agli amici e vanno in vacanza al mare e in montagna. Tutto è cambiato. A metà degli anni ’60, un gruppo di 100 sessantenni, nati nel 1905, era destinato a ridursi a poco meno di 20 unità dopo 20 anni. Le morti sono avvenute gradualmente nel ventennio, con una media di circa 20 decessi ogni 5 anni. Oggi, nel 2025, un gruppo di 100 sessantenni nati nel 1965 può sperare di ridursi a 60 ottantenni, nel 2045. Una bella differenza!
E per 100 nati come me nel 1945, com’è andata e come potrebbe andare negli anni a venire? Nel 2025, a ottant’anni, siamo rimasti poco meno del 40%. Un traguardo che per il mio ristretto gruppo di amici è vicino alla realtà. Nel 2030 potremmo (speriamo) essere circa 20 e nel 2035 sette o otto. Tutto questo è riassunto nel grafico seguente, costruito con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, che mostra l’andamento della sopravvivenza di tre generazioni di sessantenni: nati nel 1905 (giallo), nel 1945 (azzurro) e nel 1965 (verde).

Il confronto delle tre generazioni dopo i 60 anni mostra che la longevità in Italia non è cresciuta solo in termini di durata, ma anche in termini di qualità della vita. Non si tratta semplicemente di vivere più a lungo, ma di una trasformazione profonda del modo in cui la vita si distribuisce nelle età avanzate. Il risultato visivo chiave è che la distribuzione non si sposta soltanto in avanti, ma si deforma e si allarga, e la “coda” diventa sempre più lunga.
Per i nati nel 1905, superati i 60 anni, la curva di sopravvivenza ha subito un calo significativo. Arrivare agli 80 anni è stato raro e superare i 90 anni è stata un’eccezione. La vecchiaia è stata breve e ha coinciso quasi interamente con la fase finale della vita.
La generazione nata nel 1945 rappresenta una fase intermedia: gli 80 anni sono diventati comuni e i 90 sono diventati possibili. La sopravvivenza si è allungata e la caduta della curva si è attenuata, segno di un miglioramento strutturale delle condizioni sanitarie e materiali.
Con i nati nel 1965, il cambiamento diventa qualitativo. La sopravvivenza oltre gli 85 anni non sarà più marginale e i 90 anni diventeranno la normalità statistica. La vecchiaia si estenderà, si articolerà e diventerà una fase autonoma della vita, non più un semplice epilogo.
Il grafico pone dunque una questione centrale: non solo quanto a lungo viviamo, ma anche come invecchiamo. Le istituzioni sociali, il welfare e i modelli di assistenza sono stati costruiti sulla base della struttura demografica dei nati nel 1905, sono stati adattati a quella del 1945, ma risultano sempre meno adeguati alla generazione del 1965. La longevità, da conquista, si trasforma così in una sfida strutturale che riguarda l’intera organizzazione della società.