Il racconto andrà a fare parte del libro provvisoriamente intitolato “Racconti e scritti preferiti” che riunirà i racconti per i quali i lettori hanno mostrato particolare gradimento una volta pubblicati su WordPress, Facebook, Linkedin, Pinterest e Tumblr.
La consuocera (Giovanna)
Dopo quarantacinque anni di matrimonio, la relazione tra Alberto, settantaduenne energico e in buona salute, e Bianca, sessantottenne, un tempo donna piena di vita, ora ombra di sé stessa, si era logorata. Da giovane, ragazza di grande vitalità, centro di ogni festa, era stata amata perdutamente da Alberto che per lei avrebbe fatto qualsiasi cosa. Ora, era una versione sbiadita di sé stessa: ansiosa, imprevedibile, di poca memoria, persa in pensieri che nessuno avrebbe potuto raggiungere. Il disturbo bipolare, diagnosticato da pochi anni, le aveva rubato non solo l’umore, ma anche la lucidità. Ogni giorno per Alberto era una prova. Sebbene i rari momenti di dolcezza di Bianca gli ricordassero chi era stata, si sorprendeva spesso a pensare al divorzio, stanco dei suoi sbalzi d’umore e della sua instabilità. Sapeva che a quasi cinquant’anni di matrimonio, con due figli e cinque nipoti, il divorzio non sarebbe stato una soluzione facile, però gli avrebbe permesso di vivere finalmente una vecchiaia tranquilla e senza drammi. I ricordi riaffioravano sempre: il loro primo incontro, i viaggi, le notti passate a parlare fino all’alba. Nonostante tutto, non riusciva a lasciarla. Era stata tutto per lui.
L’estate di quell’anno, trascorsa all’Argentario, la loro vita cambiò. Entrò in scena Giovanna, la madre di Mariella, la nuora, sessantenne, ancora bella, ricca, vedova da qualche anno, con un corpo curato, elegante, sempre presente alle riunioni di famiglia, quasi invisibile nel suo ruolo di consuocera. Donna carismatica, decisa, sapeva come farsi notare. Dopo dodici anni di conoscenza superficiale, quell’estate i coniugi trascorsero insieme a Giovanna più di un mese, tra bagni, passeggiate, chiacchiere e partite a burraco. Alberto si ritrovò attratto dalla vitalità e leggerezza portate nella sua vita da Giovanna che, da parte sua, cominciò a vedere in lui l’uomo giusto per ricominciare. Così Giovanna iniziò a tessere la sua tela con gesti discreti ma intenzionali: un tocco casuale, una risata condivisa, una vicinanza crescente. Lui, abituato alla monotonia e ai conflitti del suo matrimonio, si lasciò sedurre da queste attenzioni. Pur sentendosi in colpa, cominciò a desiderare un futuro diverso, lontano da Bianca. Giovanna aveva un modo di fare sottile, quasi impercettibile. Tutte le volte che Alberto gli mostrava qualcosa sull’iPhone, avvicinava la testa a quella di lui, lasciando che i capelli gli sfiorassero il viso. Durante le partite a burraco, lo correggeva con gesti brevi ma intimi, le dita che sfioravano la sua mano o il braccio. Alberto, inizialmente spiazzato, cominciò a rispondere a quei segnali con una complicità che non provava da anni. Giovanna, sicura di sé, lo faceva sentire vivo, desiderato. Per lei, era l’uomo giusto, l’uomo che aveva osservato a distanza per anni senza mai osare nulla.
L’estate trascorse lenta, carica di tensioni sottili che nessuno, tranne i due complici, sembrava percepire. Bianca, inconsapevole dell’intesa che stava nascendo tra il marito e la consuocera, alternava giornate di silenzi impenetrabili a improvvise crisi d’ansia. Giovanna si muoveva con disinvoltura, come una lince, sicura della preda, riempiendo gli spazi vuoti della conversazione, portando ordine dove prima era confusione. Per Alberto, quelle settimane furono una rivelazione. La presenza della consuocera fu un balsamo, un antidoto al peso che lo opprimeva da anni. Gli piaceva la sua risata, la voce calma, il modo in cui gli parlava come se il resto del mondo non esistesse. Non era solo attrazione fisica; era la promessa di un’esistenza diversa, più serena. Una sera, soli, sulla terrazza di fronte al mare in attesa della cena, Giovanna si avvicinò per mostrargli un video sul cellulare. «Guarda questo», disse, accostando il cellulare ai suoi occhi. La sua spalla sfiorò la sua, e lui trattenne il respiro. Non era il video che gli interessava, ma il suo profumo, il calore del suo corpo. Giovanna sembrò accorgersene. Chiuse il video, ma non si allontanò. Girò il viso verso di lui e lo guardò negli occhi, un sorriso enigmatico sulle labbra. «Sai, non ho mai passato un’estate così piacevole come questa», disse, con un tono che portava con sé mille significati. Lui non rispose subito. Il senso di colpa riaffiorò, il ricordo di Bianca, la donna che aveva amato per cinquant’anni. Ma quel senso di colpa era debole, una voce lontana che non riusciva a sovrastare il desiderio che sentiva crescere dentro di sé. La sera successiva, dopo cena, Bianca, stanca, si ritirò presto, lasciandoli soli. Seduti sul divano, con un bicchiere di buon porto, iniziarono a parlare dei figli, dei nipoti e a ricordare gli incontri passati. «Ti ricordi di quella volta, anni fa, quando eravamo a pranzo da tuo figlio e ti rovesciarono del vino sui pantaloni?» chiese lei, ridendo. «Come potrei dimenticarlo», rispose Alberto sorridendo, «Tu eri calma, come se non fosse successo nulla, e io… beh, ero molto imbarazzato». Giovanna posò il bicchiere sul tavolino e si girò verso di lui. «Ti ho sempre trovato affascinante, lo sai?» disse, con una semplicità che lo disarmò. Il suo cuore accelerò. Non c’era più nulla di casuale in quel momento. La distanza tra loro era minima, e quando lei posò una mano sulla sua, lui non si ritrasse. Era troppo tardi per tornare indietro.
Nei giorni seguenti, Alberto si trovò intrappolato in una rete di emozioni contrastanti. Ogni momento con lei era una fuga dalla realtà, una promessa di ciò che poteva essere il futuro con lei. Ma ogni volta che guardava Bianca, fragile e persa nel suo mondo, il senso di colpa lo divorava. Giovanna, invece, non aveva dubbi. Era sicura di quello che voleva, e lo voleva con una determinazione che lo spaventava e lo affascinava allo stesso tempo. Gli faceva domande dirette, lo metteva di fronte a verità che non poteva più ignorare. Una mattina, mentre facevano yoga insieme sul prato, gli sfiorò il viso con la mano, una carezza rapida ma intensa. «Sei felice?» gli chiese, guardandolo negli occhi. Lui non rispose alla domanda, ma sapeva che la risposta era scritta nel suo silenzio. Non era felice, non lo era da anni. Quella consapevolezza si insinuò in ogni suo pensiero, anche quando cercava di reprimere l’attrazione per Giovanna e di concentrarsi su Bianca, che gli aveva dato tutto, ma che ora sembrava un’estranea. I giorni divennero settimane, e la tensione tra lui e Giovanna crebbe. Bianca, ignara, continuava a vivere nel suo mondo fatto di ansie e piccole ossessioni, e ogni volta che Alberto cercava di parlare con lei, si sentiva come se stesse parlando al vuoto. Era come se la donna che aveva sposato non esistesse più, e quel pensiero giustificava il suo desiderio di cercare altrove una nuova felicità.
Le cose presero una piega diversa nei mesi successivi. Bianca peggiorò. Gli sbalzi d’umore divennero più frequenti, più intensi, e alla fine fu lei stessa a fare una proposta che lui non avrebbe mai immaginato. «Forse è meglio se ci separiamo» gli disse una sera, con uno sguardo stanco ma deciso. «Non voglio esserti di peso». Alberto rimase senza parole. La donna che aveva sempre creduto fragile gli stava offrendo una via d’uscita, una possibilità di rifarsi una vita. Spinto dall’insistenza di Giovanna, accettò. Dopo pochi mesi, divorziarono, avuto l’avallo dai figli, inizialmente restii a concederlo.
Alberto sposò Giovanna. I primi tempi furono idilliaci. Lei lo trattava come un re, riempiendo la sua vita di attenzioni, calore e una vitalità che non provava da anni. Ma presto la realtà si rivelò diversa. Abituata a ottenere sempre ciò che voleva, cominciò a mostrare il suo lato oscuro. Era possessiva, gelosa, e ogni discussione diventava una battaglia. Lui si accorse troppo tardi di avere scambiato un inferno con un altro. Le serate che prima trascorrevano in pace si trasformarono in litigi accesi, e il senso di colpa per aver lasciato Bianca lo perseguitava. Più passava il tempo, più realizzava che Giovanna non era ciò di cui aveva bisogno, ma una effimera tentazione che lo aveva portato fuori strada. Una notte, dopo una violenta discussione, pensò di liberarsi di lei come soluzione estrema. L’idea cominciò a prender forma. Non era un uomo violento, non lo era mai stato. Ma la frustrazione, il rimpianto, e l’inferno in cui si era di nuovo ritrovato lo spinsero oltre i limiti della ragione. Pensò a ogni dettaglio, come, dove, quando. Ma lei, astuta e sempre un passo avanti, lo scoprì. Nel confronto che seguì, gli rivelò di aver manipolato anche il divorzio: era stata lei a spingere sua moglie a lasciarlo, sfruttando la sua fragilità emotiva.
Schiacciato dal peso delle sue scelte e dal controllo che la moglie-consuocera esercitava su di lui, tentò di andarsene. Ma Giovanna glielo impedì con minacce sottili: avrebbe rovinato la sua reputazione, distrutto i suoi legami familiari. Non aveva scampo, prigioniero della nuova vita, smise di lottare. Ogni giorno diventava un esercizio di sopravvivenza emotiva, svuotato di speranze e di futuro. Una mattina, seduto sulla terrazza mentre guardava sorgere il sole, capì che la sua vita era finita molto prima di quel momento. E così, senza più forza né prospettive, accettò il vuoto che lo avvolgeva, rassegnandosi a un’esistenza vuota e senza via d’uscita.