ITALEXIT


Un racconto di fantapolitica o una premonizione? Leggete quanto segue e potrete trovare una risposta. Il racconto farà parte del libro, provvisoriamente intitolato “Scritti semiseri”, che sarà pubblicato nei prossimi mesi.

ITALEXIT

Alla fine di luglio 2023 il Centrodestra andò al governo succedendo al governo Giallo-Rosso in carica dal 2018. Il centrosinistra perse le elezioni di giugno 2023 soprattutto a causa della difficile situazione economica e finanziaria acuita dalla pandemia causata dal Coronavirus che aveva colpito, tra l’altro, la produzione industriale, le esportazioni e il turismo. Gli strascichi della pandemia, trascinatisi per tutto il 2020 e parte del 2021, sommati alla cronica limitazione degli investimenti e alla scarsa produttività del Paese, avevano creato un clima di sfiducia nelle istituzioni cavalcato abilmente dalla destra. La Finanziaria 2023, licenziata dal Parlamento a dicembre 2022, aveva comportato un ennesimo impegno esorbitante per la reiterazione del rimando delle clausole di salvaguardia dell’IVA, seguìto agli impegni altrettanto onerosi presi con le precedenti finanziarie.

A fini elettorali i Governi degli ultimi dieci e più anni avevano concesso benefici ad alcune categorie di cittadini obbligandosi ogni anno con l’Unione Europea a destinare fondi in bilancio per finanziarne gli esborsi. Con l’impegno, fino da allora, che se non avessero trovato i fondi, avrebbero aumentato IVA e Accise per compensare il maltolto al bilancio dello Stato.
Il nuovo Governo di Centrodestra si era assunto l’immane compito di portare avanti le richieste della coalizione dei partiti che alle elezioni di giugno 2023 aveva ricevuto l’adesione del 60% dei votanti. Tra queste le principali erano: incrementare la produzione promovendo nuovi investimenti nell’area privata e pubblica e aumentare la produttività con un congruo incremento dei salari dei lavoratori mediante un’importante riduzione del cuneo fiscale.

Come uscire dal vicolo chiuso delle clausole di salvaguardia che limitavano la crescita del PIL e aumentavano ancora di più la distanza dagli altri paesi dell’UE? Un Think Tank di economisti giunse alla conclusione che in presenza di tale obbligo si sarebbero potute dare tre opzioni: a) L’applicazione delle clausole di salvaguardia, che avrebbe avuto come conseguenza l’aumento di IVA e Accise;
b) La reiterazione del rimando della loro applicazione;
c) La loro applicazione graduale.
L’opzione a) avrebbe comportato un aumento dei prezzi da parte dei commercianti, superiore a quanto direttamente attribuibile all’incremento dell’IVA, come avvenne nel passato a seguito della sua introduzione e dei successivi aumenti. Alcuni economisti stimarono che la grande distribuzione avrebbe potuto applicare gradualmente l’incremento dei prezzi con un impatto immediato e a breve termine di minore entità. Una volta eliminate le clausole di salvaguardia, a parità di manovra finanziaria, nello stesso esercizio e nei seguenti si sarebbe avuta una notevole disponibilità di bilancio per investimenti in infrastrutture, trasporti, energia, ecologia, turismo, etc., a beneficio delle imprese e dell’occupazione, con riflessi positivi sull’incremento del PIL e una riduzione del debito pubblico.
Con il rimando dell’applicazione delle clausole di salvaguardia previsto dall’opzione b) si sarebbe, come si dice in gergo, spalato ancora in avanti, destinando a ciò la maggior parte dei fondi disponibili per la manovra. Come nel passato si sarebbe stati costretti a limitare la manovra a pochi interventi sostenuti prevalentemente da nuove tasse. Il rimando avrebbe obbligato il Paese a rimanere bloccato per mancanza di investimenti in cambio di qualche beneficio per alcune categorie di cittadini e un incremento di tasse per tutti.
L’applicazione graduale delle clausole di salvaguardia, diluita in più anni, prevista dall’opzione c) avrebbe avuto un minore impatto sull’aumento dei prezzi rispetto all’opzione a). L’opzione c) sarebbe stata un ragionevole compromesso nonostante molti avrebbero potuto sentenziare “un colpo al cerchio e uno alla botte”.

Come negli anni precedenti, con la Finanziaria 2023, il governo Giallo-Rosso aveva scelto l’alternativa b), la più popolare, senza dire chiaramente, ancora una volta, che l’obbligo dell’applicazione delle clausole era stato solo rimandato e che come sempre si sarebbe ripresentato l’anno seguente. “Per gli anni successivi ci penseremo al momento opportuno e, se non noi, ci penseranno i prossimi governanti”. Ora toccava al Centrodestra che per la Finanziaria 2024 prese la decisione impopolare di aumentare IVA e Accise dedicando la manovra prevalentemente a investimenti produttivi con l’obiettivo di favorire l’iniziativa privata, e alla riduzione del cuneo fiscale dei salari dei lavoratori dipendenti, ormai molto inferiori a quelli europei. All’aumento dell’IVA corrispose un immediato rilevante aumento dei prezzi, superiore di molto all’aumento direttamente attribuibile all’IVA. L’entità dell’aumento fu tale da rendere inefficace l’aumento dei salari dei lavoratori dipendenti. Insorsero i sindacati e vi furono manifestazioni di piazza contro l’operato del Governo. Nel contempo la Commissione Europea, che aveva tollerato il tergiversare del governo Giallo-Rosso, fece grande pressione affinché fosse realizzata un’importante riduzione del debito in tempi brevi approfittando della maggiore disponibilità di bilancio. Si creò nel Paese un clima antieuropeo, fomentato da coloro che avevano interesse a che il Paese lasciasse l’area dell’euro e l’Unione, che attribuirono la nuova richiesta della Commissione Europea a una ritorsione da parte dei paesi del nord Europa interessati a mantenere rapporti solo con governi di centrosinistra. A tutto questo si aggiunse la raccomandazione esplicita del Presidente USA affinché l’Italia uscisse dall’Unione Europea, spinta dalla lobby italo-americana e da considerazioni strategiche del Pentagono. L’Italia, per la posizione della penisola protesa nel Mediterraneo, come fosse portaerei e porto per la flotta, era ritenuta il partner ideale per tenere sotto controllo il Mediterraneo e il SEMEA (South Europe, Middle East, Africa), in qualità di braccio armato degli USA.

Per uscire dalla situazione d’impasse con il Paese e con l’Europa il governo di Centrodestra plaudì alla proposta del Presidente USA e con una campagna sui social media bene orchestrata portò la gran parte degli italiani a favore di Italexit. Un referendum organizzato dopo qualche mese vide a grande maggioranza la vittoria del Sì. Sulla scorta delle passate esperienze della Brexit le trattative ebbero una durata limitata, di poco superiore a un anno, accompagnate da grandi polemiche anche perché l’uscita dall’Unione Europea ebbe come conseguenza l’uscita dall’euro. Alcuni politici ed economisti spingevano per il ritorno alla lira che avrebbe permesso di svalutare senza dare spiegazioni a nessuno rendendo così più competitive le esportazioni ai paesi europei e dell’area del dollaro. Altri, spinti dal Dipartimento di Stato USA propugnavano l’adozione del dollaro, a similitudine di Puerto Rico, come l’Italia fosse una specie di protettorato americano. Vinse quest’ultima proposta anche perché avrebbe permesso una riduzione del 30% del debito pubblico grazie a un accordo con il Tesoro USA, con il quale il cambio fu fissato a 2.500 lire/dollaro.
Per chi volesse approfondire come ciò fu possibile:
Debito pubblico in euro: 2.500 miliardi €
In lire al cambio lira/€ 1936,27, pari a circa 4.840.000 miliardi
In dollari al cambio di lire/US$ 2.500, pari 1.936 miliardi
In euro al cambio €/US$ 1,1, uguale a € 1.760 miliardi
Deprezzamento del debito uguale a 1.760/2.500= 70,4 %
Una bufala, oppure un’ipotesi realistica?

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